Riflessioni sui fatti del BrasileIl nostro assalto alle istituzioni lo abbiamo già avuto, ma per fortuna lo guidava Di Maio

Effetto collaterale dell’antica tradizione trasformista, bizantina e gattopardesca della nostra politica, che tutto è capace di masticare e digerire, o più semplicemente della nostra buona stella, sta di fatto che il panorama italiano è più rassicurante di quel che appariva nel 2018. Ma non è detto che lo rimanga

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L’assalto ai palazzi delle istituzioni brasiliane da parte dei sostenitori di Jair Bolsonaro è la prima replica, fedelissima all’originale anche nella tempistica, di quanto avvenuto a Washington il 6 gennaio 2021, quando i sostenitori di un altro presidente sconfitto alle elezioni, Donald Trump, tentarono di bloccare il passaggio di poteri. Dunque, si potrebbe sostenere, i fatti di Brasilia sono storicamente persino più importanti di quelli di Washington: per la banale ragione che è il secondo elemento a fondare una serie, trasformando quello che altrimenti sarebbe rimasto un fatto isolato, per quanto importante, nell’inizio di un movimento più ampio.

È infatti il secondo episodio, molto più del primo, a rendere stringente la domanda su quando, dove e come si verificherà il prossimo. Per quanto riguarda l’Italia, tuttavia, è lecito domandarsi se in realtà il nostro assalto a Capitol Hill non ci sia già stato. E se dunque le inquietanti immagini di Brasilia, e le gravi conclusioni della commissione del congresso americano sulle chiarissime responsabilità di Trump nell’insurrezione del 2021, non siano per noi più un’eco del passato che uno squarcio sul futuro.

L’episodio della nostra storia recente più simile a quanto avvenuto due giorni fa in Brasile e due anni fa negli Stati Uniti, sebbene relativamente meno grave, è lo stallo alla messicana (per restare dalle parti dell’America Latina) che si verificò nel 2018 sulla nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia, che Sergio Mattarella, facendo valere le sue prerogative costituzionali, rifiutò di avallare. Come si ricorderà, il presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, e con lui la maggioranza grillo-leghista che avrebbe dovuto formare il governo, rifiutò a quel punto di procedere oltre, in aperta polemica con il presidente della Repubblica, aprendo una crisi costituzionale senza precedenti, culminata nell’incredibile appello dei massimi dirigenti del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, che arrivarono a chiedere la messa in stato d’accusa del Capo dello stato in piazza. Chiunque ricordi la tensione e lo sconcerto di quei momenti, il drammatico discorso di Mattarella in tv, non può non confermare come sia stato quello il nostro assalto populista alle istituzioni. Per fortuna lo guidava Di Maio.

È forse utile ricordare che in quelle ore concitate, in cui persino la Lega di Matteo Salvini rifiutò di seguire gli alleati lungo un crinale così pericoloso, un solo leader politico appoggiò la richiesta dei cinquestelle: Giorgia Meloni. Adesione tanto più significativa dal momento in cui Fratelli d’Italia non era neppure in maggioranza, ed era anzi nel centrodestra il partito che aveva accolto con maggiore contrarietà l’intesa di Salvini con i grillini.

L’ipocrisia del nostro dibattito pubblico ha raggiunto ormai un livello tale che il semplice ricordare le prese di posizione ufficiali dei diversi partiti appare come un’ingiustificata provocazione, a destra come a sinistra. Eppure proprio la perfetta simmetria delle parabole compiute prima dal Movimento 5 stelle, poi dalla Lega e infine da Fratelli d’Italia avrebbero molto da insegnare, se solo i rispettivi sostenitori e alleati non fossero quotidianamente impegnati nel confonderne le tracce, per raccontarci da un lato la favola del Conte punto di riferimento di tutti i progressisti, dall’altro quella della Meloni leader naturale di tutte le forze atlantiste, europeiste e riformiste.

