Moda e docufilmIl recente aumento del numero di serie tv dedicate al fashion system

Sembra che vi sia ormai un interesse trasversale rivolto alle storiche maison, ai personaggi che le hanno fondate e ai loro segreti. Il cinema lo ha colto in pieno, e adesso fioccano i numerosi (più o meno riusciti) tentativi di rappresentarli

YouTube screenshot / Fremantle

Se non avete ancora ascoltato la nuova puntata de “La teoria della moda”, il podcast di Giuliana Matarrese per Linkiesta Eccetera dedicato al fashion system, cliccate qui.

“The Kingdom of Dreams”, “Milano: the inside story of Italian Fashion”, “Wonder boy: Olivier Rousteing”, “Gucci: sex, money and Power”, ma anche titoli in lavorazione su John Galliano, una serie su Karl Lagerfeld, un’altra (ancora) su Coco Chanel: negli ultimi due anni sono aumentati a dismisura i prodotti cinematografici dedicati alla moda, in forma di documentari o serie. Cosa è successo? Il cinema ha finalmente scoperto la moda? E quali sono i rischi e le opportunità, nel raccontare un mondo che, per sua precisa scelta, ha sempre voluto ammantarsi di un certo mistero?

Non più solo sfilate guardate dallo schermo del cellulare, sognando di essere tra i fortunati ospiti dell’evento: la moda, oggi, si guarda in tv o addirittura al cinema. Negli ultimi anni si sono infatti moltiplicati i prodotti televisivi che mettono il fashion system al centro della narrazione. Se “Il diavolo veste Prada”, blockbuster ispirato ad una storia vera ambientata nella redazione di moda più famosa d’America, è del 2006, prodotti che guardassero all’argomento con una maggiore distanza e una minore romanticizzazione sono venuti soltanto dopo. “The September Issue”, lungometraggio dedicato alla realizzazione del numero di Vogue più importante e pesante dell’anno, quello di settembre, è del 2009; “Diana Vreeland: l’imperatrice della moda” del 2011, il monumentale “Valentino: l’ultimo imperatore” del 2008, “Dior and I” del 2014 solo per citarne alcuni. Prodotti che concentravano la loro narrazione su figure o redazioni iconiche, già in aria di beatificazione social e che, pur divenendo a modo loro, dei prodotti di culto, erano principalmente fruiti solo dagli addetti ai lavori e finanziati dai brand che celebravano un direttore creativo o un giornale.

Un paradigma che, forse sta cambiando, almeno a guardare il numero di lungometraggi (documentari o serie tv) che si sono sviluppati negli ultimi anni, senza neanche parlare di quelli che sono ancora in lavorazione. “Alexander McQueen: il genio della moda” è del 2018: i due produttori esecutivi Peter Ettedgui e Ian Bonhôte avevano già prodotto documentari o film sulla moda, anche un po’ influenzati dal passato di Ettedgui ( suo padre era il proprietario di Joseph, boutique londinese di ricerca, che aveva visto sin da subito il talento nei giovani John Galliano e Alexander McQueen). Realizzando il lungometraggio – molto amato dagli addetti ai lavori – dedicato proprio all’inglese ribelle che cambiò per sempre la storia della moda, sono rimasti affascinati dal business che gira intorno a questo settore, e alle storie dei due miliardari che hanno contribuito a trasformare questo sistema in ciò che è oggi.

Parliamo di Arnault e Pinault, gli imprenditori visionari che già dai primi anni Ottanta iniziarono ad acquistare brand in crisi di rilevanza, per poi rilanciarli, mettendo a capo di maison blasonate e però un po’ impolverate, giovani designer energici (e volte problematici). Così, Ettedgui e Bonhôte hanno deciso di realizzare, nel 2023, “Kingdom of Dreams”, documentario disponibile su Sky e che racconta quel momento di febbrile entusiasmo nel quale a guidare Gucci, Givenchy, Dior e Louis Vuitton c’erano rispettivamente Tom Ford, McQueen, Galliano e Marc Jacobs, il quarto enfant terrible e primo stilista alla guida del marchio di pelletteria francese che trasformò in un desiderio globale, con le valigie “vandalizzate” dai graffiti di Stephen Sprouse.

