Essere naturaIl ruolo dell’antropologia nella comprensione dei (veri) bisogni del pianeta

Visione cosmogonica, ecocidio e disertori della crescita: tre parole che forse non conosci del vocabolario “eco-attivista”, ma che potrebbero salvarci la pelle come specie. Ne parliamo con l’antropologo Andrea Staid

Unsplash

Provate per un secondo a immaginare di resettare tutto quello che sapete sull’ambiente nel quale siete inseriti. Come vivreste il vostro rapporto con un albero, un fiume o il mare se non foste cresciuti in una società occidentale, capitalista e patriarcale? Se foste un nativo o una nativa delle Hawaii o dell’Amazzonia, probabilmente, li considereste come persone, e non vi salterebbe nemmeno in mente di sfruttarli e tanto meno di danneggiarli. In “Essere Natura” (UTET) l’antropologo Andrea Staid dosa studi etnografici, esperienze personali e ricerca empirica per spiegare cosa ci ha portato, come specie, a considerare la “natura” come altro rispetto a noi e quindi ad assoggettarla ai nostri bisogni e desideri.    

«Il concetto che poi dà il titolo al mio libro, “Essere natura”, è centrale nel mio impianto teorico ed è l’assunto per cui l’homo sapiens si sente superiore rispetto all’ambiente naturale, perché lo considera altro da sé. È questo atteggiamento di superiorità che ha portato il genere umano a vivere la catastrofe ambientale che stiamo vivendo. L’homo sapiens, e noi occidentali in particolare, abbiamo smesso di considerarci parte della natura, ma ci siamo collocati in una posizione di superiorità rispetto ad essa», racconta a Linkiesta il docente di antropologia culturale e visuale (Naba) e ricercatore presso Universidad de Granada

La cosa interessante per cui l’antropologia ci aiuta a comprendere questo aspetto, continua Staid, «è che la maggior parte delle popolazioni non occidentali, soprattutto prima del colonialismo, non si concepivano come esterne o superiori alla natura, ma vedevano la natura come un sistema di relazioni tra soggetti. Relazione che può anche essere conflittuale o violenta, ma fondata sull’interdipendenza tra soggetti che popolano un determinato ambiente. La visione occidentale della natura è invece quella di un oggetto: da modificare nel migliore dei casi, da distruggere, nel peggiore». 

Ci sono alcune parole utilizzate da Staid nel suo libro che costituiscono una sorta di vocabolario ambientalista, come ad esempio “visione cosmogonica”: «La visione cosmogonica di una popolazione è, in parole povere, il suo sguardo sul mondo: a seconda dei luoghi che analizziamo le cosmogonie sono differenti. Quelle della maggior parte delle popolazioni native ad esempio delle Hawaii, dell’Amazzonia o degli aborigeni australiani, sono cosmogonie dove il cosmo non viene visto con al centro l’uomo, ma le cosmogonie di queste popolazioni concepiscono l’uomo in una relazione multispecie con le altre specie viventi che, soprattutto, sono concepite come soggetti», spiega. 

Secondo Staid «non si possono quindi distruggere o schiavizzare piante, alberi o animali, ma con loro ci si può relazionare, a volte anche in modo conflittuale, ma sempre in un sistema di interdipendenza. Secondo i nativi delle Hawaii, ad esempio, noi esseri umani non siamo interconnessi solo agli animali e alle piante, ma anche alla terra, alle rocce, all’acqua e questo fa sì che ci sia una permeabilità di confini tra i corpi umani e i corpi degli ambienti. La cosmogonia nativa delle Hawaii – ma è molto simile anche in Amazzonia – vede una relazione multispecie che va oltre il corpo dell’umano e quindi quando i nativi parlano delle piante parlano in realtà di persone con le quali rapportarsi, quando parlano di un fiume parlano di una persona, così come di una montagna. Le cosmogonie indigene sono quindi molto diverse da quella della nostra società capitalistica, che è antropocentrica». 

Mettere al centro l’uomo, i suoi desideri e i suoi consumi in realtà ci sta portando verso l’autodistruzione. «Si dice che l’era in cui stiamo vivendo si chiama Antropocene: questo termine significa che l’era geologica in cui viviamo è quella della possibile estinzione di massa della specie umana. Le popolazioni indigene però giustamente chiedono di chiamarla Capitalocene, perché questa possibile estinzione di massa è legata al modo in cui viviamo e consumiamo sulla terra noi occidentali. Quello che ha distrutto il mondo non è tanto l’umano, quanto l’umano che vive in una società capitalista e che sta portando alla distruzione del pianeta occupando le terre, colonizzandole e soprattutto facendo una cosa molto predatoria che si chiama estrattivismo: cioè estrarre materie, energia e risorse fuori dall’occidente per produrre ricchezza solo per pochi». 

