L’arte nelle aziendePerché il collezionismo italiano ha bisogno del guizzo creativo di chi fa impresa

Testimoniare un cambiamento epocale grazie alla fotografia e alle nuove tecnologie. È ciò che ha fatto il manager Michele Cristella con una collezione posta all’interno di uno spazio di duemila metri quadri (e a cui lavorano soltanto persone giovani)

Irene Fenara “Self portrait from surveillance camera” 2018 (Courtesy Galleria UNA)

Michele Cristella, classe 1988, è parte della famiglia a cui fa capo la COIL carburanti. Il gruppo Cristella è cresciuto velocemente negli ultimi dieci anni grazie al business nei petroli e negli impianti di carburanti; attività che si sono affiancate a quella “storica” di autotrasporto. Oggi tutte le aziende, sotto la guida della seconda generazione, in particolar modo di Gaetano Cristella, danno lavoro a circa centosettanta dipendenti.

Michele Cristella oltre a essere un manager dell’azienda di famiglia è un collezionista che si è fatto notare per il suo forte impegno nei confronti dei giovani artisti, anche grazie all’ideazione e sostegno del DucatoPrize, giunto alla quarta edizione. Da alcuni anni ha trasferito trenta opere della sua collezione all’interno della nuova sede del Gruppo a Cortemaggiore: uno spazio di duemila metri quadri (tra uffici e officina) in cui lavorano stabilmente trenta persone giovani (l’età media è infatti di circa trent‘anni).

All’interno della nostra rubrica Arte in Azienda abbiamo deciso di intervistarlo per conoscere meglio una collezione che in azienda sta muovendo i suoi primi passi, dopo esser nata in modo quasi casuale, al di fuori di ogni logica e intenzione di CSR (corporate social responsability). La collezione in azienda però sta crescendo e anche se non è vista oggi come “pilastro” dell’azienda, non ci sono segnali che sia stato un esperimento, anzi…

by Quay Quinn Wolf My Man’s Gone Now, 2018. Velvet lined blazer, plastic jug, water, red carnations. Unique work. Courtesy Collezione Cristella,Jack Barrett Gallery, New York

Come nasce la tua passione per l’arte contemporanea?
Ho frequentato il liceo artistico, poi l’università in beni culturali e storia dell’arte. Ma da sempre ho lavorato nell’azienda di famiglia. Dopo aver approcciato il mondo del commercio d’arte dal 2015, ho preferito mantenere l’arte come una passione esterna al lavoro.

Com’è stato il tuo rapporto con il mercato dell’arte, che hai vissuto anche dall’interno?
Dovevo chiarirmi le idee, l’approccio al mercato dell’arte è stato per me un avvio, una forma di palestra al mondo dell’arte. L’ho vissuto troppo velocemente per poter avere un giudizio chiaro e comprensivo. Credo però sia un mercato in estrema difficoltà, perché purtroppo le gallerie d’arte che vogliono portare al pubblico il lavoro di artisti emergenti rientrano nel settore del lusso, ma non appartengano al circuito del lusso. Poi c’è senz’altro un fattore anche culturale che inficia l’investimento in queste forme d’arte, che non sono storicizzate e rischiano di essere molto speculative. Il collezionismo italiano è invece per lo più conservatore.

by Giulio Saverio Rossi – I painted the landscape behind me looking at his reflection in a black mirror in front of me – via Nietzsche (Courtesy of Galleria CAR DRDE)

La collezione nasce mentre eri all’interno del mercato dell’arte o dopo?
Durante e dopo. La collezione nasce per vivere l’arte in modo libero. Intorno al 2014 acquisto la mia prima opera, l’acquisto di un’opera: un dipinto dell’artista cileno Felipe Rivas San Martin rappresentante l’interfaccia del suo profilo social Tumblr. L’obiettivo era quello di iniziare a collezionare opere che ponessero la riflessione attorno ad Internet e alle problematiche della visione sociale come tema fondamentale. La collezione si è poi evoluta ed espansa fino a contare circa ottanta opere prevalentemente di artisti italiani e americani e soprattutto losangelini. Dopo l’iniziale amore per la fotografia e l’installazione è arrivato l’interesse per la pittura. Tra gli artisti in collezione ci sono anche: Luca De Leva, Lucia Cristiani, Quel Quinn Wolf, Amalia Ulman, Luca Pozzi e Mara Oscar Cassiani.

