Qualità, non quantitàLa leva obbligatoria, di cui si torna a parlare non solo in Germania, è un residuato bellico

Il ministro della Difesa tedesco Pistorius ha definito «un errore» l’abolizione del servizio militare. Ritenerlo «scuola della nazione», però, è un passatismo romantico: mancano le infrastrutture e i mobilitati, in divisa per pochi mesi, sono poco utili a eserciti professionalizzati

Il ministro della difesa tedesco Boris Pistorius a bordo di un Leopard
Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius a bordo di un Leopard (AP Photo/Martin Meissner)

Dopo soltanto una decina d’anni dalla sua abolizione, in Germania si è tornati a parlare di leva obbligatoria. Il dibattito è ricominciato dopo le dichiarazioni del ministro della Difesa Boris Pistorius, che ha recentemente definito come «un errore» la sospensione del servizio militare. Nell’intervista rilasciata al quotidiano Süddeutsche Zeitung, Pistorius ha sottolineato come i vantaggi del servizio militare debbano essere oggetto di una riflessione collettiva.

Il dibattito ha visto numerosi interventi, come quello della socialista Eva Högl, commissaria parlamentare per le forze armate, che ha esortato il governo a chiedersi se non sia necessaria una forma di servizio civile obbligatorio per far fronte alla carenza di personale nei ranghi dell’esercito tedesco. «Abbiamo sicuramente bisogno di maggiore personale nella Bundeswehr», ha dichiarato Högl al quotidiano Augsburger Allgemeine. Di recente, infatti, gli ufficiali dell’esercito hanno lamentato una carenza numerica: negli ultimi due decenni, la Bundeswehr si è ridotta da oltre 317 mila soldati a poco più di 183 mila.

Anche il capo della marina tedesca Jan Christian Kaack ha recentemente proposto il ritorno del servizio militare secondo il modello norvegese, in base al quale uomini e donne vengono chiamati per un esame al compimento del diciannovesimo anno di età, con una piccola percentuale di loro (tendenzialmente i più motivati) arruolata nell’esercito. «Credo che questo garantirà un livello di consapevolezza più alto a una nazione che ha bisogno di diventare più resistente in tempi come questi», ha detto Kaack.

Il governo tedesco, con molti dei suoi esponenti che reputano la questione soprattutto un grattacapo, si è affrettato a gettare acqua sul fuoco. «Tutti i nostri sforzi devono essere concentrati sul rafforzamento della Bundeswehr come esercito altamente professionale», ha dichiarato il ministro delle Finanze Christian Lindner alla Süddeutsche Zeitung, definendola una «disputa fantasma». Steffen Hebestreit, portavoce del governo, ha bollato la discussine come «insensata», aggiungendo che la trasformazione della Bundeswehr da esercito di leva a esercito professionale «non può essere invertita da un momento all’altro».

D’altronde, il servizio militare è un elefante nella stanza da anni per la società tedesca. Per più di cinquant’anni, dal 1956 al 2011, gli uomini sono stati obbligati a svolgere una qualche forma di servizio civile al compimento del diciottesimo anno di età; chi non avesse voluto prestare servizio nell’esercito aveva la possibilità di svolgere lo Zivildienst in istituzioni civili come ospedali o case di riposo.

Entrambi i servizi sono stati sospesi sotto il governo guidato da Angela Merkel nel 2011, con l’obiettivo di professionalizzare le truppe e ridurre le dimensioni della Bundeswehr. Ora l’esercito tedesco è composto solo da soldati di carriera e da truppe con contratto a lungo termine.

Tuttavia, c’è ancora una clausola che consente allo Stato di arruolare uomini nelle forze armate: si tratta dell’articolo dodici della Legge fondamentale tedesca, il quale dichiara che «Gli uomini possono essere obbligati a prestare servizio nelle forze armate, nella Guardia Federale di Frontiera o in un’unità di protezione civile a partire dall’età di diciotto anni».