Quindi non ci salveremo? «La mia idea non è catastrofista: è evidente che abbiamo un bel po’ di problemi, ma c’è una possibilità: che è quella di ritualizzare il cambiamento attraverso piccoli gesti quotidiani, portando degli esempi pratici e concreti che possono farci vivere non soltanto in modo più corretto la relazione con l’ambiente che ci circonda, ma anche più bello. Quello su cui insisto molto è che questo modo di ripensarsi e di ripensare la nostra visione cosmogonica è soltanto una cosa positiva. Va scardinata l’idea che sia una sconfitta il non poter più crescere all’infinito come ci avevano promesso. In questa tragedia contemporanea che stiamo vivendo cerco anche di trovare delle vie d’uscita e lo faccio anche attraverso gli incontri etnografici e la ricerca sul campo con persone che già stanno vivendo una relazione diversa da quella che ci è stata insegnata, di sviluppo senza fine. Non sono certo il primo a dire che viviamo in un ambiente, la terra, che ha risorse limitate e che non possiamo pensare di vivere in modo illimitato».

Un altro termine curioso e bellissimo utilizzato in “Essere Natura” è “disertori della crescita”, romantici ribelli che hanno scelto vite in contrasto con il consumo a tutti i costi. «C’è un’antropologa, che si chiama Jennifer Scott, che parla di dominio e arte della resistenza: queste persone sono dei ribelli, però non mettono in atto solamente un attacco conflittuale allo status quo, ma promuovono il cambiamento. Si sono messi in un percorso di mutamento che li porta a vivere in modo differente: sono dei ribelli nella misura in cui non accettano di vivere come ci viene detto, consumando il più possibile senza farsi domande su quello che sta succedendo».

Questi soggetti, secondo Staid, «sono architetti che progettano biodelizia, persone che vivono in barca a vela e navigano senza mai utilizzare combustibili fossili ma conoscendo molto bene i venti, persone che vivono nel bosco dove hanno fondato delle biblioteche in cui si condividono abilità pratiche e conoscenze, attiviste di Fridays For Future. Sono ribelli, ma sono anche persone che hanno scelto di vivere in modo diverso da subito, senza aspettare un cambiamento collettivo che forse arriverà, ma forse no. Mi ci metto anche io, chiaramente con le mille contraddizioni insite nello scrivere un libro e nel dover poi andare in giro a presentarlo. La mia scelta di vita è presente in “Essere Natura”, dove mescolo le ricerche etnografiche delle varie popolazioni che ho conosciuto al racconto del cambiamento che c’è stato nella mia vita: quindi come io ho riscoperto la soggettività della specie, come coltivo quello che mangio e come cerco di disertare da un obbligo di crescita continuo». 

Decrescere è difficile, farlo da zero a cento forse è impossibile. «Il cambiamento deve essere un processo di mutamento culturale in senso antropologico: dobbiamo risignificare le nostre esistenze partendo dai nostri quotidiani. Non è semplice ed è vero che non si può fare di botto, ma è anche vero che abbiamo un po’ fretta, visto quello che la crisi climatica ci sta portando a vivere. Non per niente l’incipit del libro è un mio racconto in cui sto lavorando nell’orto, a maggio, ed è già finita tutta l’acqua possibile: questo spaventa. È vero che non si può fare tutto di botto, ma questo processo deve iniziare il prima possibile, se vogliamo salvarci come specie umana».

L’estrema alternativa, spiega l’antropologo, potrebbe essere anche «accettare di andare incontro alla nostra estinzione che, forse, per gli animali, le piante e il mondo potrebbe essere una cosa positiva, ma visto che noi facciamo parte di questa specie dovremmo impegnarci per preservarla». Staid è convinto che «la scuola abbia un ruolo fondamentale in questo: dovremmo riconsiderare una pedagogia che non è soltanto un sapere tramandato a livello teorico, ma che dovrebbe insegnare la vita in mezzo alle altre specie, in modo pratico e rispettoso. Oltre al gesto singolo poi ci sono anche delle norme che potrebbero essere costruite per la difesa dell’ambiente».

Nel libro, Staid affronta il tema «tramite le popolazioni indigene dell’Ecuador e della Nuova Zelanda, dove stanno lavorando a una sorta di forma giuridica per le forme di vita animali e vegetali: se noi consideriamo un albero un soggetto, lo possiamo difendere meglio. Se viene attaccato, ad esempio da qualcuno che lo incendia, questo qualcuno non ha solamente bruciato un albero, quindi ha appiccato un incendio doloso, ma ha commesso un crimine contro l’umanità: un ecocidio».

La possibilità c’è e soprattutto vedo tanta consapevolezza sia nelle nuove generazioni che nelle altre e sono sempre di più quelli che hanno voglia di cambiamento. C’è una nuova patologia oggi che si chiama ecoansia: è la preoccupazione per il futuro del nostro pianeta e ne soffrono tre adolescenti su cinque.