Populismo differenziatoL’autonomia di Calderoli moltiplica i danni della riforma ulivista del Titolo V del 2001

Se passasse il disegno di legge proposto dal ministro leghista, il Parlamento sarebbe estromesso dal processo che deve definire quale sia il livello essenziale delle prestazioni per tutti i cittadini italiani su temi cruciali come scuola e sanità

Dopo i governi pentaguidati, che nella scorsa legislatura hanno nuovamente relegato le politiche per il mezzogiorno all’assistenzialismo improduttivo e alla dipendenza socio-economica, e dopo un breve, fortunato e illuminato momento in cui sembrava che, con il governo Draghi e l’avvio del Piano nazionale di ripresa e resilienza, fosse finalmente iniziata una stagione di politiche in grado di affrontare in modo strutturale il divario territoriale tra le regioni del nostro paese, il Sud torna ad essere esposto al rischio di un’ulteriore marginalizzazione. Rischio molto concreto, se si desse davvero attuazione alla cosiddetta autonomia differenziata, come prospettata nella proposta del ministro Roberto Calderoli approvata dal Consiglio dei ministri.

Sono passati più di vent’anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione, che – è il caso di ricordarlo – originariamente provò a tener conto della pluralità e delle differenze esistenti nel tessuto sociale, culturale, politico ed economico del nostro Paese e portò quindi l’Assemblea costituente a concludere che la Repubblica italiana dovesse garantire l’equilibrio tra il principio di unità dello Stato e quello del decentramento dei poteri costituzionali.

Passarono vent’anni prima che nel 1968 venisse approvata la legge che disciplinava l’elezione dei consigli nelle regioni a statuto ordinario. Un ritardo importante, legato a considerazioni di opportunità più politica, che istituzionale, nell’Italia in cui l’appartenenza atlantica, nel pieno della Guerra Fredda, rendeva impossibile l’attribuzione di veri poteri politico-legislativi a organi elettivi egemonizzati in diverse regioni dal Partito Comunista Italiano.

Ma dal 1970, quando le regioni videro finalmente luce, alla riforma del Titolo V di anni ne passarono altri trenta, senza che il regionalismo italiano desse segni di particolare efficienza e capacità di interpretare i bisogni territoriali, se non in una logica localistica, rivendicativa, vittimistica e protestataria.

La riforma del 2001, approvata dalla sinistra, non fu il tentativo di razionalizzare il regionalismo italiano, ma di arginare la crescita della destra condizionata dall’ipoteca leghista, in cui il cosiddetto federalismo era semplicemente la versione istituzionalmente non eversiva della vecchia e mai rinnegata istanza secessionista.

Con questo stesso spirito oggi la Lega spinge a usare l’autonomia differenziata voluta dalla sinistra, come in precedenza provò a usare la cosiddetta devolution, cioè la riforma costituzionale approvata dalla maggioranza berlusconiana nel 2006 e poi bocciata nel referendum confermativo.

Anziché procedere inerzialmente sulla strada tracciata nella riforma del 2001, oggi bisognerebbe aprire una riflessione onestamente revisionistica sui suoi esiti.

Durante il Covid è emerso in modo evidente quanto possa essere inefficiente un sistema di competenze concorrenti per prendere decisioni coordinate e coerenti su questioni che toccano profondamente la vita delle persone, soprattutto in settori cruciali quali la sanità pubblica e l’istruzione. Ci sono inoltre materie, come il turismo, i trasporti, le opere infrastrutturali e la produzione di energia, in cui una regia centralizzata che definisca regole comuni, ragionando con una visione di sistema e non per singole parti, è strategicamente più efficace ed efficiente. Ne è prova il fatto che l’ambiguità nella potestà legislativa – presente in molte materie di legislazione concorrente – ha di fatto, in questi anni, determinato un pesante rallentamento nelle decisioni operative, sempre più soggette a lunghe discussioni in Conferenza Stato Regioni e all’arbitrato della Corte Costituzionale. 

Anche sul piano finanziario, pur non potendo affermare che la riforma sia stata l’unica causa di questo fenomeno, a partire dall’inizio degli anni 2000 si è verificato un aumento della spesa pubblica locale, in particolare in ambito sanitario: le regioni hanno speso più di quanto avessero a disposizione, soprattutto al Sud, a fronte di un abbassamento drammatico del livello di servizio.

Però, anche al netto delle valutazioni di merito sugli esiti di quella riforma, resta comunque chiaro che l’assetto definito nelle linee essenziali dall’articolo 119 della Costituzione, come modificato nel 2001, configurava un modello volto a perseguire finalità di carattere solidaristico, che nulla hanno a che fare con le derive disgregative innescate dalle attuali forze di maggioranza, con il solo alibi della definizione di LEP, però interamente assegnati alla discrezionalità dell’esecutivo. 

Il Parlamento, sulla base della proposta Calderoli, sarebbe estromesso dal processo che deve definire quale sia il livello essenziale delle prestazioni per tutti i cittadini italiani su temi cruciali come scuola e sanità. 

È evidente che l’istanza federalista, a cui si accompagna la richiesta di maggior potere legislativo, oggi (come ieri) esprime l’antagonismo tra regioni nella ripartizione delle risorse fiscali, e non rappresenta una reale risposta alla richiesta di adeguamento delle scelte pubbliche alle peculiarità di ciascun territorio. Per altro non è nemmeno realistico credere che una maggiore autonomia legislativa possa di per sé essere garanzia di buona amministrazione delle risorse: in talune materie è esattamente il contrario.

