Avere vent’anniLa maturità di Greta Thunberg, più combattiva e aperta alla complessità

A cinque anni dalla nascita di Fridays for future, non è più la ragazzina imbronciata che accusa i leader globali di averle rubato il futuro. Twitta e parla poco, è meno ideologica e vuole lasciare il megafono agli altri, anche per concentrarsi su un attivismo che strizza l’occhio alla disobbedienza civile: lo confermano i recenti casi di Lützerath e Oslo

Greta Thunberg a Lützerath nel gennaio 2023 (AP/LaPresse)

Era rimasta in panchina per un po’, Greta Thunberg, recentemente tornata in campo con una consapevolezza e un approccio differenti. Il volto dell’attivismo climatico, il megafono della prima generazione realmente sensibile ai temi ambientali. La ragazzina degli scioperi sballottata da un palco all’altro, sempre imbronciata, che nel 2019 – durante un vertice alle Nazioni unite – ha accusato in lacrime i leader globali di averle rubato l’infanzia, i sogni, il futuro. «How dare you?» è diventato lo slogan di tutti quei giovani che stanno vivendo, e vivranno, una crisi innescata dalle scelte dei loro genitori e dei loro nonni. 

L’estate scorsa, a distanza di circa tre anni dalla sua ultima pubblicazione, ha tolto il velo a un libro scritto con il Dalai Lama (“Insieme per salvare il pianeta”, Baldini+Castoldi) che è passato in sordina. Bisogna proseguire un po’ in avanti, nella prima metà dell’ottobre 2022, per assistere al ritorno di Greta Thunberg, nata il 3 gennaio 2003, in cima alla cronaca e sulla bocca di tutti. Di chi la idolatra, di chi – semplicemente – apprezza la bontà della sua missione e di chi la reputa una marionetta dei “poteri forti”. 

La nuova Greta Thunberg
Nel pieno della crisi energetica dovuta all’invasione russa dell’Ucraina, la fondatrice del movimento dei Fridays for future – che ieri, venerdì 3 marzo, è tornato in piazza per lo sciopero globale per il clima – ha rilasciato una dichiarazione sotto certi versi inaspettata, simbolo della sua maturità e del suo cambio di rotta.

In un’intervista al programma televisivo tedesco Tagesschau, riferendosi alla delicata situazione della Germania, ha detto: «Se ci sono centrali nucleari già attive, penso sia un errore chiuderle per concentrarsi sul carbone». L’attivista svedese non ha elogiato, ma nemmeno demonizzato, una fonte di energia che in passato aveva aspramente criticato, mostrandosi più ragionevole, meno ideologica e lontana da qualsiasi forma di integralismo “wannabe” verde. Le sue parole sono poi state travisate e ingigantite soprattutto dagli ultras del nucleare, ma questa è un’altra storia.

Greta Thunberg e Ursula von der Leyen il 4 marzo 2020 (AP Photo/LaPresse)

Come avevamo scritto qui, la dichiarazione sull’energia atomica è stata una sorta di sliding door per i Fridays for future: da un lato meno ideologici rispetto a cinque anni fa, dall’altro più vicini e solidali ai movimenti green più radicali. Qualche settimana dopo, a inizio novembre, Thunberg ha dato forfait alla Cop27 e annunciato la sua volontà di passare il megafono ad altri, nella speranza di dare più attenzione alle battaglie degli attivisti provenienti dai Paesi più vulnerabili agli effetti della crisi climatica.

La linea è chiara: meno protagonismo e meno tweet, più attenzione a tutti i volti della sostenibilità (sociale, economica, ambientale) e spazio ad azioni dimostrative diverse, impattanti, distanti dai cortei del venerdì mattina e allineate alle forme di attivismo climatico orientate alla disobbedienza civile. Con lei, insomma, sta mutando anche il suo movimento, in grado comunque di non snaturarsi. Ora Greta Thunberg è consapevole della pervasività della sfida climatica: ambiente è politica (e geopolitica), economia, finanza, diritti, lavoro, migrazioni. E lo conferma anche il suo supporto all’Ucraina e alla rivoluzione iraniana. 

Quella di oggi è una Greta con più sostanza che forma. Parla poco, ma quando apre bocca – o preme invio su “pubblica” – lascia quasi sempre il segno. E non rinuncia a un po’ di sano sarcasmo quasi mai mostrato in passato. Basti pensare alla sua risposta alle provocazioni dell’ex kickboxer di estrema destra Andrew Tate, che – menzionando l’attivista su Twitter – si è vantato delle emissioni prodotte dalle sue trentatré automobili: «Sì, per favore illuminami. Mandami un’e-mail all’indirizzo [email protected]», ha replicato la giovane, che sta cambiando anche nel modo di comunicare.

