Airbnb delle gravidanzeL’inutile dibattito sull’utero a equo canone nel paese dei più scarsi polemisti della storia

La discussione pubblica sulla gestazione per altri si arena su una destra che vorrebbe renderla un reato universale e una sinistra che accusa la controparte di omofobia. In una società evoluta, matura, civilizzata non esisterebbero gestazioni se non a pagamento, perché è un lavoro di fatica

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Questo articolo non contiene soluzioni. Non solo perché le soluzioni non le trova chi è pagato per trovarle, figuriamoci se le trovo io. Soprattutto perché la questione della riproduzione della specie in un’epoca in cui essa attiene ai desideri e non all’ineluttabilità è una questione che non si può risolvere.

I figli sono figli, dicono quelli che citano Filumena Marturano come fosse stata un’illuminata pensatrice e non una popolana analfabeta. I figli sono anche, elenco non esaustivo: ingombri; accessori; segni di normalità; ambizioni; accidenti – eccetera.

Ognuna di queste cose genera problemi etici, dall’aborto volontario a quella che, con espressione orrenda, viene chiamata «gestazione per altri». Non «per altre»: per «altri». Il che apre a una questione che mi sta a cuore: se gli «altri», cioè quelli coi gameti sbagliati, hanno diritto a una protesi d’utero per ovviare alla mancanza di modi d’ottemperare al loro desiderio di generare, le altre, cioè io, hanno diritto a che la scienza s’occupi del mio desiderio di pisciare in piedi?

Subaffittare il tuo sistema riproduttivo non è accettabile, dicono le une, perché la maternità mica è un lavoro qualunque che si fa col corpo, come sono quasi tutti i lavori: dall’edilizia alle pulizie, dalla corsa a ostacoli al balletto classico. La maternità ha implicazioni filosofiche, giurano citando immancabilmente qualcuno che l’ha detto prima di loro, perché la mistica della femminilità non è superata ma quella del liceo classico ancora meno, e restiamo convinte che se una cosa sta in un libro non possa essere del tutto una cazzata.

Non mi sembrano maturi i tempi per dire l’indicibile, che infatti non dicono neanche quelli che sono a favore del comprarsi i figli, avendo preso meno sul serio degli altri Filumena Marturano.

L’indicibile è che in una società evoluta, matura, civilizzata non esisterebbero gestazioni per sé stesse, a parte quelle di qualche pervertita per cui partorire è uno spasso. La gestazione sarebbe solo a pagamento, giacché l’unica ragione di farsi ingravidare in proprio è avere sudditi così tonti da voler vedere l’erede al trono nella pancia, e in quella società ideale quei sudditi non esisterebbero più: saremmo tutti abbastanza evoluti da riconoscere la gravidanza come il lavoro di fatica che è.

Ma quella società lì arriverà tra troppi secoli perché io possa avere la soddisfazione di dire «ve l’avevo detto». In quella società lì si potrà anche discutere dell’elemento che mi pare più interessante e più taciuto: gli uomini gay, coi loro rapporti strettissimi con la figura materna, pianificano prole accuratamente priva di madri. In questa società qui non oserei mai proporre di dibatterne: mica voglio sentirmi dare dell’omofoba.

In questa società qui la mistica della maternità è ancora fortissima (non si compensano millenni a partorire nelle grotte con pochi decenni di sale operatorie sterili), e i gruppi Facebook di mamme sono pieni di donne che scrivono di non voler fare l’epidurale per non perdersi l’esperienza, e quando lo racconti tra interlocutori alfabetizzati c’è sempre una che ti dice beh neanch’io me la sono fatta fare, succede una volta sola.

In quel momento ti viene il dubbio che la società del benessere e del figlio unico ci abbia guastato il cervello: pensa le nostre bisnonne che ne partorivano tredici, se sapessero che ci son quelle che rifiutano l’anestesia. Me le vedo, con qualcuno che gli spiega che ora c’è la possibilità di non soffrire mentre il nascituro ti squarcia le pudenda, e però ci sono donne che la possibilità la rifiutano dicendo no scusate io questa sofferenza me la voglio godere appieno. Risorgerebbero solo per investire queste ingrate con l’aratro, e farebbero bene.

