Scatti senza tempoVincent Peters usa la luce per tradurre lo stato d’animo delle celebrità

Dal 12 gennaio al 26 febbraio, a Palazzo Reale (Milano), la mostra Timeless Time proporrà novanta fotografie in cui l’illuminazione riesce a umanizzare personalità che, erroneamente, consideriamo di un altro pianeta

Emma Watson e Scarlett Johannsson (Ph. Vincent Peters, courtesy of AFF Comunicazione)

Christian Bale, Monica Bellucci, Vincent Cassel, Cindy Crawford, Penelope Cruz, Cameron Diaz, Scarlett Johansson, Emma Watson. Oltre alla straordinarietà delle loro vite e delle loro carriere, queste celebrità rimarranno per sempre unite da altri due aspetti: sono state fotografate da Vincent Peters e avranno uno spazio a Palazzo Reale (Milano) da giovedì 12 gennaio al 26 febbraio, nell’ambito della mostra (gratuita) Timeless Time

Peters, nato a Brema nel 1969, ha iniziato come fotografo di moda e si è poi specializzato nei ritratti delle celebrità, lavorando con le riviste e i brand più prestigiosi a livello internazionale. Contraddistinto da uno stile cinematografico, Peters è come se riuscisse a scolpire i suoi soggetti attraverso un uso sapiente della luce. È proprio su questo aspetto che si focalizzerà la mostra milanese (curata da Alessia Glaviano), dedicata a novanta lavori in bianco e nero in cui l’illuminazione non è affatto una componente marginale. 

Charlize Theron nel 2008 ((Ph. Vincent Peters, courtesy of AFF Comunicazione)

La luce può raccontare storie, enfatizzare o nascondere caratteristiche caratteriali oltre che fisiche. E, nel caso di Peters, trasmettere e definire emozioni che rischiano di restare latenti. Perché – anche se sembra scontato – le celebrità sono persone con le loro debolezze e i loro timori, e il fotografo tedesco è estremamente abile a entrare in sinergia con loro e accompagnarle in un’esperienza che va oltre il mero servizio fotografico: «Uno shooting è come una conversazione», ci ha raccontato nell’intervista che potete leggere qui sotto. 

Le foto esposte in Timeless Time sono state scattate tra il 2001 e il 2021, e una buona percentuale degli scatti selezionati da Glaviano ha un posto ben saldo nell’immaginario collettivo di tutti noi. Anche di chi non sa che dietro l’obbiettivo c’era Vincent Peters, che incasella i suoi lavori in un tempo senza età, rendendoli immortali. “Iconico” è uno dei termini più abusati in assoluto, ma nel caso dei lavori del fotografo tedesco è un aggettivo indubbiamente azzeccato. 

Quali strategie usi per mostrare, attraverso l’uso della luce, le emozioni dei soggetti che fotografi?
«Sono sempre stato affascinato dalla capacità intrinseca della luce di guidare e definire le emozioni. La luce, da sola, può raccontare una storia. Nella fotografia, l’occhio dirige il cuore. Con la luce io cerco di creare un’emozione particolare che traduca lo stato d’animo del soggetto. Ed è sempre con la luce che provo a narrare la storia che vorrei che il soggetto raccontasse». 

La luce aiuta a ricordarci che, in fondo, le celebrità sono persone “normali”?
«Ogni persona riflette la luce a modo proprio. Le celebrità sono persone comuni, proprio come i santi della religione cattolica. Hanno la capacità di andare oltre le nostre qualità con un po’ più di perfezione, e questo li fa apparire irraggiungibili. Sono la versione migliore di ciò che siamo e di ciò che ci piace essere. Proiettiamo su di loro il nostro desiderio. Quindi sì, proprio come nel Rinascimento la luce è uno strumento che ne valorizza le qualità. Ecco perché la foto di una celebrità può confermare le tue aspettative o darti un’idea completamente diversa da quella che ti aspettavi».  

Qual è il segreto per far sentire le celebrità a loro agio? 
«Devi guardare le persone negli occhi, trattarle con rispetto e curiosità. Io faccio sempre domande, ma non devo mai scordarmi della professionalità del contesto: in qualità di fotografo, devo fornire un risultato. Dunque devo essere in grado di gestire bene tutte le situazioni. In generale direi che un servizio fotografico è come una bella conversazione. Non è solo una questione di domanda e risposta: deve esserci uno scambio». 

Monica Bellucci nel 2006 (Ph. Vincent Peters, courtesy of AFF Comunicazione)

In che modo hai sviluppato le tue tecniche fondate sull’uso della luce?
«Ci sono due periodi storici differenti in cui l’illuminazione è stata utilizzata per esprimere le caratteristiche delle persone raffigurate nelle immagini: il Rinascimento e lo Studio system hollywoodiano negli anni Trenta e Quaranta. Entrambi hanno influenze molto profonde all’interno del mio lavoro, ma anche nella particolare qualità delle composizioni e dei set». 

Cosa speri di comunicare ai visitatori attraverso la tua mostra a Palazzo Reale? 
«Ci troviamo in un periodo storico in cui siamo abituati a vedere i risultati come caramelle, ma questo non porta a nessuna esperienza emotiva interessante. L’arte dovrebbe condurti in un determinato posto, ma dovrebbe anche fornire gli strumenti per finire l’esperienza in solitaria: non dovrebbe farlo lei al tuo posto. Ciò che viene frainteso dell’esperienza artistica è che le persone non vogliono fare sforzi o che non vogliono essere lasciate da sole con le proprie emozioni. Un certo senso di confusione potrebbe portare a una prospettiva inaspettata sulle cose. Ciò che conta non è quello che vedi, ma la sensazione che provi quando te ne vai». 

Qual è il tuo rapporto con Milano e qual è il ruolo che questa città ha ricoperto all’interno della tua carriera?
«Milano ha sempre rappresentato qualcosa di bello per me. Credo che la mia prima grande svolta sia stata la campagna di Miu Miu in cui ho lavorato con Miuccia Prada. In generale, tutta l’Italia ha un impatto forte sul linguaggio e sulla mitologia che uso nel mio lavoro. E apprezzo il modo in cui i film italiani riescono a spiegare la condizione umana».  

C’è una celebrità che non hai mai fotografato e con cui ti piacerebbe lavorare?
«Sì, ma le mie icone stanno diventando vecchie. Ho sempre voluto fotografare Mick Jagger, ad esempio. Oggi però è sempre più difficile trovare persone con quel fascino universale». 

Quale consiglio daresti a un giovane fotografo?
«Non cercare di impressionare le persone con skills tecniche ed effetti pop nelle tue foto. Prova a esprimerti con quello che di unico trovi dentro di te: lì c’è sempre qualcosa. Mio nonno diceva sempre: “Non devi guardare le stelle se porti l’universo dentro di te”».