Friends with(out) benefitsLa Cina non ha intenzione di scaricare la Russia per avvicinarsi all’Occidente

Le nomine di Xi e il demansionamento di un falco come Zhao Lijian non preludono a una diversa politica estera di Pechino, che invece accelera i suoi piani su Taiwan. Resta solida la relazione con Putin, sempre più subalterno all’alleato asiatico

Il presidente russo Vladimir Putin e quello cinese Xi Jinping durante un bilaterale del febbraio 2022
Foto: Greg Baker/Pool Photo via AP

«Il cuore di un uomo è indistinguibile dietro al suo petto». Lo dice un vecchio proverbio cinese. Spesso, però, chi da fuori guarda alla Cina sembra fermarsi proprio al petto, confondendolo col cuore. Nel bene e nel male. Osserva la forma, mentre la sostanza resta sfuggente e imperscrutabile. Pechino lo sa e modula movimenti e parole. Ancora di più in politica estera, ancora di più dopo l’invasione della Russia in Ucraina.

Un’esigenza per provare a non perdere nulla e nessuno, porsi come attore responsabile senza davvero sporcarsi le mani e provare magari a guadagnarci qualcosa dal punto di vista strategico. Trasformare un problema in opportunità è una capacità che la Repubblica Popolare ha dimostrato di possedere più di una volta sul fronte diplomatico, pur rendendosi protagonista di passaggi a vuoto o veri e propri autogol in tempi più recenti. A partire dalla cosiddetta «diplomazia dei lupi guerrieri», approntata da Xi Jinping per ribattere colpo su colpo al pressing degli Stati Uniti che hanno individuato da tempo in Pechino il rivale principale.

Un approccio che ha finito per alienare pezzi di mondo coi quali invece serve mantenere un legame. A maggior ragione dopo gli inequivocabili segnali di un rallentamento economico (e demografico) che potrebbe avere un impatto considerevole sul medio periodo.

Ed ecco allora che un anno dopo «l’amicizia senza limiti» tra Cina e Russia proclamata ai quattro venti da Vladimir Putin a margine dell’incontro con Xi all’avvio dei Giochi Olimpici Invernali di Pechino, la Cina rimodella la sua forma. Sfruttando l’occasione del fisiologico ricambio nei ruoli apicali del Partito e del governo imposto dal XX Congresso dello scorso ottobre, il tre volte segretario generale ha inviato messaggi neanche troppo cifrati a orecchie e occhi occidentali. Soprattutto quelli europei, avidi di sentire o intravedere ipotetiche prese di distanza da Mosca. Rinfrancati dalle indiscrezioni e i virgolettati (teoricamente) rubati a diplomatici cinesi, che sul Financial Times definiscono Vladimir Putin «un pazzo».

Nulla di strano, per una Cina che ha sempre visto la Russia come l’indisciplinato rimasuglio dell’Unione Sovietica, esempio vivente di tutto ciò che non vuole diventare.

In queste settimane è arrivato un triplice segnale formale. Primo: la nomina di Qin Gang a ministro degli Esteri. In modo molto irrituale, Qin è passato direttamente dal ruolo di ambasciatore negli Stati Uniti a capo della diplomazia cinese. Un nome ben diverso da quello di Le Yucheng, che fino a qualche mese fa era ritenuto uno dei papabili o persino il favorito. Le, formazione russofona, è stato uno di quelli che hanno contribuito a costruire quell’amicizia senza limiti con la Russia.

La sua promozione sarebbe stata interpretata come un ulteriore segnale di avvicinamento a Mosca, anche se il vero architetto è sempre stato Xi. Qin è passato invece senza passaggi intermedi da una posizione in cui era chiamato a migliorare i legami bilaterali con gli Stati Uniti a un’altra di indirizzo generale della politica estera cinese. Assunta dopo una lettera aperta al Washington Post in cui ha definito l’equilibrio dei rapporti tra le due potenze come «decisivo per la stabilità globale».

