La grande etàIl Teatro Franco Parenti festeggia il suo (primo) mezzo secolo di storia

Il 16 gennaio 1973 si apriva per la prima volta il sipario con l’Ambleto di Testori. Il ricordo di quella sera di Andrée Ruth Shammah: «Gli spettacoli del passato convivono con gli esordi alla regia, la continuità non tarpa le ali»

La sala grande del Teatro Franco Parenti
Foto: Mario Carrieri

Il 16 gennaio del 1973, Franco Parenti alza per la prima volta il sipario del Teatro, fondato l’anno prima, che oggi porta il suo nome. Per l’Ambleto di Giovanni Testori, in quello che allora si chiamava Salone Pier Lombardo. Il cinquantesimo compleanno, cominciato nel 2022, festeggia insieme a questa istituzione culturale il mezzo secolo di una storia, milanese e quindi europea, artistica audace e libera, capace di aprire nuove strade coraggiose. Si capiva già quella prima sera.

«Fino al 12 gennaio c’erano ancora i lavori: era un cinema da trasformare in teatro, senza riscaldamento – ricorda Andrée Ruth Shammah, direttrice dal 1989 – In quelle foto ho la pelliccia, eravamo congelati, ma provavamo in gennaio». Per ricevere il pubblico, vengono scritti i numeri su foglietti di carta, appiccicati alle sedie di legno. Il giorno della prima, quando finalmente viene acceso il riscaldamento, però la colla si secca. Cadono i segnaposto.

Andrée Shammah con Franco Parenti
Andrée Shammah con Franco Parenti – foto Liverani

«Allora ho preso della pittura bianca, un pennello e li ho scritti, uno a uno, su tutte le sedie». Quando Gae Aulenti li vede, questi numeri enormi, li ritiene arte povera, un’invenzione poetica. «Alla prima si trovò tutta la Milano che conta – continua la direttrice –: Testori non scriveva da dodici anni, il critico Giancarlo Vigorelli, Leopoldo Pirelli e poi tanti giovani, perché eravamo extraparlamentari, come si diceva. Franco era un ribelle dei comunisti, Testori dei cattolici e io dell’ebraismo. In platea c’erano ribelli che si mischiavano con la borghesia milanese e i grandi intellettuali».

Quella sera di cinquant’anni fa nasce un’idea di teatro, un’ipotesi di politica culturale. «Ci sono dei cinegiornali Luce di quel periodo che cominciano così: “In uno stanzone della periferia di Milano un gruppo di artisti”… Cinquant’anni dopo siamo diventati il complesso che sappiamo». Un gruppo di attori che si assumono il rischio della gestione. Diventerà un modello per tanti altri teatri.

Mezzo secolo di storia
Ripercorriamole, le tappe di quel modello. Il Teatro nasce come cooperativa nel 1972. La fondano Parenti e Shammah,, con Giovanni Testori, Dante Isella e Gian Maurizio Fercioni. Punto di riferimento di vitalità artistica e culturale per la città, si caratterizza per un’idea di teatro proiettata sia verso le novità italiane e straniere, sia verso la rilettura dei classici in chiave contemporanea.

Ruth Shammah con Eduardo
Shammah con Eduardo

Spettacoli come la Trilogia di Testori (Ambleto-Macbetto-Edipus), Il maggiore Barbara, Il malato immaginario, Il misantropo di Molière, I promessi sposi alla prova di Testori, interpretati da Franco Parenti e tutti con la regia di Andrée Ruth Shammah, fanno ormai parte della storia del teatro italiano, come la scelta di una forma di «teatro aperto» che reinterpreta lo spazio scenico.

Gli anni tra il 2004 e il 2007, con la chiusura della sede storica, testimoniano l’attenzione alle zone periferiche, con il trasloco temporaneo del cartellone in via Cadolini. Il successo di Il teatro sotto casa, una tournée urbana da tutto esaurito, o il tendone a CityLife. La riapertura nel 2008 rivela un luogo dove si fondono tecnologia e sapienza artigianale.

