Di nome e di fattoNomi di-vini

Anche nel mondo del vino spesso, ma non sempre, il detto “nomen omen” trova un’efficace dimostrazione della sua validità

Foto di Seungwon Lee su Unsplash

Parlando di vini e spumanti ci si concentra sul colore, sul perlage, sull’aromaticità, sulla struttura, sulla persistenza al naso e al palato, sugli abbinamenti. Raramente ci si concentra invece sul significato dei nomi riportati in etichetta, che oltre a riferirsi a vitigni e zone di produzione, possono racchiudere dediche romantiche, rievocazioni di aneddoti, riferimenti agli strumenti tipici dell’arte vinicola o persino allusioni goliardiche, irriverenti o “a luci rosse”.

Omaggio alle donne (attraverso le generazioni)
Chi ancora crede nel pregiudizio secondo il quale i vini “femminili” sarebbero esclusivamente quelli “amabili”, ovvero freschi, dolci, floreali e delicati, dovrà ricredersi. Il rapporto che lega le donne ai prodotti della vigna va ben oltre il gradimento superficiale di un gusto “semplice”. Ben prima che arrivassero le prime donne produttrici, enologhe e sommelier sono state in molte ad affermare con competenza il proprio ruolo di protagoniste in un mondo a lungo riservato agli uomini, assumendo un ruolo fondamentale nella gestione delle aziende familiari legate a quest’arte, fatta di dedizione, asprezze, difficoltà e perseveranza.

L’esempio più celebre è quello di Madame Barbe-Nicole Ponsardin, Veuve Clicquot (“vedova” Clicquot), che nel 1805, a soli 27 anni, prese in mano la Maison dopo il suicidio del marito e, nel 1818, realizzò il primo Champagne Rosé e la prima cuvée millesimata di sempre, rinnovando anche l’arte dell’imbottigliamento (con brand per la prima volta riconoscibile sull’etichetta e sul tappo) e inventando un meccanismo per ruotare le bottiglie in cantina (la table de remuage) e la tecnica della sboccatura (dégorgement) con la conservazione delle bottiglie capovolte e la rimozione dei lieviti e del tappo provvisorio che rende limpido ed elegante lo Champagne.
Oggi a rivendicare fin dal nome la “parità di genere” in campo enologico c’è Isos, lo Champagne di Les Fa’Bulleuses, realizzato da sette giovani produttrici, sette territori, sette maison e importato in Italia esclusivamente da Alberto Massucco Champagne. Il nome, in greco antico, significa appunto “uguale”, non solo perché tutte le vigneronnes hanno contribuito in egual misura alla creazione del prodotto finale, ma perché il loro progetto ridefinisce i confini “di genere” in un panorama che oggi le donne possono equamente condividere con i colleghi maschi. Un’uguaglianza che dunque, per paradosso, è emblema di movimento, trasformazione e rivoluzione culturale, in cui le donne non sono più semplici spettatrici o dedicatarie di vini capaci di rifletterne il fascino delicato e l’eleganza, bensì artefici di primo piano nella costruzione e realizzazione di un progetto di vita incentrato sulla cantina.

Altri esempi sono il Riserva Mariella Rosé 2011 Franciacorta di Contadi Castaldi, un’etichetta prodotta solo in annate eccezionali e dedicata alla volontà costruttiva di Mirella, la moglie di Vittorio Moretti; l’Ica Monica di Sardegna della cantina Mora&Memo, gestita dall’imprenditrice Elisabetta Pala (capo della delegazione regionale Le Donne del Vino Sardegna), che deve il suo nome alla trasformazione femminile del Moro sardo, simbolo dell’isola; Eleonora, lo spumante metodo Charmat V.S.Q. Extra Dry, il Buttafuoco Clilele (acronimo nato dall’unione delle iniziali di Claudia, Ileana ed Eleonora) e il bianco Lady Ginevra, tre omaggi alle donne (di vecchia e nuova generazione) della famiglia e delle Cantine Giorgi, che dal 1875 producono vini Doc dell’Oltrepò Pavese.
Infine da segnalare anche Violante, un particolare spumante Rosé prodotto da Terre di Tora, un’azienda in provincia di Caserta nata nel 2014 come continuazione di una tradizione di famiglia incentrata sul secolare castagneto, sul noccioleto e sulla vigna situati sul versante nord-ovest del complesso vulcanico di Roccamonfina. La riqualificazione dei terreni e il rilancio della produzione è stata voluta da Antonia d’Amore, che ha anche scelto di dedicare l’etichetta di questo metodo classico da vitigno autoctono alla nipotina Violante.

