Dominio dell’ariaPerché l’Ucraina ha bisogno degli aerei da combattimento F16

Il caccia multiruolo già usato da molti alleati Nato è l’unica arma che può assicurare a Kyjiv un vantaggio significativo nei cieli: sarà fondamentale nel caso in cui, come prevedibile, l’invasione russa dovesse protrarsi ancora a lungo

AP/Lapresse

Punto a capo, il dibattito sull’invio di armi all’Ucraina è ormai ciclico, come le soap opera o le migrazioni degli uccelli. Kyjiv fa richiesta di un nuovo sistema d’arma, cruciale per rispondere a un cambio di strategia russo; i Paesi europei (Germania e Italia in testa) si mostrano scettici; la tensione fra Ucraina e Europa si scarica su Washington, mettendo in difficoltà i governi del Vecchio Continente; le capitali occidentali si accordano e nuovi carri armati – o sistemi antiaerei, o missili a lunga gittata – vengono consegnati ai difensori.

Questa volta è il turno degli aerei da combattimento. La richiesta di invio di caccia multiruolo F-16 di produzione americana è arrivata per bocca del viceministro della Difesa Andrei Melnyk pochi minuti dopo l’annuncio sui Leopard 2. Questo messaggio è stato poi ripreso da molti account della twittersfera ucraina, incluso il ministero della Difesa, che ha twittato un laconico «F-16», senza ulteriori spiegazioni.

L’F-16 questo sconosciuto
L’aereo sembra essere diventato il nuovo frutto proibito del rapporto fra l’Ucraina e i suoi sostenitori occidentali. Su entrambe le sponde dell’Atlantico ci sono infatti molte perplessità. Incalzato dalle opposizioni, il cancelliere Olaf Scholz si è detto contrario all’invio di aerei, e secondo indiscrezioni del Financial Times i sostenitori dell’Ucraina al Pentagono sono ancora impegnati in un’opera di persuasione nei confronti dei vertici del Dipartimento della Difesa.

Detto questo, la dialettica esasperata che ha accompagnato la precedente decisione sui panzer sembra aver convinto molti leader e opinionisti a trattare con più sobrietà il tema. Il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro olandese Mark Rutte si sono mostrati aperti alla discussione, mentre Lockheed Martin si è detta pronta a rifornire l’Ucraina in caso di necessità (i produttori del Leopard 2 erano stati molto più ambigui sulla propria capacità di produrre panzer a sufficienza, suggerendo un desiderio di adeguarsi alle richieste politiche di Berlino).

Il dibattito sul F-16 è oggettivamente meno isterico di quello sui carri armati anche a causa dell’oggettiva complessità tecnica e dottrinale insita nella fornitura di jet. L’F-16 è un caccia multiruolo prodotto a partire dagli anni Settanta e aggiornato numerose volte. Si definisce “multiruolo” perché, pur nascendo come aereo da superiorità aerea – cioè concepito per abbattere gli aerei nemici –, è in grado di svolgere diversi tipi di missione, anche l’attacco contro obiettivi di terra.

È utilizzato da trenta Paesi, otto Stati europei della Nato, permettendo così un ampio sostegno e una distribuzione dei costi equa fra gli alleati, come fu per il Leopard 2. Ma addestrare gli ucraini per l’utilizzo di un F-16 è di gran lunga più difficile rispetto all’artiglieria o ai carri armati, e richiederebbe almeno sei mesi: è dotato di una serie di miglioramenti (radar molto efficaci, munizioni guidate di alta qualità e diverse funzioni high-tech) non presenti nei Mig-29 ucraini.

Perché finora non si è parlato di aerei
Rispetto a sistemi di terra relativamente semplici (e chi ha seguito la questione su Linkiesta in queste settimane sa che non c’è niente di semplice nell’operare una formazione corazzata), l’integrazione di un caccia moderno nelle forze aree richiede uno sforzo importante in termini organizzativi.

