Cent’anni di abitudineL’insopportabile etichetta del “realismo magico” per descrivere la letteratura latinomericana

Negli anni si è consolidata un’espressione stereotipata per catalogare i romanzi sudamericani. La pigrizia di una certa industria editoriale non valorizza i racconti di genere che non hanno niente a che fare con la celebre opera di Gabriel García Márquez

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Una volta ho scherzato sul fatto di aver scelto il titolo Mexican Gothic per il mio sesto romanzo (pubblicato in traduzione italiana da Mondadori, ndr) con la speranza che la gente dicesse che si trattava di un romanzo gotico e non di realismo magico. Nel corso della mia carriera, l’espressione “realismo magico” è stata lanciata su tutto ciò che ho scritto. Una volta qualcuno ha definito il mio lavoro «realismo magico di fantascienza», ed è una frase che continua a lasciarmi perplessa. Un tempo, dicendo “realismo magico”, ci si riferiva allo stile letterario di un gruppo di autori latinoamericani che hanno scritto le loro opere circa sessant’anni fa, ma nel mondo anglosassone il termine è diventato sinonimo di scrittura latinoamericana in generale. Immaginate che oggi ogni opera di uno scrittore britannico venga definita “austenesque” (e cioè “nello stile di Jane Austen”, ndr) e avrete un’idea di questo fenomeno.

Ho parlato un paio di volte con Mariana Enriquez, la pluripremiata autrice di Los peligros de fumar en la cama, di questa etichetta così ampia. Entrambe la troviamo sconcertante, perché lega il nostro lavoro alla letteratura dei nostri nonni, cancellando il tempo, lo spazio e le differenze geografiche per creare un’unica, grumosa categoria.

Ma che importanza ha il modo in cui chiamiamo la letteratura latinoamericana? Una rosa con qualsiasi altro nome non è forse altrettanto dolce? Secondo la mia esperienza, invece, è una cosa che ha importanza perché le categorie creano aspettative. Quando un’opera viene descritta come appartenente al realismo magico, l’immagine che di solito essa evoca è quella di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Ma se si usasse questa frase per parlare di Mangiaterra – un recente romanzo argentino di Dolores Reyes (pubblicato in italiano da Solferino, ndr) che racconta di una giovane donna che vive in una baraccopoli e ha visioni di persone scomparse – il risultato sarebbe stridente.

Ritengo inoltre che questo questo stimoli gli editori a cercare una produzione di realismo magico che è rara nell’America Latina moderna. Mentre molti autori di genere sono sempre più immersi in un’atmosfera che potremmo definire gotica o di suspense. Questo non significa che abbiano tutti smesso di scrivere cose riferibili al realismo magico. Il genere sembra essere più vivo tra gli scrittori latinoamericani di seconda e terza generazione che vivono negli Stati Uniti o in Gran Bretagna. Ma, anche in quel caso, ritengo che l’etichetta di realismo magico cancelli sottilmente gli sforzi di un gruppo emergente di scrittori horror, come V. Castro e Gabino Iglesias, il cui lavoro non può essere racchiuso in quel termine.

La mia resistenza potrebbe sembrare puramente filosofica, ma ci sono anche alcuni aspetti pratici. Consideriamo la questione dei comp, il termine che viene usato nell’industria editoriale anglosassone per indicare i titoli che vengono usati come termine di paragone. I comp sono dei libri già pubblicati che sono simili a un manoscritto che viene proposto. Per chi lavora nel settore i comp sono una sorta di scorciatoia e possono orientare gli editori, aiutandoli a prendere decisioni sull’acquisizione. Prima che Mexican Gothic diventasse un best seller, credo che ci fossero pochi titoli comp di horror latinoamericano. Per questo per uno scrittore avrebbe potuto essere più difficile ottenere un contratto per un romanzo di quel genere.

L’etichettare Mexican Gothic come romanzo gotico e dell’orrore ha permesso agli editori di immaginare la possibilità che ci fossero più titoli sullo scaffale dell’orrore, uno spazio che fino a quel momento era percepito come fuori portata per gli autori latinoamericani. Conosco autori di colore che mi hanno detto che gli stessi libri che avevano proposto in precedenza senza successo sono poi stati improvvisamente accolti con un cenno di approvazione dopo il successo di Mexican Gothic, che è stato pubblicato nel 2020 e racconta di una giovane socialite messicana che viaggia verso una casa isolata in montagna piena di segreti.