Sempre su Sky è disponibile “Scouting for Models: il volto oscuro della moda” che, attraverso le testimonianze di modelle molto note come Carré Otis e un’indagine in corso della giornalista Lucy Osborne del The Guardian, racconta in tre episodi come l’abuso sessuale sia stata una piaga endemica nel settore, perpetrata da uomini potenti, e in vista: uno su tutti è Gérald Marie, ex marito di Linda Evangelista, ma non manca ovviamente John Casablancas, patron dell’agenzia di modelle Elite (per gli amanti del rock, sì, il cognome è lo stesso, visto che John è stato il papà di Julian Casablancas, leader degli Strokes). In lavorazione, invece, c’è una serie su Karl Lagerfeld, prodotta da Disney +, Kaiser Karl. Il ruolo principale sembra essere andato a Jared Leto, ma la produzione è ancora avvolta nel mistero.

A giugno, invece, sempre su Disney +, dovrebbe arrivare una serie su Cristóbal Balenciaga, ambientata durante il periodo che va dalla guerra civile spagnola ai primi anni Settanta. A interpretarlo sarà Alberto San Juan, attore molto noto in Spagna e due volte vincitore del premio Goya. Non si sa se invece arriverà mai in Italia il documentario prodotto da Paramount, “Gucci: sex, money and power” che, nonostante il titolo roboante, è dedicato quasi esclusivamente agli appassionati del settore, e spiega come il brand si è trasformato da produttore di pelletteria un po’ fané a simbolo ecumenico del sesso, nella forma della direzione creativa di Tom Ford, tralasciando, per una volta, le tragedie, la prigione, e l’omicidio su commissione sui quali già tanti hanno romanzato e pasteggiato (Ridley Scott su tutti, con un film che tramutava i fiorentini della doppia G in macchiette dall’inglese maccheronico e dai modi di fare spicciativi e senza scrupoli di un clan camorristico).

Apple TV ha invece commissionato “The New Look”, serie tv thriller ambientata durante e dopo l’occupazione nazista di Parigi, che racconta una fase difficile della carriera di Coco Chanel e l’ascesa di monsieur Dior. Si spera sia anche l’occasione definitiva per raccontare per intero la storia di madame Coco, di solito santificata dalla stampa di settore e anche dai produttori cinematografici. Un’altra agiografia su una donna complessa, affascinante, che si dimentica casualmente del suo ruolo di attiva collaborazionista del nazismo, non serve a nessuno.

Ma qual è il fascino di queste storie per chi arriva dal cinema? Lo abbiamo chiesto via mail a Ettedgui e Bonhôte, autori di “McQueen” e di “Kingdom of dreams”, ispirato al libro della giornalista Dana Thomas, “How luxury lost its luster”. «Mentre realizzavamo McQueen», spiega Ettedgui «siamo rimasti affascinati da come il giovane designer abbia potuto finanziare il suo brand, andando a Parigi a lavorare per Lvmh, posseduta da Bernard Arnault, il tycoon che stava cambiando il sistema delle vecchie maison di moda come Givenchy (dove appunto McQueen lavorò come direttore creativo). In seguito McQueen rimase deluso dal comportamento di Arnault e, per così dire, disertò per arruolarsi nelle fila di Kering, di proprietà del nemico giurato di Arnault, Pinault, imprenditore che aveva acquistato Gucci e aveva unito le forze con Ford e De Sole.

Siamo stati conquistati dalle storie di questi personaggi, e delle dinamiche tra loro. Inoltre, abbiamo studiato anche la carriera del rivale di McQueen, Galliano (una rivalità che, il prodotto fa capire, venne costruita da Arnault per spingerli a fare meglio, ndr) e di Marc Jacobs, tutti arruolati nell’impero di Lvmh, così come del ruolo fondamentale di Anna Wintour, che aveva consigliato ad Arnault e Pinault di assumere questi giovani talenti, divenendo nota come “la donna che sussurrava ai milionari”. Ovviamente non potevamo esplorare tutte queste storie in un film da cento minuti in un documentario solo su Alexander McQueen, ma abbiamo compreso che potevano essere la colonna vertebrale di un altro ritratto di quell’era, tra gli anni Novanta e i Duemila, che ci avrebbe permesso di raccontare la storia del conflitto tra affari e creatività. Questo ci ha motivato a sviluppare e produrre Kingdom of Dreams».

E in effetti quegli anni sono stati quelli nei quali il sistema della moda ha preso la forma che conosciamo oggi, al netto di tragedie e drammi, con Tom Ford che da Gucci ha tramutato un business in grande crisi e privo di direzione nel brand più desiderato al mondo. Ma chi lo viveva, era davvero consapevole che quegli eventi avrebbero cambiato tutto? Lo abbiamo chiesto a Giulia Masla, storica pr milanese che oggi è proprietaria della sua agenzia, ed è presente nel documentario “Kingdom of Dreams”, per via del suo lungo corso da Gucci, dove era arrivata negli anni Novanta, con Maurizio Gucci ancora vivo, per ricoprire il ruolo di direttore delle pubbliche relazioni per l’Italia.

