I muscoli della CapitanaLo strano patriottismo di chi pretende applausi anche per gli autogol

Ancora una volta, come a suo tempo nei confronti dei grillini, per liberaldemocratici e progressisti si pone il problema di quale sia la strategia migliore da adottare, in Italia e in Europa, verso la doppiezza populista

La realtà è quasi sempre molto più banale di qualunque analisi politica. A dispetto dell’abusata citazione, tutti i politici pensano alle prossime elezioni, fosse anche solo per la ragione che, perse quelle, delle prossime generazioni non avrebbero comunque modo di occuparsi.

Alla luce di queste indubitabili verità, la nuova crociata di Giorgia Meloni contro Emmanuel Macron si potrebbe spiegare semplicemente con le imminenti elezioni regionali in Lombardia e nel Lazio. Da ogni altro punto di vista, infatti, la sua protesta per l’«inopportuno» invito del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, accolto a Parigi assieme al cancelliere tedesco Olaf Scholz, non fa che evidenziare la debolezza della posizione italiana, tanto più dopo gli imbarazzanti sviluppi sanremesi della nostra politica estera. Una debolezza ulteriormente sottolineata, com’era inevitabile, dalla secca replica del presidente francese, oltre che dal mancato bilaterale tra Meloni e Zelensky, incontro che pure il governo si era già rivenduto alla stampa.

È verosimile che a spingere Meloni all’attacco sia stata proprio la lettura degli articoli dedicati al vertice di Parigi dai giornali italiani, con quella foto di Mario Draghi sul treno per Kyjiv accanto a Macron e Scholz prontamente ripubblicata, a ricordo di quando le cose andavano diversamente.

Lo schema seguito da Meloni, del resto, non è certo nuovo. Si tratta come al solito di rimotivare la propria base additando la minaccia esterna – ieri anarchici e mafiosi, oggi il presidente francese, secondo solo a George Soros nella folta galleria di capri espiatori del populismo europeo – per poi accusare l’opposizione di intelligenza con il nemico, alto tradimento, atteggiamento antinazionale.

Come da copione, infatti, anche questa volta è arrivato puntuale il provocatorio invito a «non tifare contro l’Italia» all’estero, rivolto all’opposizione da quella stessa maggioranza che ha appena finito di accusare il Partito democratico di tifare per mafiosi e terroristi.

La banalità di questo trucco ricorrente nasconde però problemi più seri. Il primo riguarda i futuri equilibri all’interno dell’Unione, con l’ipotesi che all’indomani delle elezioni europee del 2024 il Ppe possa costituire una nuova maggioranza, sostituendo socialisti e liberaldemocratici con il gruppo conservatore-sovranista di Meloni e dei populisti polacchi.

Scenario già di per sé niente affatto rassicurante per il futuro dello stato di diritto nel continente, ma davvero da incubo se sommato a una possibile vittoria repubblicana alle presidenziali americane dello stesso anno: allora sì che potremmo verificare la solidità della cultura democratica della destra italiana.

Il secondo problema è che, in attesa di un simile test, Meloni e il suo partito continuano a oscillare vistosamente, accarezzando ora la narrazione sulla presunta svolta draghiana (specialmente in economia e in politica estera), ora la tentazione della deriva orbaniana (specialmente su immigrazione e sicurezza). Ed è significativo anche che l’opposizione del Movimento 5 stelle consista quasi esclusivamente nel rimproverare loro la prima anziché la seconda, il tradimento delle promesse populiste piuttosto che il tentativo di tener fede alle proprie parole d’ordine a scapito di migranti e naufraghi. Del resto, come potrebbe scandalizzarsene proprio Giuseppe Conte, che dei decreti sicurezza voluti da Matteo Salvini può essere considerato a buon titolo il «genitore 2»?

Ancora una volta, come a suo tempo nei confronti dei populisti grillini, per i partiti liberaldemocratici e progressisti si pone dunque il problema di quale sia la strategia migliore da adottare, in Italia e in Europa: se e fino a che punto accreditare svolte di dubbia consistenza (come dimostra proprio il caso del Movimento 5 stelle contiano, già rifluito sulle posizioni di Alessandro Di Battista) o se invece raccogliere la sfida politica e culturale della destra, rispondendo con una mobilitazione non meno forte e orgogliosa, tanto più legittima di fronte al carattere infamante delle accuse lanciate dalla maggioranza persino nell’aula del parlamento, con la totale copertura di Palazzo Chigi.

Certo è che la sinistra non può accettare la retorica di sapore anni trenta sull’opposizione anti-patriottica, tanto più fuori luogo considerando i magri risultati conseguiti finora dal governo in nome dell’interesse nazionale. Tifare la squadra del proprio paese non significa esultare a ogni autogol del suo capitano (o capitana che dir si voglia).

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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