Politics is not policyIl depotenziamento semantico della politica, privatizzata fuori dal suo ambito

In italiano, a differenza dell’inglese, si usa la stessa parola per il senso proprio del termine, erede della pólis greca, e quello di governance o condotta. L’accezione viene forzata quando lo usano a sproposito enti, aziende e comuni cittadini

Statuetta soldatino di Washington
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Politique d’abord era un celebre motto di Pietro Nenni. Ossia, la politica prima di tutto: «vi è un momento in cui ogni problema sociale diventa un problema politico, in cui ogni problema economico è un problema di potere» (discorso pronunciato il 17 marzo 1946, raccolto in quello stesso anno nel volume Una battaglia vinta, Edizioni Leonardo).

Il vecchio leader socialista, all’epoca non ancora vecchio, l’aveva appreso negli anni dell’esilio parigino, originariamente formulato da Charles Maurras per affermare la priorità della politica nella soluzione dei problemi materiali e morali che attanagliavano la Francia del 1914. E il fatto stesso che un leader storico della sinistra italiana l’avesse desunto dal teorico dell’estrema destra transalpina, antidreyfusardo, antisemita e pétainista, spiega bene come l’idea potesse prestarsi trasversalmente a essere fatta propria da ogni schieramento.

Il guaio è che sempre più la parola «politica» si presta – o meglio (peggio) viene presa in prestito, da chiunque – al di fuori del suo ambito pertinenziale. In senso proprio, la politica è qualche cosa che riguarda la vita pubblica nelle sue varie forme – da pólis, la città-stato dell’antica Grecia, che ha originato la politikè téchne, l’arte di governare la pólis, distinta dalla oikonomikè téchne, ossia l’arte di governare la casa (e quindi l’economia domestica), che è invece una faccenda eminentemente privata.

E il fatto che oggi si parli comunemente di «politiche aziendali» (tutte le aziende sono in questo senso molto “politicamente” impegnate) non è forse soltanto un accidente linguistico, ma la spia di una privatizzazione della politica che inevitabilmente ne snatura le caratteristiche originali: nella pólis che succede ai regni del Medioevo ellenico il potere decisionale è disceso dall’acropoli all’agorà, deposto es tò méson, nel mezzo, all’aperto, sotto gli occhi di tutti, in quel simbolico spazio comune dove tutti i polítai, i cittadini, sono uguali e intercambiabili; mentre nel governo delle aziende gli azionisti hanno un peso diverso a seconda delle quote possedute e le decisioni sono assunte nel chiuso di ristretti consigli d’amministrazione. Si può propriamente parlare di politica?

Certo, oltre all’accezione stricto sensu – «teoria e pratica che ha come oggetto l’organizzazione e il governo dello stato», secondo la definizione del dizionario De Mauro – c’è quella più estensiva e comunemente ammessa. In senso largo si parla di politica anche a proposito del «comportamento, modo di agire o di procedere in determinate attività o situazioni: di fronte alla crisi l’azienda ha adottato una politica di risparmio, la sua politica è quella di non tirarsi mai indietro» (De Mauro).

A furia di largheggiare, però, si esagera. Ormai tutti accampano una «politica», enti pubblici e associazioni private, grandi e piccole imprese, negozi di quartiere e singoli individui.

C’è una «politica» per tutto e su tutto: non solo la politica interna e quella estera, la politica sociale, sanitaria, economica, finanziaria, industriale, ambientale, energetica, dei trasporti, delle pensioni, che a diverso titolo rientrano nell’accezione propria, ma anche – via via allontanandosene, in quanto frutto prevalentemente di scelte tecniche e non di confronto pubblico – la politica della qualità, dei prezzi, della sostenibilità, per la tutela della privacy, in materia di trasparenza, di gestione dei rifiuti, del riciclo creativo, del risparmio, perfino «sui cookies».

Basta cercare su internet, il menù è ricco e fantasioso: una politica per tutti i gusti, à la carte, infatti si trova pure un libro che ha per titolo La mia politica in cucina.

Il depotenziamento semantico, con punte di autentico svilimento, in cui incorre questa parola è lo stesso che affligge la filosofia (cfr. “Linguaccia mia” dello scorso 16 maggio) fin quasi a confonderle nel mal comune senza un filo di gaudio – con la differenza che la filosofia viene tirata per i capelli per evocare i presupposti «ideali» di un certo modo di porsi o di agire, mentre è piuttosto questo modo di porsi e agire che si intende chiamando in causa la politica.

Un downgrading inevitabile, nel momento in cui l’accezione del termine viene troppo forzata, da cui la politica è invece indenne nella lingua inglese, che distingue tra politics, la politica in senso proprio, e policy, che è invece la politica nel senso di linea di condotta, complesso delle norme esplicite o implicite che regolano una qualunque attività, sia di tipo pubblico sia privato.

È singolare, e anche un po’ malaugurato, che l’italiano, così prono agli usi linguistici d’Oltremanica, non abbia accolto, adattandola, questa distinzione presente in inglese fin dall’inizio del Quattrocento. Ed è un’ironia (forse non casuale) della sorte che nella nostra lingua la politica imperversi proprio mentre nella realtà trionfa l’antipolitica. Le parole riflettono la realtà, ma a volte anche la realtà riflette le parole.