Operazione fallitaLa drammatica inconsistenza della Cgil e di tutto il fronte d’opposizione

Dal Congresso di Rimini sono emerse tutte le difficoltà del maggior sindacato italiano, vittima di una profonda crisi di rappresentanza del mondo del lavoro, e di una sinistra incapace di fornire una piattaforma politica alternativa a quella del governo

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Il diciannovesimo Congresso nazionale della Cgil che termina oggi passerà alla storia per due cose: l’intervento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, leader del partito dell’estrema destra italiana, e l’inesistenza di un “fronte” di opposizione. Non esattamente un successone, né dal punto di vista strettamente politico né da quello dell’immagine.

Sotto l’aspetto più soggettivo, è ancora una volta emersa la difficoltà del maggiore sindacato italiano a fornire una persuasiva chiave di lettura della situazione italiana – lasciamo stare, per carità di patria, le questioni internazionali, se non per rimarcare l’assoluta marginalità del sostegno alla battaglia del popolo ucraino – e di conseguenza parole d’ordine mobilitanti e indicazioni forti per recuperare il rapporto soprattutto con le nuove generazioni, ma non solo con esse.

Non bisogna meravigliarsi più di tanto della completa mancanza di dialettica interna – Maurizio Landini è da tempo il “padrone democratico” della Cgil – anche perché è da anni che quando esistono lotte interne queste restano sempre ben confinate in casa propria, nei congressi di categoria che precedono quello nazionale. Non è questo il punto, anche se francamente viene da chiedersi per quanto tempo ancora la Cgil dovrà somigliare a un partito comunista dell’est pre-1989.

In ogni caso, il dramma vero della Cgil sta nella sua verticale crisi di rappresentanza del mondo del lavoro e soprattutto dei soggetti che in quel mondo non riescono ad accedere. Il problema d’altronde non è stato sottaciuto nemmeno dal segretario generale nella sua verbosa relazione, e questo va a suo merito. Ma come fare per riuscire a tornare punto di riferimento dei lavoratori nel loro complesso, ecco, questo è un nodo gigantesco che non è stato nemmeno lontanamente risolto.

Probabilmente Maurizio Landini e il suo gruppo dirigente non sanno bene come uscirne: come mettere insieme rider, operai, impiegati, tecnici, partite Iva senza un grande disegno nazionale? Di qui la scelta di fare un congresso mediatico, che abbiamo qui ironicamente battezzato “Maurizio Landini show”, dove si è parlato di tante cose tranne che di quella più importante: come ricostruire la Cgil nella frantumata società italiana di oggi.

Ricostruire, sì: perché da soggetto generale, forte numericamente e influente politicamente, oggi il sindacato di Landini bene che vada è giusto uno strumento di assistenza per lavoratori e cittadini, riesce ancora a firmare qualche contratto, a dar vita a qualche lotta, ma la funzione nazionale, generale, dell’epoca dei Consigli, della svolta dell’Eur, degli accordi degli anni Novanta, quella proprio non esiste più.

C’è anzi persino incertezza nell’individuare proposte forti, limitandosi spesso al comodo rifugio dei no, mentre un tempo le ricette del sindacato avevano un peso anche nelle scelte dei partiti della sinistra.

Invece giovedì a Rimini è andata in scena una tavola rotonda dalla quale è emerso che le opposizioni non appaiono in grado, al di là di di singoli punti come il salario minimo (peraltro in disaccordo proprio con la Cgil…), di fornire una piattaforma politica alternativa seria a quella del governo.

Se la Cgil insomma voleva essere il lievito per far crescere il “pane” dell’opposizione, l’operazione è fallita: e non per cattiveria di Carlo Calenda, che nel suo modo ruvido ha dato una lezione di realismo, ma perché gli altri capi dell’opposizione non sono stati in grado di prospettare una linea convincente e unitaria. Si potrà dire che Landini ci ha provato, a fare un’operazione politica. Non gli è andata bene. Forse andrà meglio se si dedicherà esclusivamente al compito di ridare un senso forte alla sua organizzazione, perché questo senso forte adesso non ce l’ha.

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