Banca climaticaIl fallimento della Silicon Valley Bank e le paure delle aziende green (e di Biden)

Svb era l’istituto finanziario di riferimento per l’ossatura imprenditoriale necessaria a tagliare le emissioni negli Usa. A tremare sono soprattutto i piccoli progetti di energia solare e le startup verdi innovative. Proprio ora che l’Inflation reduction act aveva bisogno di trazione

AP Photo/LaPresse

Sappiamo che le conseguenze sull’azione per il clima negli Usa dopo il fallimento di Silicon Valley Bank (Svb) saranno gravi, ma non sappiamo ancora quanto. Non crollava un istituto finanziario così grande dal 2008 e non ne era mai crollato uno specializzato in sostenibilità. Accumulazione di segnali cupi: nella stessa settimana in cui l’amministrazione Biden ha scelto di piegare il capo e concedere l’immensa estrazione di petrolio su suolo federale in Alaska a ConocoPhillips (smentendo se stessa), deve fronteggiare anche il crack di quella che era una banca climatica di sistema. 

Svb era specializzata sia nel sostenere progetti di espansione del fotovoltaico (soprattutto quelli su piccola scala), sia nel fornire risorse finanziarie per il cleantech, la ricerca tecnologica nelle soluzioni più avveniristiche (e imprenditorialmente rischiose) per la decarbonizzazione dell’economia americana. 

La visione climatica di Joe Biden è fondata su due pilastri, entrambi retti da realtà come Svb: finanza e tecnologia, soldi a pioggia – pubblici ma anche privati – per sviluppare innovazioni nel campo dell’energia pulita e farle diffondere sulla scala più ampia possibile nel minor tempo possibile. È questa l’impostazione dell’Inflation reduction act (Ira), la legge boost sul clima votata dal Congresso la scorsa estate. Il crack della banca toglie stabilità a quei pilastri, proprio mentre gli effetti virtuosi dell’Ira dovevano iniziare a manifestarsi. 

Silicon Valley Bank era l’istituto finanziario chiave per più di millecinquecento aziende, quasi tutte startup, impegnate in progetti di rinnovabili, cleantech e sostenibilità. L’ossatura imprenditoriale diffusa necessaria per tagliare le emissioni in un Paese grande come gli Stati Uniti aveva Svb (regionale ma comunque la 14esima negli USA) come punto di riferimento. 

I piccoli progetti di energia solare 
Le difficoltà principali al momento sono per i piccoli progetti di energia solare, quelli sotto i cento megawatt. Sono quelli incapaci per volume e portata – come spiegano gli analisti di Bloomberg NEF –  di attirare l’interesse dei giganti di Wall Street come Morgan Stanley e JPMorgan Chase. Dal suo sito, Silicon Valley Bank rivendicava che quasi due terzi dei progetti fotovoltaici di comunità statunitensi usavano i suoi strumenti finanziari per andare avanti. Lo sviluppo di questi impianti è necessario per decarbonizzare le aree a più basso reddito, lontane dai grandi centri industriali. 

Nonostante gli interventi tampone della Federal Reserve, questi impianti in costruzione rischiano di avere problemi di liquidità, di non poter pagare i fornitori e di dover essere cancellati o spostati in avanti. Sarebbe un contagio energetico in grado di mettere a rischio l’impegno preso dagli Stati Uniti davanti alla comunità internazionale: dimezzare le emissioni di gas serra entro la metà di questo decennio. Tra i primi segnali di scricchiolio, c’è il crollo del valore delle azioni di un’azienda come Sunrun, il più grande operatore fotovoltaico residenziale degli Stati Uniti. 

Le startup green e innovative
Poi ci sono le startup vere e proprie del settore cleantech, prodotti innovativi, sperimentali, ad alto rischio, che hanno bisogno di tempo e margine finanziario per provare la propria solidità e capacità di mercato. Queste startup hanno appena perso un punto di riferimento, e non è chiaro in che modo il resto del sistema finanziario possa accollarsi i rischi che Svb era ben contenta di prendersi, anche per la cultura dell’innovazione così fertile in California. Secondo le sensazioni raccolte da Bloomberg, «queste aziende specializzate in clima vedevano la banca come un alleato in grado di comprendere la loro lotta contro il riscaldamento globale e di agire allo stesso tempo come un venture capitalist con una mentalità imprenditoriale». 

Svb era insomma una banca climatica di sistema perché univa la mentalità Silicon Valley, «muoviti velocemente e rompi le cose», a una vaga sensibilità ecologista in grado di dare priorità a progetti verdi. Svb offriva risposte opposte a quelle che molte di queste startup erano solite trovare a Wall Street, tradizionalmente più diffidente verso il clima e verso l’innovazione ancora da provare su scala. 

Gli effetti sull’Inflation reduction act di Joe Biden 
Al di là dell’effetto domino sulla liquidità, il problema della scomparsa di Svb è aver creato un buco, proprio mentre l’Ira aveva bisogno di trazione e le aziende di diventare scalabili, per passare dai prototipi al mercato e iniziare ad avere un impatto sulle emissioni. Secondo i dati di HolonIQ, solo lo scorso anno ventotto miliardi sono stati investiti nel settore della tecnologia climatica. 

Come ha spiegato Eric Archambeau, co-fondatore di Astanor Ventures, «ci sono molte lungaggini in vista per queste giovani imprese che ora dovranno rivolgersi ad altre banche, non specializzate nel settore». Lo ha detto al New York Times Varun Sivaram, che è stato stretto collaboratore dell’inviato per il clima di Biden, John Kerry. 

«Le aziende climate tech potrebbero avere problemi a fare investimenti massicci in progetti dimostrativi, linee pilota, ricerca e sviluppo, cioè tutti i passaggi che possono rendere il tuo business scalabile». Il commento più frequente per la situazione è: «Scenario da incubo». L’esatto opposto del disegno di Biden, la cui dipendenza dalla solidità del sistema finanziario e dalla capacità delle aziende di produrre costantemente nuova innovazione si sta rivelando una debolezza strutturale. La speranza è che il crollo di Svb possa trasformarsi in un’opportunità di mercato per altri operatori, che siano in grado di riempire quel buco in tempo breve.

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