Ultima frontieraIl biglietto da visita della Croazia nell’area Schengen non può essere (di nuovo) la brutalità sui migranti

Cessano i controlli doganali con gli Stati dell’Ue. Zagabria avrà l’onere di controllare i confini esterni, ma la storia della polizia croata verso i profughi è costellata di abusi e respingimenti illegali

Un posto di blocco doganale al confine tra Croazia e Slovenia
AP/LaPresse

A dieci anni dall’adesione all’Unione europea, dal primo gennaio 2023 la Croazia è entrata ufficialmente nello spazio di libera circolazione Schengen, oltre a fare il suo ingresso nell’area Euro. I controlli alla frontiera con Slovenia e Ungheria saranno soltanto un ricordo, mentre Zagabria prenderà ufficialmente le redini nel controllo dei confini esterni con l’area balcanica. Un compito di controllo e difesa che il Paese ha assunto già da diversi anni, molto spesso con risvolti oscuri e ciechi di fronte ai più basilari diritti dell’uomo.

«Non c’è posto in Europa in cui oggi sia più vero che questa è una stagione di nuovi inizi e nuovi capitoli, che qui al confine tra Croazia e Slovenia», ha dichiarato entusiasta la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen durante l’incontro con il primo ministro croato Andrej Plenković e la presidente slovena Nataša Pirc Musar, nella città croata di Bregana. «Questo», ha continuato, «è un giorno di gioia e orgoglio per il popolo croato. È la testimonianza del vostro fantastico viaggio, il vostro duro lavoro e la vostra determinazione».

L’ingresso del Paese nell’area Schengen comporta l’abolizione dei controlli frontalieri di terra e di mare con le nazioni europee confinanti, compresa l’Italia, con cui condivide l’accesso al Mar Adriatico. Per quanto riguarda la parte aerea, il libero movimento dagli altri Stati membri sarà possibile da marzo. «Schengen non può essere dato per scontato», ha affermato von der Leyen, evidenziando come l’accordo si basi su impegno e fiducia reciproca. «E sappiamo», ha concluso, «che possiamo fidarci di voi e fare affidamento sulla Croazia».

Il regolamento europeo che norma il funzionamento del meccanismo, il cosiddetto “Codice di frontiera Schengen” cui gli Stati partecipanti si impegnano ad aderire, recita espressamente che il documento «rispetta i diritti fondamentali e osserva i principi riconosciuti, in particolare, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Dovrebbe essere attuato nel rispetto degli obblighi degli Stati membri in materia di protezione internazionale e di non respingimento». La storia della Croazia in tema di migrazioni, però, non dà molte garanzie in questo senso.

Le forze di polizia di frontiera del Paese sono tra le più dure dell’intera area balcanica. Da anni, report di associazioni umanitarie e testate giornalistiche denunciano come i confini esterni dell’Unione Europea –soprattutto in Croazia, Ungheria e Romania – siano pattugliati da agenti spesso coinvolti nelle decine di migliaia di respingimenti che, come si vedrà, avvengono lungo tutta la loro estensione.

Abusi che non si limitano solo all’impedimento di ingresso: in moltissimi casi, comprendono violenze fisiche, come botte, aggressioni, distruzione degli oggetti personali e privazione degli indumenti, cui si aggiungono detenzione arbitraria, ingiurie e molestie psicologiche.

In ogni caso e in qualsiasi modalità avvengano, i respingimenti alla frontiera sono illegali: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, all’articolo 14, stabilisce il «diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni», mentre la Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati del 1951 sancisce il principio di non-refoulement, ossia di non respingimento, affermando all’articolo 33 che «Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche».

Eppure, in Croazia come altrove, tali pratiche sono largamente sdoganate, e costituiscono ormai la normalità. A dicembre il progetto di giornalismo collaborativo Lighthouse Report, regolarmente attivo nel portare alla luce le violazioni dei diritti umani, ha rivelato l’esistenza di centri di detenzione clandestini dove i migranti, cui viene negato il diritto di richiedere asilo, sono rinchiusi in attesa di essere respinti.

Attraverso un lavoro investigativo durato undici mesi, Lighthouse Reports ha collezionato e pubblicato le evidenze di questo sistema, in precedenza solamente ipotizzato, che coinvolge le forze di polizia di Bulgaria, Ungheria e, appunto, Croazia.

Le forze di Zagabria, stando all’articolo, solitamente radunano le persone nel retro dei furgoni di servizio, lasciandole sotto il sole per ore prima di respingerle in Bosnia-Erzegovina. Nell’ottobre del 2021 la testata ha pubblicato una serie di video in alta risoluzione che mostravano individui incappucciati, armati di manganello, picchiare ripetutamente le persone in transito, causandogli escoriazioni, ferite e lividi in tutto il corpo.

All’epoca, i giornalisti avevano identificato i picchiatori come agenti del ramo antisommossa della polizia croata, la cosiddetta Intervention Police, ripresa mentre scaricava quindici migranti proprio da un furgone obbligandoli con la forza a dirigersi verso il confine e oltrepassarlo. Le indagini avevano rivelato come l’attività degli agenti, inclusa nell’operazione definita «Koridor», fossero finanziati dal Fondo di sicurezza interna dell’Unione Europea.