L’Italia alle prese con la gestione del Pnrr e con la necessità di avere processi decisionali tempestivi ed efficienti non ha bisogno di più leggi e di ulteriori conflitti di competenza. L’autonomia amministrativa è sufficiente per ottenere tutto quello che è necessario per adeguare le norme alle specificità delle realtà territoriali. Peraltro, in un momento di difficoltà economica e sociale come quello che il Paese sta attraversando per un complesso di ragioni nazionali e internazionali, non possiamo permetterci di innescare processi sperequativi che acuirebbero ulteriormente le disuguaglianze sociali di alcuni territori. 

È innegabile che il conferimento alle regioni di materie cruciali per la vita delle persone ha creato palesi disuguaglianze tra i cittadini delle regioni meridionali e quelli delle regioni del centro nord, creando l’humus su cui naturalmente germoglia e dilaga la propaganda populista. L’attuazione distorta del federalismo fiscale, fino ad oggi in assenza dei LEP, e il venir meno di un controllo centrale per garantire l’economicità della spesa e standard delle prestazioni omogenei, hanno consentito che l’inefficienza gestionale e i relativi disavanzi di sistema, spesso derivanti da logiche di governo basate su criteri tutt’altro che aziendalistici,si traducesse nell’incapacità di alcune regioni di offrire quei servizi essenziali che pure dovrebbero essere garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, come sancito dal dettato costituzionale. 

In particolar modo, in ambito sanitario il venir meno della funzione di riequilibrio svolta dal SSN in seguito al conferimento alle regioni di un’autorità legislativa che ha legittimato scelte operative spesso molto differenti, ha generato disuguaglianze importanti ed ingiuste. È un dato indiscutibile che prestazioni fondamentali come quelle riguardanti le cure primarie, l’assistenza neonatale, la gestione delle urgenze e, non meno importante, la prevenzione, siano quantitativamente e qualitativamente presenti in misura drammaticamente diversa tra una regionee l’altra. È emblematico che alla fine degli anni ’90 l’aspettativa di vita nelle regioni del sud fosse maggiore che in quelle del nord, mentre oggi la situazione appare praticamente ribaltata. 

Il rapporto Osservasalutehttps://osservatoriosullasalute.it/osservasalute/rapporto-osservasalute-2021 dell’Osservatorio Nazionale sulla salute nelle regioni italiane, che approfondisce il tema delle disuguaglianze sociali nella salute in Italia, evidenzia un divario tra regioni del nord e regioni del sud, dove il tasso di decessi per cancro e altre malattie croniche – su cui impattano un’efficace prevenzione e la capacità di agire in urgenza – è maggiore alla media nazionale. I dati presentati dall’Osservatorio nel 2021 testimoniano il sostanziale fallimento delle politiche sanitarie: “troppe e troppo marcate le differenze regionali e sociali rispetto all’aspettativa di vita e alle condizioni di salute”.

In generale poi la questione dell’autonomia va anche letta in modo più laterale: se è vero che l’attuazione incompiuta e distorta del federalismo fiscale ha fatto sì che per anni i territori con scarsa capacità fiscale venissero deprivati di parte delle risorse necessarie a garantire molti dei servizi correlati ai diritti sociali e civili propri di tutti i cittadini italiani, aggravando quindi il divario territoriale, buona parte della responsabilità di tutto questo è ascrivibile alla classe politica meridionale, poco attenta e presente ai tavoli di discussione e decisione sulle scelte attuative. 

Si tratta di quella stessa classe politica che oggi rivendica la giusta perequazione delle risorse, senza però assumere mai un impegno di piena responsabilità sui risultati nell’utilizzo delle risorse richieste. È esattamente qui il nodo cruciale di un discorso realistico e corretto sull’autonomia differenziata, perché il problema del divario territoriale non si risolve con la sola redistribuzione delle risorse in funzione dei fabbisogni standard e con l’introduzione dei LEP in luogo della spesa storica.

La perequazione non è solo questione di risorse disponibili, ma è anche e soprattutto una questione di capacità di governo nella gestione delle risorse.

La gestione di risorse importanti, come quelle destinate alla Sanità, ha solo accresciuto il potere e la discrezionalità della classe politica locale, cosa che – in molti casi, e prevalentemente nel sud Italia – ha finito per alimentarele ataviche logiche clientelari e le inefficienze croniche della Pubblica Amministrazione. Se a questo aggiungiamo il proliferare del populismo che si nutre proprio delle disuguaglianze sociali, con il suo reflusso assistenzialistico, sembra verosimilmente impossibile immaginare quel controllo democratico da parte dei cittadini, che era uno dei presupposti essenziali affinché la riforma cosiddetta federalista potesse avere un impatto positivo sulla capacità di governo degli amministratori locali.

Nell’analizzare le possibili evoluzioni dell’assetto istituzionale dello Stato, non si può prescindere dalla realtà del nostro sistema politico e non tener conto dei sui vizi storici. L’autonomia è stata e sarà disfunzionale in contesti in cui il potere si sostanzia nell’occupazione, da parte della politica, di ruoli decisionali decisivi per la gestione delle risorse, al solo fine di consolidare e perpetrare ulteriormente quel potere. 

Tutto questo produce un vero e proprio corto circuito sistemico, perché il mal governo di alcuni territori, aggravato appunto dal maggior potere conferito dall’autonomia, chiaramente alimenta la narrazione delle regioni “virtuose”, che pertanto rivendicano una sempre maggiore autonomia. 

Pensare che si possano contrastare le inefficienze dovute alla cattiva gestione delle risorse al sud perseguendo una maggiore autonomia, che di fatto sottrae risorse ai suoi cittadini, non solo è ideologicamente sbagliato ma è politicamente ed economicamente fallimentare. L’autonomia differenziata sarebbe semplicemente un “di più” dei difetti e dei danni prodotti fino ad oggi dal federalismo all’italiana.

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