Benefici a cascata La revisione della direttiva Ue per gli edifici potrebbe mitigare la povertà energetica

La proposta della Commissione vuole dare priorità agli interventi sulle unità immobiliari di classe G, ossia le meno efficienti, nella speranza di ottenere vantaggi in termini di riduzione dei consumi, di ritorno economico e di benessere sociale. Il nuovo testo non prevederebbe l’introduzione di sanzioni per chi non si adegua

LaPresse

Migliorare l’efficienza energetica degli edifici per contribuire a ridurre le emissioni, favorire la transizione ecologica e contrastare la povertà energetica. È questo l’obiettivo della revisione della direttiva dell’Unione europea sulla prestazione energetica degli edifici, in questi giorni al centro del dibattito in Italia e in Europa. 

La direttiva in sé non è nuova, esisteva già: a essere attualmente in corso è appunto il suo processo di revisione che, nel contesto del pacchetto Fit for 55, ha lo scopo di adeguare la normativa energetica europea ai nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030 e di neutralità climatica al 2050. Gli edifici che abitiamo sono una delle principali fonti di consumo energetico, che però può cambiare significativamente da caso a caso: dipende dalla classe di efficienza energetica di appartenenza. 

Reso graficamente come una scala cromatica crescente che va dalla barra verde A fino alla rossa G, questo sistema di classificazione, usato anche per molti elettrodomestici, serve sostanzialmente a indicare in modo intuitivo l’efficienza energetica. Se la classe energetica di un immobile è alta (la migliore è la A4), ci sarà un minore consumo di energia nell’abitazione e, di conseguenza, anche una riduzione dell’impatto sull’ambiente e della spesa a carico degli utenti, un punto particolarmente importante in un periodo caratterizzato da difficoltà economiche e aumento generalizzato dei costi. 

La povertà energetica, ossia la difficoltà ad acquistare un paniere minimo di beni e servizi energetici, come il riscaldamento, secondo Enea nel 2021 interessava l’8,8 per cento delle famiglie italiane. 

Performance energetica delle case: la situazione in Europa
La classificazione dell’efficienza energetica in ambito residenziale in Italia prevede oggi dieci fasce (dalla A4 alla G) ed è obbligatoria per legge dal 2005. Per calcolarla si tengono in considerazione diversi parametri: le caratteristiche strutturali, la tipologia di infissi e serramenti, la stima dei consumi energetici in relazione alle condizioni climatiche standard, il sistema di riscaldamento installato, il livello di isolamento termico. 

Al termine dell’analisi si ha un’idea di quanta energia (rinnovabile e/o non rinnovabile) un’abitazione consumerà in un anno per i cosiddetti bisogni primari, ovvero riscaldamento, raffreddamento, ventilazione, preparazione dell’acqua calda per usi sanitari e, nel caso di edifici del settore terziario, scale mobili, ascensori e via dicendo. In un anno una casa in classe energetica A consuma meno di trenta kilowattora (kWh) per metro quadro, una in classe energetica G invece più di centosessanta kWh per metro quadro. 

La classe energetica di un edificio può essere ovviamente migliorata in molti modi: sostituendo gli impianti datati con altri più efficienti, cambiando gli infissi in modo tale che trattengano maggiormente il calore, installando un impianto fotovoltaico domestico con sistema di accumulo. Insomma, per migliorare la performance energetica di un edificio bisogna in qualche modo ristrutturarlo. 

Proprio per favorire questo tipo di interventi e per raggiungere gli obiettivi climatici europei, la Commissione europea nell’ottobre 2020 pubblicava la strategia Ondata di ristrutturazioni. Gli edifici nell’Unione europea consumavano allora circa il quaranta per cento dell’energia e rilasciavano il trentasei per cento delle emissioni di gas serra associate all’energia, ma soltanto l’uno per cento di questi immobili ogni anno era sottoposto a lavori di ristrutturazione a fini di efficientamento energetico: da qui l’obiettivo europeo di «almeno raddoppiare» entro il 2030 questi tassi di ristrutturazione. 

Significa intervenire su circa trentacinque milioni di edifici. «Vogliamo che in Europa tutti possano illuminare la propria casa, riscaldarla o raffrescarla senza rovinarsi né rovinare il pianeta», aveva dichiarato all’epoca Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo responsabile per il Green deal europeo. Secondo le stime della Commissione europea, il raggiungimento di questo obiettivo comporterebbe una riduzione delle emissioni di gas serra degli edifici del sessanta per cento.

