Sportwashing in provettaLa nazionale del Qatar è una squadra costruita in laboratorio

La formazione che ospita i Mondiali è il prodotto di un percorso di sviluppo del calcio e dello sport che il Paese del Golfo ha iniziato all’inizio del ventunesimo secolo, in modi più o meno leciti

AP/Lapresse

L’attenzione riservata al Qatar e all’organizzazione dei Mondiali ha distolto l’interesse dal calcio giocato, da tutte le faccende che riguardano i giocatori e le squadre che parteciperanno alla competizione calcistica più prestigiosa di tutte. Perché tra violazioni dei diritti umani e disastri ambientali le questioni di campo rimangono inevitabilmente sullo sfondo.

La storia dell’assegnazione dei Mondiali al piccolo emirato del Golfo Persico è una storia di intrecci geopolitici, lobbying, strette di mano e accordi sotto banco. È il frutto di una pianificazione politica ambiziosa della famiglia reale, che ha provato a dare uno status internazionale diverso al Paese investendo cifre mostruose. È lo sportwashing nella sua massima espressione.

Ma questa storia investe anche la nazionale, i giocatori che vestono la maglia della “Al-Annabi”, com’è soprannominata la squadra (un semplice richiamo al marrone della maglia e della bandiera nazionale): una formazione realizzata in provetta, artificiale, pensata e gestita quasi come un club.

La squadra di casa arriva all’appuntamento più importante della sua storia al termine di un percorso di preparazione lunghissimo. Il campionato locale è stato interrotto a metà settembre, per dare spazio e modo a tutti i giocatori di concentrarsi solo sulla kermesse iridata. Alcuni giocatori hanno lasciato i loro club già al termine della scorsa stagione e da allora si sono allenati e hanno giocato solo con la nazionale, che nelle ultime settimane ha viaggiato tra Vienna e Marbella, disputando amichevoli contro Canada, Cile, Nicaragua e Guatemala.

È una costruzione meccanica e pianificata, una squadra cresciuta e sviluppata seguendo le indicazioni del catalano Félix Sánchez Bas, uno che dalla metà degli anni Novanta al 2006 ha lavorato nello staff tecnico della Masia di Barcellona e ha preso le redini della rappresentativa qatariota Under-19 nel 2013: ha guidato la rappresentativa durante la Coppa d’Asia di categoria a ottobre 2014, poi nel 2017 è passato all’Under-23 e alla nazionale maggiore, poi ha fatto la storia del Paese vincendo la Coppa d’Asia nel 2019.

Per questi Mondiali Sánchez Bas avrebbe dovuto fare da spalla a un allenatore più prestigioso, un nome forte, si parlava di Arséne Wenger o Xavi Hernandez, che in Qatar ha chiuso la carriera da giocatore e iniziato quella da allenatore. Poi sono arrivati un paio di no e alla fine il catalano è rimasto in panchina, forte della sua esperienza e della conoscenza del gruppo, con cui ha costruito un rapporto di fiducia solidissimo.

Non è un caso che il 3-5-2 dei padroni di casa (che spesso è un abbottonato 5-3-2) abbia dei meccanismi molto ben oliati, fatti di costruzione bassa, ricerca dal palleggio e verticalizzazioni improvvise, in una vaga imitazione del juego de posición di scuola catalano-olandese. Di contro però c’è una realtà un po’ diversa da quello che Sánchez Bas sogna sulla lavagna tattica. Perché il Qatar è una squadra complessivamente scarsa, che esordirà al Mondiale solo questa edizione, cioè l’unica in cui non è dovuto passare per le qualificazioni in quanto nazione ospitante. In più, deve ancora giocare una partita ufficiale nel 2022 – l’ultima, la finale terzo-quarto posto della Coppa Araba, risale a poco meno di un anno fa.

La speranza della “Al-Annabi” è che funzioni il progetto di una rappresentativa costruita come una formazione di club, con giocatori che si conoscono da anni e hanno avuto tempo di sviluppare un’intesa sul campo. Nel 2011 la famiglia reale ha perfino acquistato l’Eupen, un piccolo club del campionato belga – all’epoca in seconda divisione – per farne un grande incubatore di giocatori qatarioti in moodo da farli crescere insieme.

Quella che arriva ai Mondiali 2022 è solo la prima generazione che si affaccia al grande calcio, la prima pièce offerta al pubblico, in un progetto più ampio le cui basi sono state gettate all’inizio del ventunesimo secolo con l’obiettivo di fare del Qatar una nazione in grado di primeggiare nello sport mondiale.

Nel 2004 è stata creata Aspire, l’accademia di scienza dello sport – un enorme centro sportivo di 290mila metri quadri la cui costruzione è costata oltre un miliardo e trecento milioni di dollari – diventata motore delle ambizioni sportive qatariote e strumento di soft power nelle mani della famiglia reale per provare a dare una nuova immagine al Paese.

Il grande progetto del Qatar va anche oltre il calcio. Lo ricorderà chi ha seguito le Olimpiadi di Tokyo nel 2021, quando il Qatar si è aggiudicato per la prima vota nella storia due ori – nel salto in alto con Mutaz Essa Barshim e nel sollevamento pesi con Faris Ibrahim.

Proprio le Olimpiadi, con la Coppa d’Asia vinta dalla nazionale di calcio nel 2019, sono esempi dei successi che il Qatar vorrebbe rendere seriali, automatici, come accade nei più grandi Paesi del mondo.

Per farlo, però, Doha ha bisogno di una piattaforma e un bacino di atleti che va oltre i numeri di un Paese piccolissimo, con una popolazione di tre milioni mal contati di abitanti e tradizioni sportive praticamente inesistenti.

È qui che si inserisce una delle pratiche più discusse e contestate – criticata da osservatori e federazioni internazionali – dell’approccio qatariota allo sport: la nazionalizzazione di atleti provenienti da tutto il mondo.

Alle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016, ad esempio, il Qatar aveva portato trentanove atleti, il numero più alto di sempre. Ma di questi solo sedici erano nati in Qatar. Lo stesso vale anche per il calcio. Ai Mondiali non ci sarà Sebastián Soria, attaccante leggendario della “Al-Annabi” con 123 presenze e 39 gol, oltre a 200 gol nel campionato locale. Soria però è nato in Uruguay. È stato naturalizzato nel 2006.

Il suo posto nella rosa della nazionale è stato preso dalla coppia formata da Akram Afif e Almoez Ali, 176 presenze e 71 gol in due. Ali è arrivato in Qatar dal Sudan quando aveva sette anni, a dodici è entrato a far parte del progetto Aspire e poi girato all’Eupen, prima di iniziare a girovagare per i campionati minori europei – prima Austria, poi serie inferiori del calcio spagnolo.

Dopo l’assegnazione dei Mondiali, il Qatar ha accelerato le pratiche di naturalizzazione di calciatori stranieri attraverso Aspire, che serve anche da piattaforma per operazioni di scouting fra Africa, Asia e Sud America, per naturalizzare i giovanissimi e aumentare il bacino d’utenza a disposizione della nazionale.

Indipendentemente da come andrà l’esordio con l’Ecuador di domenica pomeriggio, e di come proseguirà il Mondiale dei padroni di casa, la competizione sarà un banco di prova enorme non solo per la squadra, ma per l’intero progetto sportivo di un Paese che ha impiegato anni e sforzi e investimenti miliardari per arrivare fin qui.