Seduti su un vulcanoI debiti creati dalle operazioni sulle valute sono invisibili, ma possono causare sconquassi

Non compaiono nei bilanci e mancano nelle statistiche, però sono quasi tutti a brevissimo termine. Il rischio che una delle parti non riesca a consegnare la moneta dovuta può comportare perdite rilevanti per i partecipanti al mercato, a volte con conseguenze sistemiche

Un Vulcano in Guatemala
Foto di Gary Saldana su Unsplash

Il mercato dei cambi valutari, il cosiddetto «Foreign exchange FX», una parte importante della bolla finanziaria e dei derivati, vive una crescente fibrillazione. Il rischio di una grave crisi è grande. A dirlo è la Banca dei Regolamenti Internazionale di Basilea (Bri) nel suo recente “Triennual Survey”. Il succitato mercato è caratterizzato da un’eccezionale volatilità, dovuta all’andamento dei tassi d’interesse, all’aumento dei prezzi delle materie prime, all’inflazione e alle tensioni geopolitiche.

Il turnover nei mercati FX è, infatti, in forte rialzo a livello globale. Nell’aprile 2022 il fatturato è stato, in media, pari a 7.500 miliardi di dollari al giorno, un volume trenta volte superiore al Pil globale giornaliero. Il quattordici per cento in più rispetto al 2019.  Circa il novanta per cento delle operazioni sono fatte con la valuta americana. L’euro – la seconda valuta più scambiata, anche in dollari – ha una quota del trentuno per cento in forte calo rispetto al trentanove per cento del 2010. La valuta cinese è passata da meno dell’uno per cento di venti anni fa a oltre il sette per cento di oggi.

Si osservi che il predominio del dollaro nei mercati valutari globali è dovuto al fatto che solitamente due valute diverse non sono scambiate direttamente ma tramite il dollaro.

Secondo la Bri, a rendere più difficile la gestione è la maggiore frammentazione del trading sui cambi perché si è passati a forme bilaterali di negoziazione elettronica. La Bri parla di uno spostamento da forme «visibili» ad altre più opache. È la stessa differenza tra i derivati finanziari gestiti su piattaforme riconosciute e gli «otc», over the counter, anch’essi contratti bilaterali e tenuti fuori bilancio.

Una delle principali fonti di vulnerabilità è l’indebitamento in dollari insito nei mercati valutari. A differenza della maggior parte dei derivati, quelli sulle valute comportano lo scambio di capitale e quindi danno luogo a obblighi di pagamento (debiti) pari all’intero importo del contratto.

A metà del 2022 questo indebitamento in dollari ammontava globalmente a ottantacinque mila miliardi. Essendo tenuto fuori bilancio, esso è perciò «mancante» nella contabilità dei bilanci. Se si aggiungono tutte le monete, i debiti arrivano a novantasette mila miliardi di dollari, cioè pari al Pil globale del 2021 e tre volte il commercio mondiale. Cifre enormi e preoccupanti.

Per i soggetti non bancari fuori degli Usa, per esempio i fondi d’investimento, si stimano ventiseimila miliardi di obblighi di pagamento tenuti fuori bilancio, il doppio del loro debito in dollari registrato in bilancio. Nel 2016 erano diciassettemila miliardi. Le banche non statunitensi, quindi con un accesso limitato al credito della Federal Reserve, hanno circa trentanovemila miliardi di tali obblighi fuori bilancio, rispetto a quelli registrati nei bilanci pari a quindicimila. Sono più di dieci volte il loro capitale.

Le operazioni sulle valute, quindi, creano obblighi di pagamento (debiti) in dollari a termine che non compaiono nei bilanci e mancano nelle statistiche sul debito. Gran parte di questo debito è a brevissimo termine. Di conseguenza le esigenze di rollover, cioè il processo di mantenere una posizione aperta oltre la sua scadenza, comportano una grande tensione rispetto alla reale disponibilità di finanziamenti in dollari.

Lontano dagli occhi, afferma la Bri, non dovrebbe tuttavia significare lontano dalla mente. Il fatto che non si vedano non vuol dire che non esistano e che non possano provocare degli sconquassi. Durante la Grande Crisi Finanziaria del 2008 e durante le turbolenze del mercato di marzo 2020, sono stati necessari interventi straordinari della Fed per evitare il peggio. In tempi di crisi, le politiche volte a ripristinare il regolare flusso di dollari a breve termine nel sistema finanziario sono incerte, avvolte nella nebbia.

La Bri afferma che ogni giorno dello scorso aprile, un terzo del fatturato FX, circa 2.200 miliardi di dollari, era a rischio. Un aumento del sedici per cento in tre anni.

Perciò, il rischio che una delle parti coinvolte in una negoziazione di valute non riesca a consegnare la valuta dovuta, può comportare perdite rilevanti per i partecipanti al mercato, a volte con conseguenze sistemiche.

In passato ci sono stati persino casi di fallimento di alcuni attori coinvolti. In definitiva la Bri invita le banche centrali e i governi ad approntare con urgenza regole stringenti. Evidentemente ritiene che le parole e le danze degli sciamani della finanza non bastino. Ci sembra di stare seduti su un vulcano pronto a esplodere!