Onore agli attrezzi del mestiere
Se spesso il mondo del vino tende ormai a rivendicare una propria dignità superiore a quella dei comuni mortali, non mancano produttori capaci di intendere il legame con la terra e con le tradizioni come un valore aggiunto da riportare in etichetta. È il caso delle Cantine Cavit, all’opera nel cuore del Trentino sin dal 1950, che firma un’ampia gamma di vini e spumanti (prodotti da 5.250 viticoltori riuniti in undici cantine sociali). Tra questi la linea Maso, (termine che identifica la proprietà terriera o azienda connessa a un’attività agricola e silvo-pastorale tipica delle Alpi orientali), il “vino d’autore” Brusafer, un Pinot Nero Trentino Superiore Doc che rende omaggio all’arte del brüsafer (il “fabbro”), molto diffusa in provincia di Brescia, nella zona della Franciacorta, e Zeveri, un Müller Thurgau che riprende il nome dei tipici tini di legno trentini (chiamati appunto “zeveri”) con cui si trasportava l’uva in cantina dopo la vendemmia. A questi si aggiunge oggi una nuova prestigiosa etichetta, presentata in anteprima al Vinitaly 2023: il Kelter Lagrein 2020 Trentino Doc Riserva, un vino rosso di carattere, che esprime la sua forte identità territoriale fin dal nome, evocando in tedesco il torchio (“kelter”), ovvero lo strumento tradizionalmente impiegato per la spremitura delle vinacce.
Cambiando Regione, non si può non segnalare il Cannonau, un vitigno a bacca nera autoctono sardo, che deve il suo nome alle canne usate dai viticoltori locali per mescolare il mosto fino a donargli un colore rosso rubino, ma rievoca anche il “canonazo”, letteralmente “cannonata”, che allude alla struttura e alla potenza del vitigno e del vino che se ne ricava.

Goliardia, irriverenza, riferimenti peccaminosi e bizzarro sense of humor
La fantasia italiana, si sa, non ha limiti, nemmeno per quanto riguarda l’attribuzione ai vini di nomi “sopra le righe”, che alludono a situazioni sconvenienti e “a luci rosse”. In Toscana un esempio lampante è rappresentato da Merlo della Topa Nera, un Merlot in purezza prodotto dall’azienda Gino Fuso Carmignani, a Montecarlo (vicino Lucca), in cui l’omaggio all’intimità muliebre è chiaro e sfrontato. Stesso discorso per il Soffocone di Vinciglia e il Boccadirosa: il primo è un Sangiovese in prevalenza, con piccole quote di Canaiolo e Colorino, prodotto in un’amena località vicino a Fiesole, meta di tante coppiette in cerca di privacy; il secondo è una rivisitazione compiuta da Felice Salamini (titolare azienda vinicola Luretta) della Malvasia piacentina, resa più slanciata e complessa, nonché più “peccaminosa” dal riferimento alla magica arte erotica della fellatio. Ci sono poi la Bernarda piemontese, taglio di bonarda e barbera prodotto dall’azienda Trinchero (in cui l’allusione “hot” è ribadita dall’etichetta, che rappresenta un corpo femminile nudo stilizzato) e il Toccaculo, unMerlot prodotto in Basilicata nella tenuta Battifarano, con riferimento al torrente che passa dentro la Masserie e all’interno della contrada di origine, e che un tempo costringeva le donne ad alzare la gonna per attraversarlo a piedi. A questi si aggiunge poi tutta una serie “piccante” di vini italiani, chiamati Vini Orgasmo, in omaggio alle manifestazioni dello spirito cameratesco maschile ma anche al piacere promesso dalla degustazione di un buon vino in compagnia.
Guardando all’estero si trovano altri vini dai nomi “bizzarri” come i rossi spagnoli Cojón de gato (letteralmente “testicoli di gatto”) e il Teta de Vaca (“tetta di mucca”) prodotti dalla Bodega Bal d’Isábena (Somontano); ma quelli davvero sconvenienti sono prodotti da aziende di per sé stesse “provocanti”: come l’australiana Bitch, traducibile elegantemente con “donna di facili costumi”, e la statunitense Cleavage Creek (letteralmente “scollature profonde”), le cui bottiglie raffigurano tutte in etichetta una procace signora con il décolleté in bella mostra.

