
Per settimane i bombardamenti russi hanno danneggiato la rete elettrica ucraina. Gli attacchi a lungo raggio hanno colpito obiettivi molto specifici, droni e missili hanno lasciato al buio e al freddo milioni di cittadini. In un Paese in cui le temperature scendono parecchio sotto lo zero, l’inverno può essere un’arma pericolosissima.
A metà novembre l’artiglieria russa ha raggiunto le centrali elettriche più importanti dell’Ucraina e i reattori che producevano la metà del fabbisogno energetico nazionale sono andati offline. Altri colpi hanno danneggiato le infrastrutture che connettono l’Ucraina alla rete europea, una fonte di energia che serve proprio in casi di emergenza, per prevenire il collasso della rete nazionale.
È stata la settimana più buia in una stagione già molto fredda, ha scritto Marc Santora sul New York Times: «In un continente di luce, l’Ucraina era un’isola di oscurità», si legge nell’articolo. «Milioni di persone non avevano modo per riscaldarsi, nei bagni non funzionava lo scarico, ai vecchi pozzi si formavano file lunghissime mentre le persone trascinavano bacinelle d’acqua negli appartamenti bui; il servizio Internet è andato offline. La politica ha dovuto prendere in considerazione piani di evacuazione di massa».
Tuttavia, a sei mesi da quei giorni così duri, la campagna del Cremlino per piegare la volontà degli ucraini togliendo loro l’elettricità può considerarsi fallita. Non solo il popolo ucraino ha saputo rispondere e sopravvivere in quelle condizioni di precarietà straordinaria, ma con l’arrivo della primavera la rete elettrica del Paese è arrivata a produrre un surplus di energia per la prima volta dopo moltissimo tempo. Il ministro dell’Energia, German Galushchenko, pochi giorni fa ha dichiarato che «l’Ucraina può nuovamente esportare energia elettrica nei Paesi dell’Unione europea grazie a un eccesso di capacità produttiva». Un risultato che sembrava impossibile.
La capacità di resistenza dell’Ucraina si anche deve ai sistemi di difesa aerea forniti dagli alleati occidentali e ai progetti – pianificati in parte già prima del 24 febbraio 2022 – di riduzione dalla storica dipendenza energetica dalla Russia. Poi ci sono state donazioni e aiuti più o meno estemporanei e immediati da parte dei Paesi vicini: il 23 novembre scorso Linkiesta raccontava l’iniziativa «Generatori di speranza», lanciata dalla presidente dell’Europarlamento Roberta Metsola, e da Eurocities – una rete delle duecento più grandi città d’Europa – per donare all’Ucraina generatori di corrente e trasformatori per continuare ad alimentare i servizi essenziali, come ospedali, acquedotti, rifugi e telecomunicazioni.
Oggi la situazione è molto diversa, il buio e il gelo dell’inverno sono alle spalle. A Kyjiv i tram elettrici sono di nuovo in funzione e i monopattini elettrici possono attraversare liberamente i marciapiedi; il coprifuoco è stato esteso fino a mezzanotte anche perché le strade sono di nuovo illuminate; in tutto il Paese i generatori portatili – merce rarissima a dicembre – sono già venduti a metà prezzo rispetto ad alcune settimane fa.
La luce ha effetti anche sul morale dei cittadini e sulle loro prospettive per la guerra. Un sondaggio di marzo del National Rating Group ha stimato che il novantasette per cento degli ucraini intervistati è convinto di poter vincere la guerra, e il settantaquattro per cento prevede che l’Ucraina riuscirà a riconquistare per intero il territorio riconosciuto a livello internazionale nel 1991.
L’impegno però non può finire qui, c’è ancora molto lavoro da fare. Dallo scorso ottobre, quando è iniziato il lunghissimo bombardamento alle infrastrutture energetiche, la Russia ha colpito ben centododici obiettivi diversi con quasi trecento missili. «Gli assalti russi hanno distrutto o danneggiato oltre il quaranta per cento delle infrastrutture energetiche della nazione, e la riparazione costerà miliardi di dollari», scrive il New York Times. Riparazioni che saranno più complicate del previsto perché i territori che i russi hanno occupato anche solo per brevi periodi sono già disseminati di mine.
Inoltre l’ultimo attacco su larga scala, quello del 9 marzo, ha evidenziato una debolezza nella difesa ucraina contro i sei missili ipersonici Kinzhal lanciati dalle truppe del Cremlino: per evitare nuove emergenze in futuro, Europa e Stati Uniti dovranno assicurarsi che la resistenza ucraina sia prima di tutto in grado di evitare nuovi danni massicci alle sue infrastrutture.