Apprendisti stregoni Non confondiamo l’opportunismo della Russia in Africa con un disegno strategico

La “guerra ibrida” spesso evocata non è altro che l’effetto scenico ottenuto da Mosca con pochi mezzi. Il Cremlino non ha le risorse per orchestrare sconvolgimenti economici o politici sul continente africano. Con alcuni metodi sovversivi si limita ad amplificare fenomeni sociali preesistenti, compreso quello migratorio

LaPresse

La Federazione Russa è un avversario strategico dell’Unione Europea e dei suoi alleati. Dal confine finlandese fino alla Moldavia, dal Caucaso al Mediterraneo centrale e i paesi del Sahel, ovunque l’Ue e i suoi stati membri sono presenti politicamente, militarmente o economicamente, Mosca cerca di sfruttare le debolezze e le contraddizioni europee per avanzare i propri interessi. Ciò avviene anche in Africa. Il grande merito del Cremlino è di aver continuato a perseguire la strategia illustrata dal diplomatico americano Kennan negli anni 40: quella di «essere come l’acqua» e di infiltrarsi nelle crepe de «l’Occidente collettivo», come lo definisce il linguaggio strategico russo. 

In Africa, uno degli strumenti principali utilizzati dalla Russia è la private military company (PMC) Wagner, che fornisce al governo un numero di mercenari ufficiosamente al servizio del Cremlino. Sappiamo da indagini giornalistiche che Wagner è presente in Libia, Mali, Repubblica Democratica di Congo e Burkina Faso. Una preoccupazione dell’intelligence italiana e dei leader politici del nostro Paese è che questi soldati abbiano il compito di destabilizzare il continente e accelerare i flussi migratori verso l’Europa, e che i migranti siano utilizzati come strumento di guerra ibrida. 

La “guerra ibrida” e paranoie sovietiche
Quanto è legittimo questo timore? Prima di tutto va compreso il “chi” e il “cosa” compongono questa cosiddetta guerra ibrida. È istruttivo in questo caso guardare anche a Paesi come la Georgia o la Moldavia, dove corruzione e malgoverno diffusi vengono sfruttati dalla Russia per mettere in difficoltà gli alleati di Bruxelles e Washington. La capacità russa di infilarsi in queste crisi è facilitata dalla natura del regime russo. Si tratta di un sistema essenzialmente orizzontale, dove ogni gerarca, ministro e oligarca è in competizione per il favore di Putin. Presentare al Presidente delle iniziative plausibilmente concettualizzabili come una vittoria anti occidentale è cruciale per fare carriera nella corte di Putin. Ciò vuole tuttavia dire che spesso manca un vero disegno strategico centralizzato, o una regia globale da parte del Cremlino. Lo abbiamo visto in Ucraina, dove l’esercito regolare e i mercenari di Evgeni Prigozhin si azzuffano ogni volta che quest’ultimo cerca di scalzare il ministero della Difesa. 

Per questo, il vero pericolo sarebbe pensare che gli errori autoinflitti, siano esse scelte di politica estera sbagliate e le debolezze strutturali causate da politiche sociali regressive, siano frutto di una premeditata politica russa. La “guerra ibrida” spesso evocata non è altro che opportunismo politico ed economico. Mosca fa ricorso a metodi sovversivi per provare (spesso fallendo) ad amplificare fenomeni sociali preesistenti; tuttavia, l’efficacia di disinformazione e i mezzi non convenzionali è completamente contingente sull’esistenza una fragilità politica pregressa che ha poco a che fare con gli stratagemmi russi. Se non c’è niente da amplificare, le macchinazioni russe possono ben poco. 

È importante in questo frangente ricordare che i russi ritengono la guerra ibrida uno strumento grottescamente potente e subdolo, inventato dalla Nato per provocare il crollo dell’Urss. La si può considerare a tutti gli effetti una teoria del complotto: in questa lettura, l’ordine sovietico sarebbe infatti collassato a causa di una possente operazione di lavaggio del cervello da parte dell’Occidente, che ha infettato l’Unione Sovietica col virus del liberalismo. Le inerenti contraddizioni del regime comunista sono totalmente cancellate dalla Storia e sostituire con una sorta di ipnosi collettiva. 

Il ritorno della Russia in Africa
È ironico che discorsi simili vengano applicati oggi all’Europa riguardo l’immigrazione, un fenomeno sociopolitico spontaneo tanto quanto lo è stato il crollo dell’Urss. Non pochi vorrebbero però vedere nelle ondate migratorie dall’Africa come frutto di una subdola politica russa, associando alla politica di Mosca la capacità di orchestrare migliaia di partenze alla settimana verso la sponda Nord del mediterraneo. 

Questa lettura è in altre giustificata dallo storico ritorno della Russia in Africa, dalla quale era uscita con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e il mito della fratellanza fra popoli socialisti. L’ondata di putsch militari e di movimenti antifrancesi emerso con forza dopo il 2012 in Mali, Repubblica Centroafricana (Car) e Burkina Faso ha offerto un’occasione unica a una potenza esterna come la Russia, che storicamente agisce solo in un’ottica transazionale e senza alcuna contropartita diplomatica. In cambio di protezione, i regimi africani sono incoraggiati a favorire la svendita di risorse naturali ai potentati russi i cui uomini e armi incarnano il potere russo sul continente. 

In Mali e Car, accordi para-mafiosi offerti dai mercenari Wagner (attiva anche in Ucraina) e altri gruppi privati prevedono la fornitura di guardie pretoriane in cambio di concessioni minerarie. Il ruolo delle Pmc è così centrale a causa di una drammatica ingovernabilità di questi Paesi, a volte alimentata dalla difficoltà occidentale a gestire dinamiche politiche locali a cui siamo poco interessati ed estranei. La Russia può anche contare su una retorica anti europea alimentata dai populisti locali, che capitalizzano sul fatto che l’Europa difetta di umiltà e, soprattutto, di una visione di crescita inclusiva della regione condivisa con i partner locali. 