Il sistema di supporto attorno all’aereo – manutenzione, ammodernamento, riparazioni, addestramento – è importante tanto quanto le ore di volo del velivolo, e un transfer di velivoli andrebbe accompagnato da un profondo impegno Nato in termini di materiale e know how. C’è anche la questione costi: un F-16 costa fra i dodici e i sessantaquattro milioni di dollari a seconda del modello, e soprattutto le varianti più vecchie hanno una durabilità in termini di ore di volo minore rispetto alle loro controparti.

Ma non c’è solo la dimensione operativa. Il passaggio a un aereo di produzione occidentale implicherebbe potenzialmente un cambio di paradigma strategico per le forze ucraine e i suoi sostenitori, che finora hanno privilegiato un approccio più “post-sovietico” al conflitto. La difesa dello spazio aereo ucraino è stata affidata a cannoni antiaerei e a missili terra-aria (come il Samp/T italofrancese), mentre il bombardamento delle truppe russe è stato svolto dall’artiglieria e da sistemi balistici. Questo è dovuto dalla natura contesa dei cieli sopra il campo di battaglia. Nessuno dei due Paesi è stato in grado di imporre la propria supremazia aerea sull’altro, e la proliferazione di sistemi antiaerei molto efficaci ha spinto entrambe le parti a essere prudenti nell’uso dell’aeronautica.

Perdere un aereo, e soprattutto il pilota, comporta un costo elevato, e dove possibile si è preferito ricorrere ad abbondanti unità di artiglieria. Effettivamente, questo approccio si è rivelato un successo per gli ucraini: grazie a sistemi di artiglieria come l’Himars e presto l’Atacms, Kyjiv è riuscita a sferrare attacchi sui centri nevralgici dell’«operazione speciale» russa e mettere in difficoltà le forze di invasione.

Perché all’Ucraina serviranno aerei
Tuttavia, non è da escludere che un giorno l’Ucraina non possa più permettersi un approccio interamente terrestre. Nel medio e lungo termine, la Russia sembra infatti favorita nella guerra aerea. La mancanza di superiorità aerea non significa che in questo anno siano mancati i combattimenti, anzi. I Su-35 e Mig-31 russi hanno una portata maggiore degli aerei ucraini, che sono in netto svantaggio nel combattimento diretto. In più, il logoramento degli assetti ha un effetto relativo molto più pesante sull’aeronautica ucraina rispetto a quella russa. Pur con difficoltà, i russi possono ancora sostituire gli assetti abbattuti e riparare gli aerei danneggiati. Mentre in assenza di una produzione indigena di aerei e pezzi di ricambio, Kyjiv non può sostituirli. Soprattutto, i difensori non possono permettersi di perdere troppi piloti, il cui addestramento è molto più prezioso dell’aereo stesso.

Se l’Ucraina non sarà in grado di rimpiazzare i propri aerei e migliorare le speranze di sopravvivenza dei piloti in combattimento, la Russia avrà sicuramente maggior margine di manovra per mitigare gli effetti della contraerea ucraina.

Pur non potendo imporre un dominio totale dell’aria, è verosimile che i russi cercheranno di guadagnarsi il controllo dei cieli in una manciata di settori, spianando la strada a offensive di terra e andando a caccia dei sistemi di artiglieria ucraini. Questo è anche il motivo per il quale il dibattito sui F-16 è stato lanciato proprio adesso: in primavera e estate, entrambi gli schieramenti proveranno a lanciare le proprie offensive. In questo frangente, una delle priorità sarà esattamente quella di garantire la superiorità aerea locale e escogitare tattiche per superare lo stallo della guerra di posizione, imposta dai duelli di artiglieria di questi mesi. È probabile che lo strumento aereo avrà un ruolo centrale in questo tentativo di sblocco.

È difficile a dirsi se i decisori occidentali faranno “ammuina” come è avvenuto per i veicoli corazzati. Le obiezioni mosse da chi ha dubbi sulla fornitura di jet, che si tratti di F-16 o dei meno costosi Saab Gripen suggeriti dal think tank britannico Rusi, sono tutte legittime. Ad ogni modo, il tema dei jet continuerà ad accompagnarci se il conflitto si protrarrà nel corso del 2023.

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