«Assolutamente sì, la sensazione c’era, era fortissima, anche perché quegli anni rispetto a oggi, si viveva davvero in una bolla, le collezioni venivano messe insieme da gruppi piccolissimi di persone, nel segreto più totale, non c’erano i social, non c’era il digitale. Eravamo chiusi in questo bunker perchè sapevamo che l’aspettativa era altissima. In quello specifico momento però c’era spazio, erano pochi i marchi che erano venuti fuori. Di Gucci sentivi che aveva tutte le carte in regola per esplodere, mancava una direzione creativa forte, io conoscevo bene Tom e sapevo che aveva non i numeri di più, quindi era semplice fare una deduzione sul successo, che poi è andato anche oltre quello che ci aspettavamo».

Come si fa però a mettere insieme del materiale d’archivio valido abbastanza, anche laddove non tutti i brand hanno il desiderio di esporsi? Ettedgui e Bonhôte ci hanno risposto così. «Avevamo abbastanza terrore di andare incontro alle ire di Arnault, ma scherzi a parte, sembrava una storia eccitante e necessaria da raccontare: è una storia d’affari, ma anche sull’arte, ha gli elementi di un thriller e mostra i danni collaterali causati dalla globalizzazione del lusso. Ciò detto, è davvero una grande sfida realizzare documentari sul mondo della moda a meno che non sia un film finanziato da un brand o realizzato con il permesso del brand.

Chiaramente nessuno ci avrebbe mai dato accesso al materiale, perché nessuno nel mondo della moda vuole mostrarti come funziona il sistema dall’interno. Il rischio è che venga meno l’illusione che i brand e le maison vogliono proiettare, e quell’illusione costa nell’ordine di migliaia di miliardi. Avendo però realizzato McQueen senza l’aiuto di nessun brand, sapevamo di potercela fare, anche attraverso l’utilizzo di alcuni meravigliosi filmati d’archivio che avevamo trovato». Certo hanno ragione Ettedgui e Bonhôte quando parlano di difficoltà di realizzare un prodotto valido, ma soprattutto obiettivo, lavorando da esterni, senza materiale fornito dai brand. E però succede che anche quando lo hai sia difficile capire come usarlo o si sia condotti inavvertitamente verso dei filoni narrativi più facili, o più scenografici.

È successo così a “Milano: the inside story of Italian fashion”, scritto e prodotto da Alan Friedman e diretto da John Maggio, regista da premio Emmy per i suoi documentari, presentato a conclusione della scorsa fashion week. Nonostante la qualità dei personaggi che lo hanno firmato, il patrocinio della Camera moda e la collaborazione dei brand italiani – praticamente una costellazione allineata come non si era mai vista – dei quarantanove intervistati dai produttori, solo ventisei sono arrivati al final cut, lasciando fuori una fondamentale parte della storia della moda italiana.

Il lungometraggio è diventato così un omaggio a Giorgio Armani, con Sharon Stone e Samuel L. Jackson a tessere le lodi del re della moda piacentino, con Tom Ford e De Sole a raccontare di quel momento nel quale si parlava di una fusione tra Gucci e Versace. Non c’è spazio per le storie degli altri, di Miuccia Prada e Bertelli, dei Missoni e dei Trussardi, di Krizia e Ferrè. Nessuno dei brand coinvolti ha però voluto rilasciare commenti in merito – a dimostrazione di un certo imbarazzo nell’aver preso parte a un progetto che li ha relegati a ruoli da comprimari, quando non li ha proprio cancellati – tranne Maison Valentino che pur ammettendo come il prodotto fosse tecnicamente ineccepibile, ha denotato la sua umana delusione per aver visto poco spazio dedicato non solo a Garavani e Giammetti, ma anche a Krizia, Ferrè, e Walter Albini, il padre della moda italiana senza il quale è impensabile realizzare un documentario con quel titolo.

Un errore nel quale è caduta anche “Halston”, la serie Netflix dedicata al creativo americano morto di aids, e anche “The assassination of Gianni Versace”: al netto del fatto che quando si parla di serie tv e non di documentari viene a mancare l’intento di racconto puntuale dei fatti e si è più portati alla romanticizzazione degli avvenimenti, le figure dei due creativi ne escono comunque monche, limitate alla loro dimensione personale e per questo, assolutamente parziali. Come hanno evitato di cadere in questo errore, sono Ettedgui e Bonhôte a spiegarlo.

