Gap comunicativoL’Ue usa la scienza per rispondere allo scetticismo climatico del governo

La destra italiana continua a nascondere consapevolmente il rapporto tra il riscaldamento globale e l’alluvione in Emilia-Romagna. Mentre Ursula von der Leyen, dopo aver visitato le zone colpite, parla dell’impatto dell’emergenza ambientale e preme sulle soluzioni basate sulla natura, la sfida chiave dopo anni di cementificazione

Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen visitano le zone alluvionate in Emilia-Romagna il 25 maggio (© European Union, 2023)

La linea del governo Meloni sulle questioni climatiche e ambientali dovrebbe ormai essere chiara, ed è rimasta intatta anche durante l’emergenza per l’alluvione in Emilia-Romagna. È un riduzionismo o scetticismo climatico, un flirt costante con il negazionismo che punta sistematicamente a minimizzare l’impatto del riscaldamento globale di origine antropica sulla nostra quotidianità. 

Il loro approccio è il seguente: la crisi climatica è tra noi, ma non è poi così urgente e così determinante, e chi pone la questione in cima all’agenda è un ambientalista integralista, un visionario con la testa tra le nuvole che ignora i costi, le insidie e le difficoltà della transizione ecologica (quando, in realtà, i danni economici dell’inazione sono molto più ingenti, vedi alluvione in Emilia-Romagna). Il climate change viene trattato come un problema comune e non come il problema più ramificato e pervasivo che ci sia. Per questo, spesso, non viene nemmeno nominato dai politici di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.  

Il dibattito scientifico sulla crisi climatica è ormai concluso: secondo un’analisi di novantamila studi sul tema effettuata dalla Cornell university, il consenso attorno all’emergenza ecologica mette d’accordo il 99,9 per cento dei climatologi del mondo. Ma per la destra italiana non è importante. 

Gli esponenti dell’esecutivo preferiscono ignorare ogni legame tra gli eventi estremi (sempre più intensi e frequenti) e il riscaldamento globale innescato dalle attività umane. E, anche a livello comunicativo, continuano a omettere qualsiasi tipo di rapporto tra le alluvioni in Emilia-Romagna e la crisi climatica che – come abbiamo abbondantemente spiegato – non è ovviamente la sola responsabile dei danni causati dalle precipitazioni. Il disastro è il risultato di un cocktail di fattori da non trattare mai singolarmente, ma non è una scusa per minimizzare il ruolo della crisi “eco-climatica”

Mantenere questa strategia comunicativa significa rispettare le promesse fatte agli elettori. Leggere “ambiente” e voltarsi con disprezzo è un’abitudine preannunciata nei loro programmi esposti nell’estate 2022: nessuna sorpresa. Meglio, allora, continuare a insultare gli attivisti climatici che – indipendentemente dalle opinioni sui loro modi – sottolineano una realtà e un destino impossibili da ignorare. 

La destra è ossessionata dall’ambientalismo ideologico perché mira a mascherare un’inazione climatica che viene da lontano. In questi giorni, anche sui social e sui giornali, si sta parlando dei “no” dei comitati territoriali alla realizzazione di opere idrauliche giudicate necessarie per la messa in sicurezza dei fiumi. Queste pseudo-analisi vengono cavalcate da negazionisti e “riduzionisti” climatici, dato che all’interno dei suddetti comitati compaiono “anche” (e non “solo”) esponenti di associazioni ecologiste. 

Il problema, però, è che giornali, siti e pagine social preferiscono inserire la parola “ambientalisti” nei titoli, distorcendo la realtà e scombussolando la gerarchia dei problemi. L’Emilia-Romagna è la Regione italiana che cementifica di più nelle aree a rischio alluvione, ma è più comodo focalizzarsi su una diga non realizzata (anche) per via delle pressioni dei comitati locali. 

Andando indietro nel tempo, notiamo poi che Fratelli d’Italia non ha voluto le casse di espansione del torrente Baganza, in provincia di Parma, e che la Lega ha chiesto in Senato di non realizzare le vasche anti-esondazione del Seveso e ha definito «dannose per il territorio» le vasche di laminazione a San Vittore Olona. 

Per nostra fortuna, esistono ancora istituzioni in grado di usare la razionalità e il pragmatismo per reagire a un’ipocrisia che non si spegne nemmeno davanti a quindici morti e migliaia di persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Parliamo della Commissione europea, con la presidente Ursula von der Leyen che si è recata personalmente nelle zone più colpite dall’alluvione. Il giorno dopo, da Venezia, ha rilasciato delle dichiarazioni semplici quanto incisive e necessarie in tutto questo disordine. 

«Questo mese, l’Italia ha ancora una volta risentito dell’impatto devastante del cambiamento climatico», ha detto Ursula von der Leyen, donna di centrodestra e non di certo ambientalista. Proseguendo, la presidente dell’esecutivo comunitario non ha parlato di dighe o altre opere ingegneristiche ormai anacronistiche. 

Von der Leyen – andando nel tecnico – ha spiegato che i sei miliardi del NextGenerationEu contro il rischio idrogeologico in Italia verranno investiti anche per ripristinare «l’alveo del fiume Po rimuovendo il cemento» e per riattivare «le diramazioni laterali riportando la natura». Poi, la frase chiave: «Dobbiamo fare della natura il nostro partner nella lotta al cambiamento climatico». 

Alla forza della natura dobbiamo reagire con la forza della natura: ne parlavamo sabato scorso assieme a Elena Granata, docente di urbanistica al Politecnico di Milano. Le soluzioni “nature based”, come ad esempio la depavimentazione (togli l’asfalto e lasci terra battuta, una striscia di verde o un’area particolarmente porosa), sono una delle nostre ultime speranze per arginare la potenza degli eventi climatici estremi. Non parliamo solo di alluvioni, ma anche di ondate di calore. Intanto, però, al Parlamento europeo la destra di governo ha votato contro una proposta di legge sul ripristino della natura, confermando la sua pretestuosa repulsione nei confronti della transizione ecologica. 

Alle sottovalutazioni del governo Meloni, Ursula von der Leyen ha risposto con i fatti e con la scienza, allargando il già immenso gap comunicativo sulla crisi climatica tra Roma e Bruxelles. Un divario che, per quanto riguarda l’Italia, si traduce in azioni concrete orientate verso i combustibili fossili. Intanto, l’orologio climatico galoppa senza sosta. 

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