La questione, però, non sembra fermarsi solo alla Germania. Numerosi politici in tutta Europa hanno a lungo sostenuto la reintroduzione della leva facendo appello a motivazioni che non hanno nulla a che fare con la strategia militare. La nozione romantica del servizio obbligatorio come «scuola della nazione» costituisce le fondamenta queste narrazioni. Sembra di sentir riecheggiare le parole di Matteo Salvini dell’agosto scorso, quando il leader del Carroccio diceva che «Reintrodurre un annetto di servizio militare per i nostri ragazzi e per le nostre ragazze potrebbe essere molto utile». Insomma, «un momento formativo».

Non a caso, quando Pistorius ha parlato di errore, si riferiva esplicitamente all’accettazione sociale delle forze armate nella società tedesca. «A quei tempi c’era un soldato di leva nella maggior parte delle famiglie», ha spiegato il ministro. «Il che significava che c’era sempre un legame con la società civile». Citando gli attacchi ai vigili del fuoco e agli agenti di polizia, Pistorius ha dichiarato: «Sembra che la gente abbia perso la consapevolezza di essere parte dello Stato e della società. […] Assumersi delle responsabilità per un periodo potrebbe far aprire gli occhi e le orecchie».

Non si tratta di idee innovative, né da un punto di vista sociologico né militare. Fino alla caduta del muro, si riteneva che avere un esercito di massa producesse due benefici: contribuiva a mantenere l’Europa sicura scoraggiando un attacco via terra dell’Armata Rossa e aiutava a legare i cittadini – in particolare i giovani maschi – ai valori di una nazione. Nel corso del tempo, tuttavia, la storia e il progresso socioeconomico hanno aumentato i costi della coscrizione, riducendone i benefici.

Dal punto di vista militare, il crollo dell’Urss, unito all’emergere del terrorismo internazionale, ha cambiato la natura della guerra contemporanea, spingendo i paesi europei a concentrarsi sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Inoltre, man mano che la cosiddetta «economia della conoscenza» è diventata centrale in Europa, i vantaggi della leva sono diminuiti drasticamente. Per questi motivi, la stragrande maggioranza dei Paesi ha scelto di interrompere il servizio militare a partire dai primi anni Novanta, con scarsa opposizione da parte dell’opinione pubblica.

Gli studi di tre ricercatori italiani (Vincenzo Bove, Riccardo Di Leo e Marco Giani) suggeriscono infatti che, lungi dall’aumentare la fiducia nelle istituzioni democratiche, la coscrizione può avere l’effetto opposto. La leva, così come la conosciamo, è un’esperienza di vita intensa, lunga e coinvolgente che si svolge in un’età di massima formazione: ha il potenziale per indirizzare la socializzazione politica di ogni individuo. Esponendo i giovani a un contesto militare, che combina dinamiche gerarchiche chiaramente identificate, un insieme di valori e regole condivise e una comunità coesa, le politiche di coscrizione sembrano promuovere il primato delle forze armate sulle istituzioni democratiche, di cui si diffida.

In questa ricerca emerge come gli uomini arruolati poco prima della fine del servizio di leva abbiano mostrato livelli di fiducia nelle istituzioni, nei politici e nei partiti significativamente e sostanzialmente inferiori rispetto a coloro che sono stati esentati dal servizio. Lo stesso effetto non si osserva tra le donne delle stesse coorti anagrafiche, che non sono state direttamente interessate dalla riforma della coscrizione, ma sono state esposte allo stesso contesto politico.

Anche se in parte motivato da preoccupazioni geopolitiche, il dibattito in Europa si basa principalmente sull’idea che il servizio militare obbligatorio possa promuovere i valori civici tra i giovani. I risultati mettono in dubbio questa tesi, suggerendo che i politici dovrebbero seguire altre strade per dialogare con le giovani generazioni.

Il ritorno del servizio militare obbligatorio, infine, richiederebbe allo Stato di spendere milioni di euro per ricostruire e ammodernare le caserme e acquistare armi ed equipaggiamenti per l’addestramento, anche perché il numero di coscritti idonei sarebbe più alto che in passato: come in Norvegia, una versione moderna della coscrizione militare dovrebbe probabilmente applicarsi anche alle donne oltre che agli uomini. Soprattutto, a sfuggire sarebbe l’effettiva utilità di questa manovra: dal momento che gli eserciti moderni richiedono personale addestrato a un hardware militare sempre più complesso, chi presta servizio solo per pochi mesi sarebbe di scarsa utilità.

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