«Volevamo trattare tutti quelli coinvolti nella serie – i designer ma anche Arnault e Pinault – con il rispetto e l’onestà che meritavano. La chiave è pensarli non semplicemente come eroi o cattivi a trecentosessanta gradi, ma personaggi carichi di sfumature. Arnault ad esempio ci affascinava molto: è un genio degli affari, con una visione straordinaria. Dior, Givenchy, Louis Vuitton, erano dei dinosauri quando lui li acquistò, non più rilevanti nel mondo moderno. Lui invece capì perfettamente come trasformare queste maison polverose in business globali. Poi, possiamo discutere per ore se questa sia stata o meno una scelta saggia, e dei danni causati ai designer coinvolti o all’ambiente ma bisogna ammettere il coraggio della sua visione.

Per quanto riguarda i designer – prosegue Ettedgui – non volevamo raccontarli come vittime. Dopo tutto hanno acconsentito a firmare questo patto Faustiano con i due milionari: volevano le opportunità che Arnault e Pinault potevano dar loro, volevano la fama, la gloria, i soldi, la possibilità di realizzare i loro sogni. Ovviamente volevamo però anche mostrare come le loro vite siano state deformate, in alcuni casi rovinate, dalle pressioni costanti nel dover realizzare una collezione di successo dopo l’altra. Non si può mentire, è stato molto difficile quanto si è trattato di raccontare il suicidio di McQueen, così come il suicidio mediatico di Galliano dopo le sue grottesche frasi antisemite. La nostra responsabilità, con il team creativo, è assicurarci di guidare il pubblico attraverso questi momenti con sensibilità.

Non abbiamo voluto farne una satira, e capiamo quanto ci sia in gioco per tutti quelli coinvolti. Abbiamo sempre cercato di mostrare il lato umano dei protagonisti e il contesto delle loro vite. Ad esempio Galliano, quando usciva a prendersi gli applausi sul finale di ogni sfilata, si abbigliava in maniera eccessiva, da D’Artagnan all’astronauta. Outfit che rasentavano il ridicolo, a volte. Volevamo però che il pubblico collegasse queste scene al ragazzo timido, della classe operaia, che si vede all’inizio della serie, che trovò un senso di appartenenza e soddisfazione creativa nella controcultura dei nightclub londinesi degli anni Ottanta, dove tutti sperimentavano con l’abbigliamento».

E della controcultura dei nightclub londinesi negli anni Ottanta parla “Blitzed!”, documentario disponibile su Netflix che spiega la storia dell’iconico locale di Covent Garden, il blitz nel quale iniziarono le carriere di moltissimi personaggi divenuti famosi in seguito, da Boy George a Gary Kemp degli Spandau Ballet, Chrissie Hynde dei Pretenders ma anche la costumista di “Game of Thrones” Michele Clapton e proprio John Galliano, che già allora realizzava vestiti eclettici, e tanto più eclettici erano, tanto più era facile per lui e i suoi amici guadagnarsi l’ingresso nel locale più ambito dell’epoca. Insomma, impazza la voglia di comprendere e scoprire le storie della moda e dei suoi creatori. Abbiamo chiesto il perché di questo fenomeno a Giulia Masla.

«Penso che i motivi del successo di questi documentari siano due: da una parte, la moda è sempre più un argomento di interesse, c’è una grande voglia di saperne di più, di conoscere. D’altro canto i colossi come Sky o Paramount hanno la capacità di raccontare divinamente queste storie. Se guardi “Kingdom of Dreams”, la chiave del racconto è eccezionale: c’è una suspence fortissima, la voglia di sapere cosa succederà nel capitolo dopo. Una ricetta che funziona con tutti i grandi successi cinematografici di Netflix o di Prime, e che trasforma queste storie in prodotti avvincenti. Le due cose combinate insieme hanno prodotto, gioco forza, questo successo. In più, i personaggi, nel caso di “Kingdom of dreams”, sono personaggi di una caratura enorme, diventati famosi anche al di fuori del mondo della moda, sono ormai celebrities».

La realtà è che, al netto degli errori e dei passi falsi, con i mezzi tecnologici giusti, il materiale d’archivio e uno sguardo terzo, focalizzato e attento, anche sulla moda è possibile realizzare documentari validi, interessanti, coinvolgenti, capaci di raccontare il perché, di questo business disgraziato e bellissimo, dovremmo interessarci tutti, non solo gli addetti ai lavori. Perché, come ci piace ribadire spesso su questi canali, la moda è una cosa seria, di cui è necessario occuparsi di più. Altrimenti sarà lei ad occuparsi noi, e non possiamo garantire che la cosa non avrà conseguenze.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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