Il coinvolgimento – diretto e indiretto – dell’Unione nelle violazioni sistematiche dei diritti umani che avvengono ai propri confini è stato dimostrato in più occasioni, soprattutto lungo la cosiddetta rotta balcanica.

Stando ai dati dell’Unhcr, l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, tra gennaio e ottobre del 2022 hanno attraversato i Balcani occidentali (Macedonia del Nord, Albania, Kosovo, Montenegro, Serbia e Bosnia-Erzegovina) poco più di trentunomila persone. Un aumento di “solo” il venti per cento rispetto allo stesso periodo del 2021.

Sommando i numeri di Bosnia e Serbia, i due Paesi da cui transitano più persone verso l’Unione, si contano però oltre centoventuno mila arrivi, con un aumento del cento per cento solo in Serbia. L’agenzia di frontiera dell’Ue, Frontex, ha contato quasi centoquarantamila «ingressi irregolari» dai Balcani tra gennaio e novembre, un aumento di oltre il centocinquanta per cento. I conti sembrano non tornare.

Le cifre degli ingressi e degli attraversamenti irregolari, confrontati con quelli relativi alle persone effettive transitate, lascia supporre solo una cosa: il costante ricorso allo strumento del respingimento. Il mese scorso, il Border Violence Monitoring Network (Bvmn) ha pubblicato l’ultima edizione del “Libro nero dei respingimenti”.

In oltre tremila pagine, il libro riporta le testimonianze di migranti picchiati, presi a calci, stuprati, neutralizzati col taser, evidenziando oltre venticinquemila casi di respingimento illegale e dimostrando che la pratica si inserisce in un meccanismo ben rodato.

La stessa Frontex, che costituisce l’agenzia con il budget più alto dell’Unione Europea, è implicata nelle violazioni. Come riportavamo in questo articolo, l’organo di difesa delle frontiere ha gravi responsabilità nel mancato rispetto dei diritti fondamentali dei migranti, e ha regolarmente fuorviato e mentito ad altre istituzioni europee come Commissione e Parlamento.

Proprio l’Eurocamera, a ottobre, ha rifiutato di approvare il bilancio dell’agenzia per l’anno 2020 a causa di tali motivazioni, mentre notizie sulla presenza di agenti Frontex alle frontiere balcaniche ci erano state fornite anche da una volontaria attiva nel Nord della Serbia. Lighthouse Reports, nel suo articolo di dicembre, spiega che le indagini dimostrerebbero violazioni come «parte di un sistema, di cui una parte è finanziata dall’Unione Europea ed è operata sotto gli occhi degli agenti di Frontex».

La linea politica dell’Unione Europea sulle migrazioni sembra chiara. A dicembre la Commissione ha pubblicato un piano d’azione per rafforzare la cooperazione con i paesi balcanici nell’affrontare le «sfide comuni» poste dagli odierni movimenti migratori in crescita.

Il piano è basato su cinque pilastri: rafforzamento della gestione delle frontiere lungo le rotte; procedure di asilo veloci e supporto alla capacità di accoglienza; contrasto al traffico di esseri umani; rafforzamento della cooperazione sui rimpatri; raggiungimento di un allineamento sulla politica dei visti.

Punti che verranno finanziati con ulteriori centosettanta milioni di euro, come già annunciato dal commissario all’allargamento Olivér Várhelyi nel corso della sua visita in Bosnia-Erzegovina (successivamente passata allo status di candidata all’adesione nell’Unione), di cui avevamo parlato qui.

Le organizzazioni umanitarie presenti in Croazia, come riporta Giovanni Vale dell’Osservatorio Balcani Caucaso, vedono l’ingresso del Paese nell’area Schengen con preoccupazione. Se il comportamento di Zagabria, negli ultimi mesi, è cambiato in meglio in vista dell’adesione allo spazio di libera circolazione, la paura delle Ong del territorio è che questa riporti violenza e respingimenti. «Da un punto di vista storico», scrive Vale dal confine, «sembra quasi che la frontiera militare che separava gli imperi Ottomano e Asburgico sia tornata in vita».

In un comunicato congiunto, otto organizzazioni non governative – fra cui Amnesty International, Oxfam e Human Rights Watch – affermano che la decisione del Consiglio dell’Unione Europea di ammettere la Croazia a Schengen «nonostante sostanziati rapporti di frequenti violazioni del diritto Ue e internazionale sui diritti umani da parte delle autorità croate» mostri «indifferenza per l’impegno dell’Unione verso i diritti fondamentali».

Nel corso degli anni, continuano, «le istituzioni europee hanno ripetutamente chiuso un occhio sulle travolgenti evidenze di sistematiche violazioni dei diritti umani» alle sue frontiere esterne, inclusa la Croazia, e «hanno ricompensato tattiche pesanti che hanno fortificato i confini e impedito a tutti i costi alle persone in cerca di protezione di entrare nell’Unione europea». La decisione del Consiglio, concludono, «è sintomo di un più alto imperativo politico dell’Unione, che sacrifica ripetutamente i diritti fondamentali per quella che viene dipinta come sicurezza dei confini».

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