Catastrofe incombente La nonviolenza è un ostacolo o un’opportunità per l’attivismo climatico?

La lotta al climate change è da anni sulle agende politiche di molti Stati, ma ancora non basta. Andreas Malm, professore di Ecologia in Svezia, suggerisce un altro modello di azione nel suo saggio “Come far saltare un oleodotto” (Ponte alle Grazie)

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L’ultimo giorno dei negoziati, ci apprestavamo all’azione più azzardata fino ad allora. Da una settimana eravamo accampati in una malconcia palestra nella parte orientale della città. Io e i miei amici eravamo arrivati lì su un pullman decrepito – a un certo punto per strada, nel bel mezzo della notte, il tubo di scappamento si era staccato –, ma quando ci sparpagliammo nel cortile del centro sportivo eravamo emozionati come se stessimo entrando in un mondo alternativo: un posto dove il solito mercato era sospeso. La cucina comune sfornava cibo vegano.

Le assemblee erano aperte a chiunque avesse qualcosa da dire. Durante un seminario, un bangladese descrisse le devastanti conseguenze dell’innalzamento del livello del mare nel suo paese; in un altro seminario, i delegati di vari piccoli Stati insulari dichiaravano angoscia e sostegno. Gli amici e io ottenemmo udienza dalla ministra dell’Ambiente e le raccomandammo di alzare l’asticella. Dopotutto, il verdetto della scienza era chiaro da anni.

Un giorno ci riversammo fuori dalla metro in un incrocio affollatissimo del centro città e bloccammo il traffico brandendo striscioni che invocavano il taglio delle emissioni. Alcuni attivisti suonavano chitarre e violini, altri ballavano; altri ancora si esibivano come giocolieri; e certi distribuivano semi di girasole agli automobilisti inferociti. Non avevamo intenzione di scontrarci con la polizia o con chicchessia; meglio l’arresto che tirare bottiglie o pietre. L’indomani, invademmo un’importante arteria con un elaborata performance teatrale. Vestiti da alberi, fiori, animali ci stendemmo sull’asfalto e un veicolo di legno e cartapesta – a simboleggiare il solito mercato – ci passava sopra. Alcuni manifestanti, mascherati da delegati onu, avanzavano fra i corpi schiacciati tenendo in mano dei cartelloni – «Bla bla bla», c’era scritto – senza fare nient’altro.

Eravamo all’ultimo giorno dei negoziati. Arrivammo vicini alla sede a bordo di cinquecento pullman presi in affitto. Al segnale convenuto, marciammo verso l’edificio e tentammo di impedire ai delegati di uscire incatenandoci ai cancelli e sdraiandoci a terra. Nel frattempo intonavamo «No more blah-blah-blah… Action now! No more blah-blah-blah… Action now!» [«Basta bla bla bla! Agire adesso!»].

Era il 1995. Scenario era la cop1 di Berlino, primissimo dei summit annuali delle Nazioni Unite sul clima. I delegati sgattaiolarono da una porta sul retro. Da allora, le emissioni globali annue di co2 sono cresciute del 60 per cento. Nell’anno di quel summit, la combustione di carburanti fossili aveva pompato oltre sei gigatonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera; nel 2018, la cifra superava le dieci. Nei venticinque anni successivi alla fuga dei delegati, è stata liberata dalle riserve sotterranee più co2 che nei settantacinque precedenti al loro incontro.

Dalla cop1, gli Stati Uniti hanno avviato gigantesche estrazioni di combustibili fossili, tornando i maggiori produttori al mondo di petrolio e gas; sede della più estesa rete di condotte, le hanno aggiunto oltre un milione e trecentomila chilometri, moltiplicando e prolungando i tubi che ad alta pressione gettano benzina sul fuoco. La Germania continua a scavare ogni anno quasi 200 milioni di tonnellate di lignite, il più sporco dei combustibili fossili. L’estrazione a cielo aperto si espande inesorabilmente: si abbattono foreste e villaggi perché quei bacini fuligginosi si estendano a perdita d’occhio e le escavatrici spalino altre rocce di superficie da bruciare.

Dalla cop1, il mio paese, la Svezia, ha avviato uno dei più ampi progetti della sua storia, quanto alle infrastrutture: un immenso «raccordo anulare». Niente di che, un’autostrada come tante altre, che, avvolgendo Stoccolma, accoglierà sempre più auto, che rigurgiteranno milioni di tonnellate dell’elemento nocivo. Nell’aprile del 1995, proprio il mese in cui terminò la cop1, la concentrazione atmosferica di co2 era di 363 parti per milione. Nell’aprile del 2018, ha superato le 410.

Come far saltare un oleodotto

Da “Come far saltare un oleodotto”, di Andreas Malm, Ponte alle Grazie, p.256, 18.50 euro

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