Secondo segnale: la scelta (non ancora ufficiale ma ormai ufficiosa) di inviare a Washington come nuovo ambasciatore una colomba, Xie Feng. Diplomatico di lungo corso e specialista di relazioni con gli Stati Uniti, si tratta di una figura con una dimensione peraltro di dimensione minore rispetto a Qin, che essendo stato promosso nel Politburo ha davanti almeno altro 10-15 anni di vita politica ad alti livelli. Questo significa che sarà proprio Qin a dirigere più attivamente la diplomazia bilaterale rispetto a quanto accaduto coi suoi predecessori.

Terzo segnale: il demansionamento di uno dei simboli della wolf warrior diplomacy, vale a dire Zhao Lijian. Portavoce del ministero degli Esteri, Zhao è diventato popolarissimo sui social cinesi e internazionali per le sue forti provocazioni nei confronti di Washington e alleati durante i briefing quotidiani con la stampa. Nelle scorse settimane è stato trasferito al Dipartimento per gli Affari dei Confini e degli Oceani. Dalle luci della ribalta a un oscuro ufficio di terzo livello.

Attenzione però a confondere la forma con la sostanza. Questo significa davvero che la Cina vuole drasticamente cambiare la sua politica estera? Davvero Xi ha deciso di mettere dietro al recinto i «lupi guerrieri» e liberare i «kung fu panda»? Di certo la Cina ha fatto capire di essere disposta a riaprire gli scambi su alcuni dossier, a partire dal cambiamento climatico e dal commercio. Significativi in tal senso il bilaterale tra il vicepremier e zar delle politiche economiche Liu He e la segretaria del Tesoro Janet Yellen a Davos, nonché il prossimo viaggio del segretario di Stato Antony Blinken a Pechino tra il 5 e il 6 febbraio.

Ma il capitolo sulla difesa resta chiuso, dopo la rottura dello scorso agosto dopo il viaggio di Nancy Pelosi a Taipei e le manovre senza precedenti dell’Esercito popolare di liberazione sullo Stretto di Taiwan. Tema sul quale un accordo non è mai stato possibile. Al massimo è raggiungibile un accordo di essere in disaccordo, individuando i confini di una contesa che accelera a causa della reciproca convinzione che l’altra parte voglia alterare lo status quo. Così come la divisione è destinata a restare sui semiconduttori, elemento cruciale della contesa tecnologica su cui la Casa Bianca ha deciso di interrompere l’ascesa cinese.

Soprattutto, nonostante i sorrisi elargiti da Xi durante il G20 di Bali e i bilaterali coi leader occidentali, la Cina non dà alcun segnale concreto di voler scaricare la Russia. Anche nell’ultimo colloquio di fine anno tra Xi e Putin in videoconferenza, il messaggio che si è voluto far emergere è che la relazione è solida e trascende la contingenza della guerra in Ucraina. I segnali che Pechino non si attendesse l’invasione sono evidenti, a partire dalla mancata evacuazione dei suoi cittadini in Ucraina.

Messa di fronte al fatto compiuto, la Cina non ha mai appoggiato esplicitamente o materialmente l’azione di Putin, ma non ne ha mai preso le distanze. Anche perché sa di essere a prescindere nel mirino di Washington che la considera ormai da tempo la sua prima rivale. Sacrificare un asset strategico come una Russia sempre più dipendente non è considerata un’opzione sensata. Allo stesso tempo, Pechino vuole provare a incunearsi tra le perplessità europee di fronte alla guerra e all’approccio americano, facendo leva su timori e incertezze. Più Mosca alza il tono, per esempio sul nucleare, e più la Cina manda segnali di teorici distinguo.

L’obiettivo è uscire dalla guerra con una Russia più legata a sé, senza pregiudicare il rapporto con l’occidente (Europa in primis) e magari provare anche a presentarsi come potenza responsabile e garante di dialogo e stabilità presso i paesi emergenti e in via di sviluppo dove la retorica cinese ha molta presa, a partire dall’Africa. Missione che sarebbe resa più semplice se la controversa sceneggiatura del conflitto arrivasse a un finale nel quale Putin riesca a restare in sella e la Russia sia sempre più accondiscendente a necessità e desideri di Xi, pronta a proiettarsi con sicumera sconosciuta in passato in aree come Asia centrale e Artico.