Internet, fotografia e tecnologia. Cosa ti affascina di queste opere d’arte che sono alla base della tua collezione?
Il concetto in ogni caso. Internet è stata rivoluzione più importante a cui abbia assistito nella mia vita e credo abbia segnato il corso della storia: ci ha permesso dopo millenni di tornare alla comunicazione di tutti a tutti. Mi piace l’arte che possa portare con sé la testimonianza di questo cambiamento epocale. Poi ovviamente la fotografia digitale di per sé, dall’estetica esasperante, non è la risposta a questo mio interesse. Amo artisti che coniughino la tecnologia a un concetto, possibilmente sociale. Emblematico a tal riguardo il lavoro di Irene Fenara con le telecamere di sorveglianza: una riflessione che va dal controllo sociale a cui siamo tutti soggetti per approdare alla cultura dei selfie.

Possiedi anche un post su Instagram di Luca Pozzi. Non ti mette mai in crisi il collezionare manufatti precari o eterei?
No anzi, è ciò che mi affascina. Ogni cosa ha un inizio e una fine e trovo molto interessante e attuale che un’opera possa svanire con l’evoluzione tecnologica e il venir meno del media su cui è stata creata. Di Luca Pozzi non ho nemmeno una stampa, ho solo l’autentica. Mi preoccuperei se tutto rimanesse com’è. Il mondo, la vita vanno avanti.

by Marta Ravasi, Meloni, 2018 (Courtesy of Marta Ravasi)

Com’è iniziata la tua avventura di arte in azienda?
Semplicemente non ci stavano più in casa e non volevo che le opere finissero in un magazzino. Ho perciò pensato potesse essere una bella idea portarle in azienda. All’inizio ho seguito solo il mio gusto personale, poi recentemente mi sono fatto affiancare da un gruppo curatoriale (Treti Galaxie) per dare un senso all’esposizione. L’attuale allestimento durerà almeno un anno.

Hai studiato l’ingresso di un corpo estraneo come una collezione all’interno dell’azienda? Come comunichi questa tua passione all’interno?
Con il tempo mi sono reso conto che qualcosa dovevo fare e in questi ultimi tempi ho organizzato un catalogo guide ai collaboratori, ai dipendenti, ma anche al mondo esterno. L’accoglienza da parte del pubblico è stata timida, anche se positiva. Molti vivono una paura aprioristica nei confronti dell’arte. Non la capisco e non la capirò. Ma mi ha fatto piacere che tra un allestimento e l’altro alcuni dipendenti, vedendo le pareti bianche, mi abbiano fatto notare che era meglio quando le opere erano sulle pareti e che senza arte si tornava indietro, si era perso qualcosa.

L’arte è attivazione di un cambiamento. Un lungo percorso da vivere in e con l’azienda. Come azienda avete politiche di CSR e di promozione all’esterno di ciò che state facendo?
No. Da un lato la collezione è del tutto mia e messa in parte a disposizione dall’azienda, che è qualcos’altro da me. La promozione è stata perciò da me voluta per dare merito al lavoro curatoriale e di ricerca messo in campo. Al momento la collezione in azienda è un elemento interno a livello di comunicazione. Anche se l’azienda investe nel premio da me organizzato da quattro anni in modo significativo. È diffusa la consapevolezza anche all’interno della mia famiglia, in cui sono l’unico collezionista, che in ogni caso l’arte porti a qualcosa in più, arricchisca tutti. Perciò non sentiamo oggi il bisogno di comunicarlo diversamente.

Come si evolverà la collezione in azienda?
Tra un anno mi piacerebbe dedicare un allestimento a un solo artista, magari promuovendo la produzione di nuove opere, nuova arte.

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