Il Teatro comunica con il Centro Balneare Caimi, risalente agli Anni Trenta ma chiuso dal 2007. Palazzo Marino non aveva le risorse per ristrutturarlo: nel 2013 viene firmata ed estesa fino al 2029 la convenzione sugli spazi esterni. La riqualificazione preserva le piscine intatte, bene monumentale vincolato, e l’acqua, prima gelida, è cristallina, inodore e insapore. Sotto i carpini, una seduta continua in legno permette di riposarsi all’ombra, di bere un aperitivo nel bar rinnovato.

Bagni misteriosi del Teatro Franco Parenti
I Bagni misteriosi dopo la riqualificazione

La grande età, verso il futuro
«Un dono alla città», è la profezia di un articolo del Corriere del 1999 che ammoniva sulle difficoltà della sfida, resa possibile anche da una raccolta fondi. Il Teatro ha scelto di non parlare di «terza età», ma di riscrivere questo concetto come «grande età», perché «solo recuperando il ruolo cruciale dell’ultima fase della vita possiamo iniziare a contribuire alla creazione di una nuova visione della società in cui viviamo, ponendo la nostra attenzione sulla spesso taciuta bellezza dell’invecchiare».

Va superata una visione schematica della vita, riscattata l’esperienza degli anni. «La vecchiaia non è l’anticamera della morte, ma il compimento di un carattere, di una personalità, puoi essere libero – spiega la direttrice –. L’emisfero destro e sinistro del cervello entrano in contatto, non c’è più la divisione razionale-creativa. Dai il meglio di te. Stiamo ribaltando culturalmente il pensiero della vecchiaia, anche per il corpo che ha la sua grazia, il suo talento. Cerchiamo di essere giovani con i nostri cinquant’anni».

Andrée Ruth Shammah
Foto di Noemi Ardesi

E il prossimo mezzo secolo? «Così come sono partita dall’eredità dei grandi che ho conosciuto e mi hanno formato, spero che chi verrà dopo saprà che si può innovare e guardare avanti solo se si ha consapevolezza di ciò che si ha dietro: se si parte da qualche cosa, non se si parte dal vuoto». Così le prime regie dei giovani registi coabitano con gli spettacoli del passato «per far sentire la continuità. Non tarpa le ali riconoscere da dove vieni, anzi dà uno slancio».

Una consapevolezza che non diventa una postura passatista. Lo sguardo resta puntato sul futuro, memore di quei grandi ancora presenti. «In compagnia della loro assenza», come dice Shammah, che quel 16 gennaio si trovò alla regia perché Parenti doveva lavorare a Torino, ma anche perché era la cosa più naturale per il «soldatino» che si porta nell’anima, quando glielo propone Testori. E poi il dialogo con il pubblico e, quindi, con il presente.

Un programma da scoprire
«Raccomando di guardare la programmazione e abituarsi a cliccare il nostro sito. C’è sempre qualcosa di interessante», consiglia la direttrice. La sperimentazione ha contraddistinto le origini, le contaminazioni proseguono, come portare a teatro la registrazione dell’episodio di un podcast: è successo lo scorso novembre con Cachemire, condotto dagli standup comedian Luca Ravenna ed Edoardo Ferrario, un successo con altre due date previste il 24 gennaio e il 21 marzo.

In questi giorni, Rai 5 sta trasmettendo alcuni spettacoli prodotti dal Parenti: Gli innamorati, Il malato immaginario (il 14 alle ore 21.15), regia di Andrée Shammah, e Amleto2 di e con Filippo Timi (il 21, sempre alle 21.15). Il 18 gennaio, arriva Remo Girone, con Il cacciatore di nazisti. Dal 20 al 12 febbraio sarà la volta de La leggenda del santo bevitore con Carlo Cecchi.

«I festeggiamenti si fanno con delle cene ma anche continuando a lavorare come prima – conclude Shammah –. Nel nostro anno ci sono i cento di Testori e Isella, ma anche i quaranta del teatro patologico e i quattrocento di Molière. Festeggiamo i grandi anniversari e quelli che cominciano».

Pubblico in sala grande al Teatro Parenti

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