Se la narrativa di genere latinoamericana viene rapidamente bollata come realismo magico, ciò può indurre l’industria editoriale a ignorare un’ampia varietà di libri e di storie e può impedire che alcune opere siano tradotte o acquistate perché non rientrano in uno schema che però è ormai obsoleto.

Le categorie non dovrebbero trasformarsi in camicie di forza, ma l’etichetta di realismo magico ha strangolato la letteratura latinoamericana più spesso di quanto l’abbia liberata. Io ho scritto un solo romanzo che credo possa rientrare in questo genere. Ma anche in quel caso, Signal to Noise, il mio romanzo d’esordio ambientato negli anni Ottanta che segue tre adolescenti disadattati di Città del Messico che lanciano incantesimi usando dischi in vinile, è esteticamente lontano dalle pittoresche vedute delle cittadine del Messico post-rivoluzionario che la maggior parte delle persone associa al realismo magico. Il resto del mio lavoro ha poi cambiato totalmente di tono e Mexican Gothic ha più debiti di gratitudine verso lo scrittore uruguaiano Horacio Quiroga, che ha seguito le orme di Edgar Allan Poe, che verso gli scrittori del boom latinoamericano.

L’anno scorso ho fatto in modo che David Bowles traducesse in inglese La ruta del hielo y la sal di José Luis Zárate, pubblicandolo attraverso la mia micro casa editrice. Scritto negli anni Novanta, il libro è una rivisitazione erotica e queer del viaggio di Dracula in Inghilterra a bordo della Demeter, raccontato dal punto di vista del capitano della nave sventurata. Ho pubblicato io stessa la traduzione inglese di questo racconto lungo perché ero sorpresa che non fosse stato fatto prima (in precedenza era già stato tradotto in francese). Forse questo libro era stato ignorato dagli anglofoni perché, seppur scritto da un autore messicano molto stimato, non era un sicuro best seller, ma sospetto che anche la sua atmosfera, profondamente gotica e lussureggiante di orrore, possa essere risultata sgradita al gusto delle case editrici. Perché forse non si trattava del realismo magico che gli editori si aspettavano dall’America Latina.

Secondo la mia esperienza, l’espressione realismo magico è spesso abusata e stereotipata. E viene pronunciata senza rifletterci molto. Non è l’unica etichetta che non mi piace. Ho anche sentito definire il mio lavoro come «simile a una telenovela», cosa che trovo sgradevole perché un’opera drammatica di un altro scrittore non verrebbe mai definita una soap opera, per quanto sui protagonisti possano abbattersi grandi catastrofi. E quindi se Lapvona di Ottessa Moshfegh – che è stato descritto come «un mix di fiaba e di horror popolare» dalla New York Times Book Review (ed è in uscita a marzo in traduzione italiana per Feltrinelli, ndr) – non è una telenovela, Mexican Gothic invece lo diventa. La gente si affida all’etichetta di telenovela come si affida a quella di realismo magico per una ragione simile: perché è una denominazione facile e perché è associata all’estetica latinoamericana.

Vorrei che intorno ai libri facessimo delle conversazioni più complesse e più ricche di sfumature. Perché non possiamo parlare in modo esauriente di genere e di estetica? Del tono e della struttura? Delle cose che possono rientrare in una categoria e di quelle cose che invece sono una sfida alle categorie? Ad esempio, Cadáver exquisito, un libro dell’autrice argentina Agustina Bazterrica su un futuro in cui gli esseri umani vengono allevati per il consumo di carne, è un romanzo di fantascienza, ma forse è anche un horror – c’è una lunga tradizione di romanzi horror sul cannibalismo, dopo tutto – e il suo tono è a volte satirico.

L’equivoco del realismo magico non si risolverà rapidamente né facilmente, ma credo che una più ampia selezione di libri di scrittori di origine latinoamericana possa aiutarci a muoverci verso un mondo in cui la nostra visione di questa regione sia più ampia e più ricca. Ed è una cosa che sta già accadendo, per quanto lentamente. Ad esempio, è in uscita l’edizione americana del libro La nostra parte di notte di Mariana Enriquez (che in Italia è stato pubblicato da Marsilio) e sono andata a controllare la sua categoria sul sito web di Penguin Random House: è archiviato sotto la voce “gotico e horror”.

© 2022 THE NEW YORK TIMES COMPANY AND SILVIA MORENO-GARCIA

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