Minacce sottovalutateL’aumento dei batteri resistenti agli antibiotici a causa della crisi climatica

Il riscaldamento globale può incrementare le mutazioni casuali nei microbi, che risultano sempre più aggressivi e difficili da combattere con i farmaci attualmente disponibili. Un problema che, secondo l’Onu, ha causato quasi cinque milioni di morti nel solo 2019

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Se le temperature si alzano, i batteri proliferano e si fortificano. Tra le innumerevoli minacce all’ecosistema e alla nostra salute causate dal cambiamento climatico, c’è anche l’aumento della cosiddetta resistenza antimicrobica (Amr), ossia la capacità di alcuni gruppi batteriologici di resistere agli antibiotici. 

Secondo un rapporto dell’Unep, il Programma delle Nazioni unite per l’ambiente, dal titolo Bracing for Superbugs, il riscaldamento globale gioca un ruolo determinante nella diffusione dei cosiddetti “superbatteri”: pericolosi ceppi che possono causare gravi infezioni e che, per la loro capacità sopravvivere con più probabilità ai farmaci, rendono gli antibiotici meno efficaci. 

In che modo? Secondo i ricercatori, temperature più alte e inquinamento di aria, suolo e corsi d’acqua possono determinare l’aumento del tasso di crescita batterica e quello di diffusione dei germi resistenti agli antibiotici. 

«L’innalzamento della temperatura può incrementare il tasso di mutazioni casuali nei batteri», spiega a Linkiesta Luciano Tofani, medico igienista e micologo del dipartimento di Prevenzione, protezione e sorveglianza sanitaria dell’Asl 5 di La Spezia. «Una popolazione batterica è quindi in grado di conservare e trasmettere una mutazione, fra le tante, utile a superare un’aggressione antibiotica»: ciò significa che i batteri mutati risultano sempre più forti e resistenti. 

Il vero problema sta nel fatto che «temperature maggiori possono aumentare la probabilità di errore durante la replicazione del Dna e, quindi, incrementare il tasso di mutazioni che, secondo alcuni studi, possono essere fino a dieci volte superiori rispetto a quelli osservati a temperature più basse», spiega Tofani. Quindi, più mutazioni genetiche si verificano, maggiori sono le eventualità che nascano batteri ancora più aggressivi. 

Nello specifico, «le mutazioni che a noi “interessano” sono, ovviamente, quelle che conducono ad una resistenza ai farmaci chemioterapici (utilizzati per la cura dei tumori e, più precisamente, per eliminare le cellule cancerose e impedirne la moltiplicazione, ndr)». Non esiste, secondo l’esperto, «una stima precisa del numero di variazioni genetiche in relazione a un aumento specifico della temperatura. I tassi di mutazione possono variare in base a molteplici fattori, come la specie batterica, il tipo di mutazione, la presenza di fattori di protezione o di agenti mutageni e molto altro ancora». 

C’è da fare una precisazione: «Batteri, funghi e virus non possono essere collocati in una sorta di oscuro recipiente dal quale fuoriescono malevoli minacce per la salute umana. Sarebbe un errore considerare alla stessa stregua virus, batteri e funghi. I virus sono parassiti obbligati, i batteri sono dei procarioti, ovvero organismi che non hanno nucleo separato all’interno della cellula, e i funghi sono degli eucarioti: hanno cellule con nucleo e, dal punto di vista evolutivo, hanno molto in comune con il regno animale», precisa il medico.

Secondo Tofani, ci sono altri fattori da tenere in considerazione. «Le temperature più alte aumentano anche l’attività metabolica che, da un lato, provoca una crescita batterica più rapida e, dall’altro, genera danni cellulari che portano a un tasso più elevato di morte cellulare. Il riscaldamento globale ha anche un impatto sul contenuto idrico dell’ambiente che, alterandosi, influenza la disponibilità di nutrienti e, di conseguenza, anche la crescita e la sopravvivenza dei batteri», sottolinea. Tali condizioni estreme, legate a un eccessivo calore, possono creare una sorta di “selezione naturale” che determina la sopravvivenza di alcune forme di vita a discapito di altre.

La vita biologica, prosegue il medico, «è segnata da fenomeni di concorrenza vitale a volte molto brutali. Alcune di queste “gare” si sviluppano anche all’interno del nostro corpo, dove, a livello intestinale, batteri e funghi giocano partite molto importanti per la nostra salute. Quando una popolazione più “cattiva” riesce a sopraffare un’altra più “buona”, cioè più utile alla nostra sopravvivenza, anche le nostre funzioni biologiche ne risentono pesantemente». 

Giudicata dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) come una delle principali minacce globali per la salute, la resistenza antimicrobica ha causato, nel 2019, circa 4,95 milioni di morti. Gli studiosi dell’Unep prevedono fino a dieci milioni di decessi ogni anno entro il 2050 per lo stesso motivo. 

Ma non solo. Potrebbero esserci ripercussioni anche dal punto di vista economico: gli esperti parlano infatti di un calo del Pil di almeno 3,4 trilioni di dollari all’anno entro il 2030 a causa della resistenza antimicrobica, spingendo ventiquattro milioni di persone in più nella povertà estrema. Come ha sottolineato anche Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep, «l’inquinamento causa il degrado ambientale e mina il diritto umano a un ambiente pulito e sano».

Quali potrebbero essere le soluzioni? Il rapporto elenca una serie di misure per affrontare sia questo fenomeno, sia il declino ambientale. Secondo gli esperti, sarebbe opportuno migliorare la considerazione dell’ambiente nei piani d’azione nazionali contro la resistenza antimicrobica, e viceversa; creare quadri di governance e pianificazione solidi e coerenti a livello nazionale e aumentare gli sforzi globali per promuovere i servizi igienico-sanitari in tutto il mondo, al fine di limitare la diffusione dei superbatteri.

«La questione, inutile nasconderlo, è politica», conclude Tofani. «L’innalzamento della temperatura è stato ed è determinato, fondamentalmente, dalle attività incontrollate di produzione ed accrescimento della ricchezza del meno del venti per cento della popolazione globale. Questa piccola percentuale, progressivamente in riduzione e potenzialmente capace di preservarsi una certa quota di salute fisica ed ambientale, riversa sul restante ottanta per cento, repentinamente in aumento, le conseguenze negative delle predette attività, senza che le popolazioni offese, ossia le più povere, possano attivare valide barriere o costruire ambienti di vita meno ostili».

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