Alle origini del selfieL’autoritratto come costruzione del sé

Nei secoli la rappresentazione di una persona, in particolare del viso, è cambiata, si è evoluta, diventando uno dei generi più importanti e pervasivi della storia dell’arte. Lo racconta Gabriella Giannachi nel suo ultimo saggio, edito da Treccani

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Nell’introduzione al suo saggio L’autoritratto. Una storia culturale, James Hall (2014, p. 7) scrive che l’autoritratto è «il genere artistico che contraddistingue la nostra epoca incline alle confessioni». Gli autoritratti, osserva, «si sono diffusi ben oltre le chiese, i palazzi, gli studi, le università, i musei, le gallerie, i basamenti e le cornici» (ibidem), fino alla Rete e alle aule di scuola. Senza dubbio l’autoritratto è diventato uno dei generi più importanti e pervasivi della storia dell’arte. Di seguito, tuttavia, dimostrerò che questo non dipende tanto dalla sua capacità di dare un’immagine alla «nostra epoca incline alle confessioni» (ibidem), come ritiene Hall, quanto dal fatto che gli artisti lo usano per approfondire la propria concezione del “sé”, rappresentando sé stessi con l’aiuto di specchi, scalpelli, macchine fotografiche, video o film, computer o dispositivi mobili.

In questo capitolo ripercorrerò la storia dell’autoritratto, dimostrando come questa pratica si sia evoluta nel tempo, principalmente – ma non soltanto – in rapporto allo specchio. Raccontando come e perché questo genere sia diventato così popolare, cercherò anche di approfondirne le implicazioni rispetto alla nostra concezione di noi stessi, e più in generale al significato che attribuiamo al “sé”.

Citando l’Oxford English Dictionary, Shearer West (2004, p. 11) scrive che il ritratto è una «rappresentazione o delineazione di una persona, in particolare del viso, eseguita dal vero, mediante disegno, pittura, fotografia, incisione ecc.» che esprime «una somiglianza» (ibidem), ma è anche, aggiunge riferendosi nello specifico alla parola italiana “ritratto”, «una raffigurazione, copia o riproduzione» (ibidem). Tuttavia, continua West, i ritratti «non sono solo somiglianze, ma opere d’arte che affrontano il tema dell’identità, essendo percepite, rappresentate e comprese in tempi e in luoghi diversi» (ibidem), laddove il concetto di identità, a suo avviso, «può contemplare il carattere, la personalità, la posizione sociale, le relazioni, la professione, l’età e il genere del soggetto ritratto» (ibidem). L’autoritratto è un indicatore fondamentale della concezione che gli artisti hanno non solo della “persona” ma anche del “sé”, una loro rappresentazione come soggetti, spesso raffigurati nell’atto di dipingere, e come oggetti (sociali, professionali, politici, medici ecc.) inscenati, una presenza destinata a essere osservata da altri, o con cui altri possono perfino interagire.

L’autoritratto non consiste solo nella riproduzione dell’aspetto dell’artista, della sua persona o del suo personaggio pubblico, ma anche, spesso, nella rappresentazione del processo coinvolto nella creazione di tale riproduzione. Con il termine “processo” intendo sia l’atto performativo da cui nasce il dipinto, sia l’allestimento di una serie di oggetti utili a inscenare tale azione all’interno del dipinto stesso. In questo senso, l’autoritratto può essere considerato come la rappresentazione del lavoro e della tecnica necessari per costruire una presenza, quella del pittore, in relazione a un’altra “presenza”, quella dello spettatore assente.

Un ritratto è al tempo stesso una somiglianza, una copia o una riproduzione, una dimostrazione di una tecnica e una dichiarazione del ruolo e della posizione del pittore nella società in senso lato. In realtà, come spiega Jean-Luc Nancy (2002, p. 22), il ritratto racchiude la posizione ontologica e sociale del soggetto ma la mette anche in discussione. Per il filosofo francese, «l’identità del ritratto è interamente nel ritratto stesso» (ibidem), perciò «la persona “in se stessa” è “nel” quadro» (ibidem). Il quadro senza interno, secondo Nancy, «è l’interiorità o l’intimità della persona» (ibidem, corsivo nell’originale). Ma, come propone Nancy, la persona può esistere qui a sé e di per sé solo sotto lo sguardo dell’osservatore (ivi, p. 24).

L’autoritratto è quindi una rappresentazione del “sé” come oggetto che presuppone la presenza e lo sguardo di uno spettatore. Spesso l’artista è rappresentato due volte nel quadro – al lavoro e nell’immagine che viene creata, il dipinto nel dipinto – e costruisce la sua presenza così che altri possano guardarla o interagirvi. Come illustrerò più avanti, nel corso del tempo lo spettatore è sempre più coinvolto nell’autoritratto, tanto che verso la fine del xx secolo viene spesso rappresentato al suo interno.

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Le ricerche dimostrano che nel periodo qui considerato il passaggio dagli specchi convessi a quelli piani, avvenuto grazie ai progressi della tecnica, cambia drasticamente il modo in cui gli artisti concepiscono la costruzione del “sé” nell’autoritratto. Come osserva Sabine Melchior-Bonnet (2002, p. 46), mentre gli specchi convessi concentravano di fatto lo spazio sulle superfici, quelli piani offrono immagini parziali o inquadrate e permettono così al pittore di lavorare sempre più come un «regista». Ne consegue che l’autoritratto è implicitamente caratterizzato da una certa natura teatrale, che presuppone la creazione di un palcoscenico, di un luogo per la performance e, spesso, di uno spazio per la visione.

In questo senso, l’autoritratto tende a includere una pluralità di punti di vista. Per T. J. Clark (in Roth, 1994, p. 266), l’autoritratto rappresenta l’“andirivieni” tra «un sé qui dove sono e un altro là fuori», per cui un «volto smarrito si affaccia da una miriade di autoritratti pittorici» (ibidem) a dimostrare la «non familiarità» (ibidem) che tale azione produce nell’artista. È questa inquietudine, derivante dal duplice ruolo del pittore, che può essere vista sia come oggetto sia come soggetto, spesso raffigurato nell’atto di dipingere, in dialogo con uno spettatore assente, a rendere l’autoritratto un genere così interessante ai fini dell’analisi della costruzione del “sé” nell’arte.

Tratto da ”Autoritratto. Storia e tecnologie dell’immagine di sé dall’antichità al selfie” di Gabriella Giannachi, p. 304, 23€

Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, 2023.

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