Ci sono poi casi eclatanti come la Libia, dove una sequenza di scelte sbagliate ha fondamentale portato allo smembramento di uno Stato in feudi più o meno internazionalmente riconosciuti. Qui, gli Stati europei (Francia e Italia in testa) e i rispettivi alleati sono stati addirittura rivali, allargando una breccia nella quale le bande armate più spregiudicare hanno potuto ascendere allo status di potenza locale. Le dinamiche del mercato della violenza hanno voluto che fosse proprio Wagner e il suo patron Prigozhin a emergere come attori chiave, grazie all’accesso esclusivo dei mercenari a risorse statuali in Russia che li hanno resi il gruppo armato forse meglio organizzato ed efficiente nel Paese. 

Quanta premeditazione? 
Difficile dire quanto di tutto ciò sia stato premeditato. Sicuramente Mosca ha visto con favore l’iniziativa imprenditoriale di Prigozhin, che da venditore di violenza a pagamento ha riportato soldati russofoni in Africa minimizzando gli inconvenienti di un contingente militare ufficiale. Ma va ricordato che proprio l’affidamento a questi canali ufficiosi, come i mercenari, indicano una certa improvvisazione strategica al di fuori delle zone vitali per gli interessi del Cremlino in Eurasia.

La linea russa è essenzialmente opportunistica, guidata dalla volontà di moltiplicare i problemi da affrontare per l’Europa senza dover investire risorse politiche militari significative in regioni di poco interesse. Spesso è sufficiente un leggero sostegno ad attori locali già ostili all’Occidente, o addirittura una presenza militare minuscola o limitata alla protezione di interessi economici di qualche oligarca. La Russia insegue il caos e prova ad applicarci il proprio marchio di fabbrica, consapevole che far sventolare il tricolore bianco blu rosso può essere traumatico per quegli Stati europei come la Francia che rischiano di essere tagliati fuori dalla regione. 

Percezioni a parte, è evidente che la Russia non è alla guida di questi processi e che non ha le risorse per orchestrare sconvolgimenti economici o politici sul continente africano. Non è Mosca ad aver favorito la frammentazione libica, ad aver provocato colpi di stato in Sahel o ad aver svilito le economie africane. Piuttosto, il Cremlino ha visto un’opportunità nello stato di semianarchia in cui versano grandi porzioni del territorio africano, sfruttando la paranoia europea sui migranti e lasciando che Wagner e altri guadagnino qualche dollaro sulla tratta di esseri umani e l’estrazione di risorse naturali. 

Se proprio volessimo vedere giudicare la situazione usando come parametro di giudizio una strategia russa premeditata, è probabile che le azioni violente dei mercenari non abbiano fatto altro che provocare non pochi grattacapi ai timidi tentativi di Sergej Lavrov e del ministero degli Esteri di forgiare una politica africana coesa. I massacri di civili e la vicinanza a chi è provvisoriamente al potere a Bamako, Ouagadougou e Tobruk impedirà allo Stato russo di tessere rapporti stabili, stretti e resilienti a potenziali cambi di governo.

Loro sono forti perché noi siamo deboli
Dove finisce il business opportunistico e dove inizia l’insidioso disegno strategico? Difficile a dirsi. Per questo, sostenere che i flussi migratori provenienti dall’Africa siano frutto di una destabilizzazione russa o delle operazioni di Wagner è fuorviante e ne ribalta il rapporto di causalità. La presenza russa è dovuta a una instabilità pregressa, non il contrario. Quel che è peggio, pensare che la migrazione sia dovuta a una deliberata politica di Mosca attribuisce alla Russia e ai propri un potere di ricatto che in realtà non possiedono.

Basti pensare alla Bielorussia di Lukashenko, che nel 2021 ha organizzato voli charter per favorire l’immigrazione in Ue come strumento di ricatto ai danni di Polonia e Lituania. Si trattava di persone che già volevano venire in Europa e che Minsk ha solamente favoreggiato per i propri obiettivi politici. Minsk era consapevole del terrore irrazionale che poche migliaia di immigrati potessero provocare nei governi xenofobi europei e che in dieci anni di crisi migratoria l’Ue non era stata in grado di implementare una politica di redistribuzione dei migranti. Si può veramente definire un’astuzia strategica? 

Un continente che si sente sotto scacco per l’arrivo di minori non accompagnati on deve certamente la propria debolezza alle machiavelliche macchinazioni di una potenza straniera, per quanto esse esistano al di fuori di ogni ragionevole dubbio. Alimentare il panico provocato dall’immigrazione e immaginarlo come un complotto equivale però ad attribuire al proprio rivale – uno che gli ucraini sanno bene essere in grado di mandare centinaia di migliaia di persone al macello – una raffinatezza strategica che gli manca. 

Anche in Africa, la Russia è potente solo nella misura nella quale Ue e NATO glielo permettono di essere, e la sua forza è solo uno specchio delle nostre debolezze. Vedere l’immigrazione come uno strumento di ricatto politico russo vuol dire crearsi un alibi rispetto a un problema decennale in attesa di risoluzione. La violenza di Wagner in Africa è foriera di instabilità e il dossier andrà ad affrontare con vigore. Innanzitutto, smettere di percepire l’immigrazione come un’emergenza di sicurezza declasserebbe le attività di Wagner alla semplice criminalità. Nel medio periodo, una politica più coerente bei confronti della società civile dei paesi africani – Mali in testa – toglierebbe l’ossigeno alla retorica anti occidentale che permette ai cittadini africani di tollerare Wagner come il male minore. 

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