Altre volte la malizia è sulla bocca di chi beve
Non sempre è come sembra! A volte le etichette apparentemente “lussuriose” non hanno nessun sottinteso scandaloso, anzi: da Nord a Sud traggono spunto da un linguaggio popolare del tutto innocente. Per esempio in Piemonte, a Rocchetta Tanaro, tra Monferrato e Langhe, l’azienda Braida produce “la Barbera” (sì, al femminile) e la chiama Monella, Bricco della Bigotta e Bricco dell’Uccellone; nessun doppio senso, bensì un riferimento a una vecchia abitante del luogo, sempre vestita di nero, che era stata soprannominata l’uselun. Nella zona di Valdobbiadene c’è una azienda agricola che produce un Prosecco chiamato Follador; in Spagna significherebbe garbatamente “dongiovanni”, ma in Italia non è altro che il cognome della famiglia proprietaria. Stesso possibile fraintendimento per il toscano Scopaio, un taglio di Cabernet Sauvignon e Syrah che fa riferimento alla località di produzione (Lo Scopaio vicino a Castagneto Carducci, Livorno). Sempre in Toscana c’è l’ironico e irriverente Bionasega prodotto e battezzato da Rodolfo Cosimi (azienda Il Poggiolo), col solo scopo di sbeffeggiare il mondo del biologico.
Spostandosi più a sud, tra Puglia e Basilicata si incontra il celebre Nero di Troia; anche qui di rosso c’è solo il colore del vino e il nome si spiega con il rimando cronologico-geografico all’antica città dell’Asia minore, scenario del poema omerico Iliade.
Infine in Sicilia si producono uno spumante biologico metodo classico e la grappa Focu che recano in etichetta il nome dell’azienda: Addio cugghiuna, che in dialetto regionale significa “addio attributi”. Il riferimento è alla capacità di affrontare con tenacia le difficoltà, di compiere grandi sacrifici, ma allo stesso tempo di apprezzare e gioire delle piccole cose. Una filosofia che si riflette nell’attenta selezione delle materie prime e nella produzione di vini e distillati di qualità.

L’identità non è questione di etichetta… o forse sì?
Insomma il nome delle bottiglie non è solo una questione di eufonia, ma delinea un’identità che va oltre l’enologia e racconta la vita e la storia dei produttori, affonda le radici nelle tradizioni contadine regionali e familiari, mantiene vive le leggende e le credenze popolari, restituisce un immaginario collettivo legato a un mondo contadino ormai in parte perduto. Tra finezza, eleganza, goliardia, romanticismo e scaramanzia, anche dai nomi dei vini emerge il territorio, con la sua cultura e l’esperienza artigianale di chi lo vive e lo lavora. Anche l’etichetta diviene parte di una visione, di un pensiero, della sinfonia delle piccole emozioni che il vino regala. Ben prima dell’assaggio.
Ovviamente anche la grafica fa la sua parte… Ma questa è un’altra storia.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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