Il summit della Shanghai Cooperation Organization dello scorso settembre a Samarcanda, Uzbekistan, è stato il teatro nel quale Xi ha per la prima volta ammesso le sue preoccupazioni sul conflitto, peraltro per bocca di Putin. Non solo. Il leader cinese si è mosso da padrone di casa in quello che è sempre stato il giardino di casa del Cremlino, prendendosi anche la libertà di passare dal Kazakistan dove ha garantito la «tutela contro interferenze esterne», in un momento in cui Astana è sempre più scettica sui suoi rapporti con Putin, che aveva provato a chiederne l’aiuto sulla guerra.

Pechino «ora percepisce la probabilità» che Mosca «non riesca a prevalere e che emerga dal conflitto come una potenza minore, molto ridimensionata economicamente e diplomaticamente sulla scena mondiale», ha scritto su Twitter Alexander Gabuev del Carnegie Endowment for International Peace, grande esperto di relazioni sino-russe. «La dipendenza economica e tecnologica della Russia dalla Cina cresce di giorno in giorno, così come la leva finanziaria», ha aggiunto.

Secondo i dati delle dogane cinesi, nel 2021 il commercio tra Cina e Russia ha raggiunto i 146,9 miliardi di dollari, rispetto ai 95,3 miliardi di dollari del 2014. «Raggiungeremo l’obiettivo dei duecento miliardi prima del previsto», ha promesso Putin, che ha poi elencato i risultati della cooperazione sul fronte energetico: 13,8 miliardi di metri cubi di gas consegnati alla Cina attraverso il Power of Siberia, pronto a essere doppiato col nuovo gasdotto che passerà per la Mongolia, ma anche 1,9 milioni di barili di petrolio esportati verso Pechino ogni giorno nel mese di novembre (+17 per cento su base annuale). Ma niente armi. E diversi colossi tecnologici cinesi limitano le operazioni sul territorio russo.

Diventa fondamentale per Pechino far credere all’Europa di privilegiare i rapporti con essa, rafforzando nel frattempo la sua presa sull’ex «fratello maggiore» degli albori della Guerra fredda, ormai diventato socio minore di una partnership sempre più asimmetrica in cui la Cina fornisce sostegno politico e retorico, critica le sanzioni occidentali ma le rispetta.

La narrativa secondo cui la guerra in Ucraina sia esplosa soprattutto per colpa dell’espansione della Nato verso Est è funzionale agli interessi di Pechino che la proietta sul Pacifico. Il messaggio è chiaro: «Se succederà qualcosa tra Taiwan, Giappone o mar Cinese meridionale sarà perché saremo stati costretti dall’accerchiamento di Washington e dei suoi vassalli». Putin sarà pazzo ma sono sempre gli Stati Uniti a gettare benzina sul fuoco.

Il Cremlino, che si aspettava forse un sostegno più concreto da Pechino, magnifica qualsiasi passaggio bilaterale con l’obiettivo di dare l’impressione di un allineamento forse maggiore di quello reale. La Cina si presta a livello plastico: nel 2022 sono state diverse le manovre militari congiunte, anche se ogni tanto i contropiede russi sono stati percepiti come delle esagerazioni. In particolare, l’inedito passaggio di due navi da guerra al largo della costa orientale di Taiwan.

Episodio poco pubblicizzato di inizio luglio, in un momento di potenziale appeasement tra Pechino e Washington, poi saltato nel post Pelosi, e accolto con qualche fastidio da parte cinese. Sul finire dell’anno, per la prima volta un jet militare cinese è atterrato su suolo russo al termine di manovre congiunte. E viceversa. Nei giorni scorsi sono state annunciate nuove esercitazioni navali nell’oceano Indiano al largo del Sudafrica, fissate tra il 17 e il 27 febbraio e dunque in concomitanza del primo anniversario dell’invasione dell’Ucraina. «Il cuore di un uomo è indistinguibile dietro al suo petto». Vale da tutte le angolazioni.