Uno dei molti problemi amplificati dalla questione dell’utero a equo canone è che in circolazione ci sono polemisti scarsissimi. A destra strepitano che vogliono istituire il reato universale, e a sinistra, invece di rispondere «ma quale reato universale, deficienti, cosa fate, uno torna dagli Stati Uniti con un bambino che lì ha legalmente riconosciuto e che ha pure il passaporto americano e la possibilità di diventare tra qualche decennio presidente, e voi glielo togliete? Il futuro presidente degli Stati Uniti in orfanotrofio, e il benestante che è andato a fare un Airbnb dell’utero all’estero in galera? Ma avete un’idea anche vaga del concetto di applicabilità della legge?», invece di ridere in faccia a una destra ridicola, a sinistra strepitano «siete omofobi».

Per poi, dieci secondi dopo, dire che quella che chiamano gestazione per altri la fanno perlopiù le coppie etero. I più scarsi polemisti della storia dell’uomo.

E dopo avere, venti secondi prima, detto che non registrando i bambini figli delle coppie gay come aventi due padri o due madri vogliono privarli dei diritti che hanno gli altri bambini. Ma quali diritti? Il diritto d’avere due madri non ce l’ha nessuno, in Italia. Chiedete che esista, quel diritto, cioè chiedete il matrimonio egualitario e l’adozione per i gay, invece di frignare perché vi viene tolto un diritto che non vi è mai stato riconosciuto. I più scarsi polemisti della storia dell’uomo.

Non so se la usino perlopiù le coppie etero, la gravidanza surrogata, e non lo sapete neanche voi: nell’epoca dei numeri sparati a caso, figuriamoci se si posson prendere sul serio quelli ipotetici circa il come sono nati bambini la cui origine perlopiù non viene dichiarata. Di sicuro saranno pochi: non è che la disponibilità economica di andare all’estero e pagare decine di migliaia di dollari per avere un figlio che abbia un pezzo del proprio dna sia proprio alla portata di tutti.

Sabato scorso il Financial Times ha intervistato Bari Weiss, giornalista americana di cui su queste pagine si è molto parlato, sposata con una donna. Nell’intervista si diceva che Weiss e la moglie ora hanno una bambina, e io ho pensato per tutta la lettura: surrogata? Sperma di donatore? Adozione? Non era un dubbio etico, era una curiosità banale, come quando vedi i filmati delle donne trans e vuoi innanzitutto sapere se si siano tagliate il pisello. Solo che la conversazione collettiva ha deciso che le curiosità normali siano morbose.

Tempo fa dicevo che ci voleva una parola per i figli della surrogata, perché se non puoi dire né «ha partorito» né «ha adottato» finirai sempre per dire «s’è comprata un figlio» (che peraltro non mi pare terribile: parte del diventare adulti è rendersi conto che tutto si compra, anche le relazioni, specialmente le relazioni).

Un padre di figli surrogati mi ha risposto che assolutamente no, non bisogna chiedere, non bisogna dire, bisogna accontentarsi d’un generico «è diventato padre» «è diventata madre». Però la paura delle parole non è mai portatrice di sensatezza, e usare espressioni vaghe e generiche non fa che aumentare la curiosità. Come ha fatto a diventare madre, se non le ho mai visto la pancia? Come ha fatto a diventare padre, se sta con un uomo?

Questo articolo non contiene soluzioni e non contiene neanche un business plan. Nell’imminente prima puntata dell’ultima stagione di Succession, i figli Roy dicono che il loro nuovo progetto editoriale dev’essere «clickbait per gli intelligenti». Nell’epoca con polemiche così semplificate da incartarsi su loro stesse, guardo questo articolo che il povero titolista non potrà rendere attraente né con «L’utero in affitto è la rovina dell’occidente» né con «Le famiglie arcobaleno devono vedere riconosciuti i loro diritti», e lo vedo e lo piango, povero titolista, e li vedo e li piango, poveri Roy: come diavolo lo fai, il clickbait per un po’ meno imbecilli?

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