Prestazione energetica degli edifici: cosa cambia con la revisione 
Un punto chiave della strategia Ondata di ristrutturazioni è la già citata revisione della direttiva sulla prestazione energetica degli edifici: la bozza sarà all’esame della Commissione energia del Parlamento europeo il prossimo 9 febbraio. Che cosa prevede la revisione della direttiva e in che modo cambierebbe la situazione italiana? 

Prima di tutto, la proposta della Commissione europea parte dalla necessità di rivedere le classi energetiche attualmente esistenti, introducendo dei criteri comuni a tutti gli Stati membri. Si parla in particolare di istituire classi energetiche chiuse dalla A alla G: è di fatto la situazione italiana, dunque, ma non quella di altri Paesi dell’Unione europea, dove le classiche energetiche sono più o meno numerose oppure non sono chiuse. 

Come illustrato nell’articolo sedici, poi, l’idea è quella di fissare il punto più alto e quello più basso di queste classi energetiche. Nella fascia più alta, la A, rientrano gli immobili che rispondono alla descrizione di edificio a zero emissioni e nella più bassa, la G, rientra invece il quindici per cento degli edifici più energivori, quindi con le performance energetiche peggiori, dell’intero parco immobiliare del Paese. 

Gli altri edifici vengono distribuiti proporzionalmente tra questi due estremi. Gli immobili più energivori sono anche quelli in cui si ritiene che con una spesa minore sia possibile raggiungere benefici maggiori in termini di riduzione dei consumi, di ritorno economico e anche di benessere sociale, perché i dati suggeriscono che i residenti di queste abitazioni sono più spesso colpiti da povertà energetica. 

La proposta della Commissione è dare la priorità agli interventi su queste unità immobiliari di classe G, le meno efficienti: gli edifici pubblici e non residenziali dovranno essere ristrutturati per poter diventare almeno di classe F entro il 2027 e almeno di classe E entro il 2030; quelli residenziali almeno di classe F entro il 2030 e almeno di classe E entro il 2033. Per quanto riguarda gli edifici di nuova costruzione, dovranno essere tutti a emissioni zero dal 2030 (già dal 2027 se di proprietà di enti pubblici). La proposta del Consiglio, invece, è che ogni Paese membro stabilisca una traiettoria di miglioramento del proprio parco immobiliare, la cui performance media deve essere pari alla classe D.

La situazione in Italia e la spesa prevista
Tenendo conto che il parco residenziale italiano conta 12,2 milioni di edifici, una stima approssimativa indica che gli edifici da ristrutturare nei prossimi dieci anni sarebbero 3,1-3,7 milioni. È però difficile dirlo con certezza, per vari motivi. La revisione della direttiva ha infatti delle eccezioni e in particolare prevede l’esenzione di unità abitative molto piccole, seconde case, case vacanza, edifici usati a scopo di difesa, luoghi di culto e di interesse storico-culturale. In quest’ultimo caso saranno in realtà i singoli Stati a decidere i criteri con cui adeguare la normativa. 

È difficile anche stimare la spesa totale di questo massiccio piano di ristrutturazioni, che dovrà avvenire per forza con una combinazione di fondi pubblici e privati, anche perché gli interventi possibili (dalla sostituzione della caldaia all’installazione di pannelli solari) hanno costi molto diversi. Per questo la Commissione europea propone di rafforzare tutti gli strumenti che possano facilitare l’investimento iniziale per la ristrutturazione. 

Tra i fondi esistenti, il Fondo sociale per il clima prevede ad esempio sessantacinque miliardi in finanziamenti per i settori dell’edilizia e dei trasporti. Anche il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) include misure per l’efficientamento energetico degli edifici. Inoltre, gli Stati membri sono invitati a definire un piano di supporto tecnico e finanziario adeguato, che rispetti le priorità di intervento.

Cosa succede se un edificio di classe G non viene efficientato entro il termine previsto? La direttiva si applica agli Stati membri, non ai singoli cittadini: ciò significa che non prevede sanzioni per i proprietari degli immobili, ma incarica ciascun Paese di decidere in che modo e con quali criteri applicare e incentivare la direttiva europea. Alcuni Stati membri hanno ad esempio adottato il divieto di mettere sul mercato gli immobili che rimangono poco efficienti: è un meccanismo non obbligatorio a livello europeo né imposto dalla direttiva, ma può essere promosso come incentivo a livello nazionale.