All’indomani dell’occupazione della Crimea da parte dell’esercito russo, nel 2014, non c’erano però solo i leghisti di Salvini a rilanciare tutti gli argomenti della propaganda putiniana e a battersi perché l’Europa rimuovesse immediatamente le relative sanzioni contro Mosca. A chiedere la cancellazione delle sanzioni e a rilanciare le accuse che ormai ben conosciamo agli Stati Uniti e all’Unione europea di avere provocato la Russia c’erano – prima e più di ogni altro – tutti i principali esponenti del Movimento 5 stelle (per il futuro viceministro agli Esteri Manlio Di Stefano, ancora nel 2016, l’Ucraina era uno «stato fantoccio della Nato»). Ma c’erano anche Meloni e Fratelli d’Italia, e ci sarebbero stati praticamente ogni anno, fino all’invasione del 24 febbraio 2022.

Proprio come per la Lega, pure per Fratelli d’Italia persino il tradizionale scetticismo sui vaccini, per usare un eufemismo, avrebbe trovato un’unica inspiegabile eccezione nella campagna per far adottare subito in Italia il vaccino russo Sputnik, cioè proprio quello su cui davvero erano fondati dubbi, riserve e cautele, in mancanza di trasparenza su dati e procedure.

L’adesione acritica alle posizioni di Vladimir Putin, lo scetticismo (o peggio) sui vaccini e la scienza, le campagne contro i migranti e le ong sul modello ugherese, la carica antipolitica e anti-istituzionale: il copione importato in Italia dal Movimento 5 stelle, copiato pari pari da Salvini prima e da Meloni poi, è lo stesso recitato da Trump negli Stati Uniti e da Bolsonaro in Brasile, come dai principali sostenitori della Brexit in Regno Unito. In Italia però ha avuto uno svolgimento diverso.

Almeno in due casi su tre – M5s e Fdi – all’ascesa dei populisti al potere non ha fatto seguito un tentativo di rottura istituzionale (salvo nella summenzionata campagna per l’impeachment di Mattarella, rientrata in un paio di giorni e subito clamorosamente abiurata dai suoi protagonisti), ma una radicale conversione alle ragioni della stabilità e della moderazione: per i cinquestelle c’è voluto più tempo, dopo un anno di governo gialloverde in cui la strada trumpiana è stata tentata più volte, dallo scontro con la Commissione europea sul deficit all’incontro con i gilet gialli in Francia; per Fratelli d’Italia la svolta è stata praticamente istantanea, non appena i sondaggi hanno cominciato ad accreditarne le possibilità di arrivare a Palazzo Chigi.

In entrambi i casi, comunque, sono rimaste gigantesche zone d’ombra. Basta ricordare le interminabili dirette dalla propria personale pagina Facebook con cui Conte, da capo del governo, non esitò a utilizzare persino una drammatica emergenza come quella del Covid per incassare like, o i recenti provvedimenti del governo Meloni sul reintegro dei medici no vax e contro le ong che salvano vite in mare. Resta, innegabile, in entrambi i casi, una svolta clamorosa, tanto più significativa se paragonata all’evoluzione, diametralmente opposta, che hanno avuto le leadership populiste come quelle di Trump e Bolsonaro.

Effetto collaterale dell’antica tradizione trasformista, bizantina e gattopardesca della nostra politica, che tutto è capace di masticare e digerire, o più semplicemente merito della nostra buona stella, o di una certa indolenza caratteriale che alla fine ci salva quasi sempre dagli estremi peggiori, sta di fatto che il panorama italiano è infinitamente più rassicurante, dal punto di vista democratico, di quel che appariva nel 2018.

E forse, considerando il declino politico di Trump e l’esito delle elezioni brasiliane, lo è anche il panorama globale (il che ovviamente ha aiutato e aiuta parecchio l’evoluzione italiana, e contribuisce a spiegarla).

Per non essere troppo ottimisti, va però anche notato come, con il ritorno all’opposizione, di fatto già durante il governo Draghi, quando pure era formalmente in maggioranza, il Movimento 5 stelle abbia cominciato a rifluire sulle antiche posizioni, non solo riguardo alla Russia di Putin.

C’è poco di cui stupirsi: se un partito è in grado di rovesciare da un giorno all’altro i principi cardine della propria politica, non si vede perché, vedendo calare i consensi, non possa rifare il cammino in direzione opposta. E questo ovviamente non vale solo per i cinquestelle.