Esposizione spropositataLa crisi di Deutsche Bank e le deboli riforme europee

Dietro le sofferenze della maggiore banca tedesca c’è una vecchia storia legata ai derivati, con molte operazioni connesse all’andamento dei tassi d’interesse. Il compito delle autorità, ora e in futuro, è eliminare speculazioni di questo tipo

AP/Lapresse

Essendo la Deutsche Bank (DB) la maggiore banca tedesca, capire il perché dei suoi recenti, gravi, problemi è anche nel nostro interesse. Il suo bilancio del 2022 era eccellente: un utile di 5,6 miliardi di euro, il miglior risultato in quindici anni. L’utile record era stato nel 2007 di 8,7 miliardi. Ma la crisi globale del 2008 aveva lasciato profonde ferite da risanare e perdite per cinque anni consecutivi fino al 2019.

Dal 2019 il management asseriva di aver cercato di portare avanti un profondo rinnovamento del gruppo, riducendo le attività del suo investment banking, cioè il settore che cerca alti profitti con le speculazioni più rischiose. Quindi, meno business “esotici” e meno clienti hedge fund. L’idea, almeno sulla carta, era di tornare a essere una banca più europea e «per gli imprenditori». La Deutsche Bank ha anche portato avanti l’integrazione della Postbank, che come il nostro BancoPosta, ha un numero altissimo di clienti, famiglie e imprese di piccole-medie dimensioni.

L’inversione sui tassi d’interesse ha fatto crescere gli attivi della banca fino a 27,2 miliardi di euro, con un aumento di oltre il sette per cento rispetto al 2021. Nonostante l’inflazione e i rallentamenti dell’economia, non si temevano insolvenze sui prestiti concessi. Nel 2022, contro tale rischio, la banca aveva accantonato ben 1,2 miliardi, più del doppio rispetto al 2021.

Tutto roseo il 2022 e lo sarebbe dovuto essere ancora di più il 2023. Al successo avevano contribuito anche i voti migliori delle agenzie di rating dopo i loro downgrade degli anni precedenti.

Non tutte le voci, però, erano così concordi. Il consiglio di sorveglianza interno alla banca lamentava che i miglioramenti programmati e gli obiettivi di sostenibilità non erano stati pienamente raggiunti, per cui decideva la riduzione del cinque per cento dei bonus milionari per i dirigenti. In particolare a febbraio aveva sollevato forti preoccupazioni sulla gestione dei derivati.

La storia della banca conta e non si deve mai dimenticare. Lo scorso aprile la polizia tedesca aveva visitato il suo quartier generale di Francoforte nel corso di un’indagine sul riciclaggio di denaro. Negli anni passati il suo nome era apparso in quasi tutte le indagini su varie truffe e malversazioni finanziarie internazionali. Nel 2016, si ricordi, aveva pagato una multa di 7,2 miliardi di dollari per operazioni truffaldine con derivati legati alle ipoteche, in cambio della chiusura delle indagini.

Qualcosa non andava in Deutsche Bank se il costo dei suoi credit default swap, i titoli derivati che coprono il rischio di fallimento, è aumentato in modo rilevante. Dall’inizio dell’anno le sue azioni hanno perso circa un quarto del valore.

È vero che tutto il sistema bancario europeo e internazionale è sotto pressione ma Deutsche Bank sembra essere colpita più delle altre banche. Non si può paragonare al Credit Suisse, salvato dalla bancarotta, se non per il fatto che sono due tra le più grandi banche europee ritenute sistemiche.

La presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde e tutti i governi europei fanno a gara nell’affermare la solidità del sistema bancario europeo, «aiutato dalle riforme della regolamentazione bancaria avviate sulla scia della crisi finanziaria globale». Forse dette riforme sono carenti.

Una di queste gravi mancanze ce la rivela proprio il bilancio di Deutsche Bank del 2022: il valore nozionale totale dei derivati finanziari è di 42.500 miliardi di euro, quasi tutti del tipo molto rischioso, gli over the counter (otc). Un aumento del sei per cento in un anno. Sono un po’ di meno rispetto al picco di quarantottomila miliardi del 2018, ma la situazione non è veramente cambiata. Per quasi l’ottanta per cento sono derivati stipulati sull’andamento dei tassi d’interesse.

Non solo la Deutsche Bank ma tutte le banche too big to fail sono coinvolte in queste operazioni speculative sui tassi d’interesse. È proprio il comportamento volatile delle banche centrali che li rende altamente infiammabili.

Anche se si ammettesse che la Deutsche Bank abbia provato a ridurre la sua esposizione nei derivati otc più rischiosi, occorre riconoscere che è un processo difficile in solitaria. Così come lo è per un drogato che vorrebbe liberarsi dalla dipendenza, ma continua a frequentare gli ambienti dello spaccio.

Il problema della speculazione finanziaria è globale ma, se non si affronta a livello internazionale una vera riforma, le crisi bancarie si faranno più frequenti e intense. Ci aspettiamo che le autorità e i governi europei facciano la prima mossa: eliminare la speculazione per difendere gli interessi reali dei cittadini, a cominciare dalla stabilità economica e dal benessere sociale.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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