Lützerath e Oslo
La Greta Thunberg del 2023 è una giovane donna che non teme gli scontri faccia a faccia con la polizia, e lo dimostrano i recenti casi di Lützerath (Germana) e Oslo (Norvegia). A gennaio, l’attivista svedese è stata la leader delle manifestazioni da oltre trentamila persone che chiedevano lo stop all’allargamento della miniera di carbone che avrebbe distrutto il paesino situato in Nordreno-Vestfalia, a sud di Mönchengladbach e non troppo distante da Düsseldorf.

In quel villaggio non vive praticamente più nessuno (se non gli attivisti che, dal 2020, si sono trasferiti nella zona per impedire l’avanzamento dei lavori), ma i manifestanti per il clima hanno deciso di occuparlo e trasformarlo nel simbolo di un nuovo attivismo, di una forma di resistenza contro il ritorno dei combustibili fossili per far fronte alla crisi energetica: «La Germania si sta mettendo in imbarazzo. Questi fatti mostrano di cosa sono capaci le persone quando si trovano nelle condizioni sbagliate. Mostrano ciò contro cui lottiamo, ciò che vogliamo impedire», ha detto Greta Thunberg, che non si presentava da un po’ a una manifestazione pubblica di quel calibro. Il fatto che il borgo tedesco sia disabitato è irrilevante: ampliare un bacino minerario ha un enorme impatto ambientale, e il carbone non è una soluzione percorribile nel 2023. 

Il suo sostegno a una protesta così dura, con feriti da una parte e dall’altra, è stato significativo. Greta era una dei tanti e delle tante, il clamore mediatico della sua presenza sul campo è responsabilità altrui. L’attivista, durante le manifestazioni, si è seduta su un accumulo di terra generato artificialmente ai margini del cantiere della miniera, ha ignorato le richieste delle autorità ed è stata trascinata via a forza (e poi schedata) dalla polizia. I bilanci dello sgombero Lützerath parlano di una ventina di attivisti portati in ospedale, decine di veicoli della polizia danneggiati, settanta agenti feriti e centinaia di denunce per resistenza a pubblico ufficiale. 

Arriviamo poi a questa settimana, quando Greta Thunberg ha manifestato non contro una raffineria di petrolio o un’infrastruttura per il gas, bensì contro la costruzione di due centrali eoliche nel centro della Norvegia (poi arriveremo ai motivi). Anche questa volta, durante le proteste davanti alle sedi ministeriali del governo norvegese, la ventenne di Stoccolma è stata portata via di peso dagli agenti. E il sorrisetto “indossato” durante le operazioni della polizia è un po’ l’emblema del suo nuovo approccio. 

Greta Thunberg a Oslo (AP/LaPresse)

Greta Thunberg è stata rimossa dagli agenti due volte per aver bloccato l’ingresso dei ministeri delle Finanze e dell’Ambiente. La protesta sembra quasi paradossale, ma non lo è affatto: le due centrali eoliche, composte da più di centocinquanta turbine, sono ritenute troppo invasive per la popolazione indigena Sami e per i pascoli delle loro renne (fondamentali in termini di sostentamento e occupazionali). In una sentenza della Corte suprema norvegese del 2021 si legge che quell’infrastruttura viola i diritti culturali degli allevatori, ma le turbine non hanno mai smesso di funzionare. 

L’attivista ha manifestato contro uno dei simboli della lotta alla crisi climatica – tassello essenziale per raggiungere i target ambientali e mitigare il riscaldamento globale – per difendere i diritti, le tradizioni e la cultura di un popolo indigeno. Il caso norvegese comprova che Greta Thunberg è ben conscia dell’importanza del connubio tra sostenibilità ambientale e sociale: l’una non può escludere l’altra. 

Un discorso simile può essere fatto per trattare il rapporto tra sostenibilità economica-politica e ambientale: in piena crisi energetica, piuttosto di rispolverare il carbone e radere al suolo villaggi agricoli, meglio non chiudere delle centrali nucleari già in funzione e sfruttarle per dipendere meno dal gas russo. Da un lato si mitiga l’impatto della crisi energetica sulle tasche dei cittadini, dall’altro si limitano i danni a livello climatico. Ciò, ovviamente, non significa che l’atomo sia la strada giusta da percorrere nell’ottica di una transizione ecologica degna di questo nome. 

«Negli anni, nei decenni e nei secoli a venire avremo senza dubbio bisogno di molte trasformazioni, che dovranno estendersi a tutte le nostre società. E poiché le nostre risorse sono limitate, dobbiamo iniziare a chiarire le nostre priorità», ha scritto l’attivista in un articolo sul Time pubblicato il 10 febbraio 2023. Lucidità, sguardo a trecentosessanta gradi sul mondo e dito costantemente puntato verso le classi più ricche, alla loro sete di profitti immediati e alla loro impronta sul pianeta. La “nuova” Greta Thunberg continua, con fierezza, a sventolare la bandiera della giustizia climatica, ma con la coscienza di chi – diventando grande – inizia a sposare la bellezza della complessità. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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