Decolonizzazione incompiutaIl mondiale degli oriundi e il problema della competitività del calcio africano

Tanti campioni figli di emigrati decidono di giocare per gli Stati europei che hanno accolto la loro famiglia, mentre alle nazionali africane rimangono i calciatori scartati che non avendo trovato spazio, sfruttano il loro secondo passaporto per giocare la Coppa del Mondo

LaPresse

Wahbi Khazri riceve un passaggio appena dietro il cerchio di centrocampo, è spalle alla porta ma non ha marcatura, si gira in un fazzoletto e parte dritto come una freccia contro la difesa della Francia, rimasta senza protezione dopo la palla persa di Fofana. Avanza per quaranta metri toccando la palla con il destro. Arrivato al limite dell’area la porta sul sinistro per calciare a incrociare. Fa appena in tempo ad anticipare la scivolata di Axel Disasi, che gli lascia i tacchetti sul malleolo. Poco importa: la palla ha già superato Mandanda e la Tunisia è avanti 1-0.

Non si direbbe, ma Tunisia-Francia di ieri pomeriggio è una sfida che ha raccontato moltissimo del calcio di oggi. Non per i suoi valori tecnici, ovviamente, ma per ragioni ben diverse e di cui per la verità si parla ancora poco: dodici dei componenti della rosa nordafricana sono in realtà calciatori europei, di cui la maggior parte – dieci – francesi. Per fare un raffronto, la squadra tunisina che nel 1978 conquistò per la prima volta una qualificazione ai Mondiali non ne aveva nemmeno uno. Quella di allora era la squadra di campioni locali come Tarek Dhiab, mentre quella attuale si affida all’estro di Wahbi Kahzri, nato e cresciuto in Corsica e divenuto tunisino solo nel 2013.

Parlare di “naturalizzati”, stesso termine usato ad esempio per la nazionale del Qatar, rischia di essere fuorviante. Il fenomeno per la verità è molto più simile a quello degli oriundi italiani, figli di immigrati in Sudamerica ritornati alla “madre patria” per alzare il livello del calcio locale. A cambiare sono però i rapporti di forza tra i due Paesi: l’Italia, rispetto ad Argentina, Brasile e Uruguay, poteva vantare un maggiore potere politico ed economico, cosa che oggi la Tunisia di certo non ha nei confronti della Francia.

Ma non è solo la Tunisia, anzi il trend è ormai abbastanza diffuso in quasi tutte le squadre africane, dal Marocco – le cui stelle sono tutte europee, dallo spagnolo Achraf Hakimi all’olandese Hakim Ziyech – all’Algeria, ma anche tra le selezioni dell’Africa sub-sahariana come Camerun e Senegal. Anzi, è proprio da quest’ultima che è partita la rivoluzione: nel 2000, Bruno Metsu divenne il ct di una nazionale di scarso valore internazionale, e iniziò a battere i campi francesi alla ricerca di calciatori di origini senegalese da convocare con la sua nuova squadra. Due anni dopo, il Senegal raggiungeva la sua prima finale di Coppa d’Africa e, pochi mesi dopo, esordiva ai Mondiali battendo a sorpresa proprio la Francia.

Da allora, i Leoni della Teranga si sono costruiti una solida tradizione nel calcio, che mescola figli dell’immigrazione e campioni locali, i Koulibaly e i Mané. Ma considerando il fenomeno nella sua globalità appare sempre più evidente come oggi il calcio africano appaia in crisi: nelle nazionali di tutto il continente i giocatori nati e cresciuti – culturalmente quanto calcisticamente – in Europa sono sempre più numerosi, e spesso rappresentano i migliori elementi delle squadre in questione. L’Algeria che nel 1982 debuttava ai Mondiali vincendo contro la Germania Ovest era una squadra locale con stelle locali (Belloumi, Madjer), totalmente diversa da quella di oggi, che vanta un campione di caratura internazionale come Riyad Mahrez, nato a Sarcelles e divenuto calcisticamente algerino solo nel 2014, all’età di 23 anni.

La storia di Mahrez è abbastanza esplicativa: la sua decisione di rendersi eleggibile per la nazionale dei suoi genitori è stata dovuta alla mancata considerazione ricevuta dalla Francia. Ma per un Mahrez che viene lasciato andare dagli osservatori della Federcalcio di Parigi, ci sono gli Zidane e i Benzema che invece diventano giocatori fondamentali dei Bleus.

È quindi evidente come, a distanza di decenni dalla decolonizzazione politica, meccanismi coloniali siano ancora ampiamente in atto nel calcio: il predominio economico europeo rispetto alle ex-colonie africane spinge periodicamente persone a migrare da queste ultime verso il Vecchio Continente, che così sottrae di fatto risorse sportive (o risorse in generale, se consideriamo altri ambiti) ai paesi africani. Ciò che rimane a questi ultimi sono sostanzialmente gli “scarti” dell’Europa, giocatori che per un motivo o per l’altro non hanno trovato spazio nelle nazionali dei paesi di nascita e hanno quindi optato per il loro secondo passaporto.

Questo ha avuto ripercussioni evidenti sul calcio africano. Da un lato ha aumentato il livello medio, facendo emergere nuove nazionali sul palcoscenico internazionale: dopo il Senegal, Costa d’Avorio, Togo e Angola sono arrivate a giocare ai Mondiali, mentre altre selezioni come Zambia, Burkina Faso e Repubblica Democratica del Congo hanno comunque visto accrescere la propria reputazione. Nello stesso periodo, però, squadre storiche come Nigeria e Camerun hanno affrontato un periodo di crisi, tant’è vero che le Super Eagles – che nei primi anni Duemila erano indicate come la possibile prima nazionale africana a raggiungere una finale dei Mondiali, dopo l’oro olimpico conquistato ad Atlanta – in Qatar nemmeno si sono qualificate. Quindi, se il livello generale delle selezioni della CAF si è alzato, il livello massimo non ha retto il ritmo di crescita delle squadre europee (che nel frattempo sembrano aver sorpassato anche quelle sudamericane, ormai da vent’anni incapaci di vincere la Coppa del Mondo).

Questo è solo apparentemente un fenomeno del calcio, ma riguarda invece in primo luogo la società moderna. Questi giocatori dall’identità ibrida sono figli dell’emigrazione economica dall’Africa verso l’Europa, e in senso più ampio del fallimento della decolonizzazione. Liberatisi dal controllo delle potenze europee, le nuove nazioni africane hanno dovuto confrontarsi con problemi di instabilità politica ed economica che ne hanno condizionato finora lo sviluppo. La nazionale algerina, nata proprio durante la guerra di liberazione dal dominio francese come prima manifestazione dell’identità locale, rappresenta oggi qualcosa di completamente diverso e quasi opposto al senso che aveva nelle sue origini. Allo stesso tempo, questa storia ci permette di guardare al fenomeno migratorio anche sotto una luce differente da quella eurocentrica, cioè quella di chi “riceve” gli immigrati, rispetto a chi invece li vede partire.

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