
Scrivo questo articolo alle sette di mattina, nel bar in cui sono venuta a fare colazione. Per percorrere il tratto di strada tra casa e il bar, alle sette di mattina, mi sono ricoperta di protezione 50. Sta per finire, ma ho comprato quella 100.
Se i dati anagrafici sparissero da tutti i computer d’Italia, e ci fosse bisogno di dimostrare chi è stata adolescente alla fine del secolo scorso, il test più semplice ed efficiente sarebbe la parola «Lancaster».
Per chi ha altre età, «Lancaster» può evocare una marca di cosmetici o persino una contea inglese. Per noialtre minorenni che andavamo nelle discoteche al mare il sabato sera, e all’alba di domenica ci trasferivamo su un lettino sul quale dormivamo tutto il giorno, «la Lancaster», mai scevra d’articolo determinativo, è una cosa precisa.
È il barattolo arancione con dentro una improbabile gelatina marrone che ci spalmavamo addosso e che aveva due scopi. Il primo era dare un po’ di colore alle pelli bianchicce d’inizio stagione (eravamo giovani: il pallore ci pareva un handicap, mica un lusso). Il secondo era attirare i raggi. Negli anni Ottanta, nonostante il buco nell’ozono fosse un argomento di conversazione persino più pervasivo di quanto lo sia oggi il riscaldamento globale, nessuna metteva la protezione solare, e nessun giornale ci diceva: guardate che vi viene un melanoma.
Si andava in centri appositi per l’abbronzatura artificiale a dare soldi a gente che ci faceva stare in una specie di gigantesco forno a microonde con le luci blu.
Si usava «lo specchio», un cartonato rivestito di qualcosa di simile alla carta argentata che si usa per gli alimenti, che avrebbe dovuto riflettere il sole e cuocerci meglio.
Le adulte usavano l’olio di bergamotto, anche quello senza filtri solari, anche quello concepito per arrostirti a doppia velocità; noialtre usavamo «la Lancaster»: non c’era commessa di profumeria che non sapesse che prodotto domandavamo dicendo solo la marca e non il nome del prodotto (nome del prodotto che non ho mai saputo, credo che nessuna di coloro che la compravano lo sapesse, e mi riempio di tenerezza a vedere le aziende di cosmetici che oggi si scervellano per trovare il nome giusto alle loro creme, o come si dice a Milano per il naming e il branding e il sarcazzing, convinte che il nome farà la differenza in termini di successo).
Poi è finito tutto: sono cresciuta, l’abbronzatura ha iniziato a sembrarmi la burinata che è, e a furia di leggere giornali americani ho iniziato a mettere la protezione totale anche in casa (poi è venuto fuori che la protezione totale non esiste, perché la pubblicistica dei cosmetici cambia versione dei fatti persino più spesso che quella della virologia: un’amica che s’intende di queste cose dice che questa protezione 100 per cui ho appena speso 40 euro – ed era pure scontata – è in realtà tale e quale alla 30).
Vent’anni fa ero in Thailandia. Un giorno era nuvolo, e ho passato il pomeriggio in spiaggia, a leggere. Sotto l’ombrellone. Sotto l’ombrellone in una giornata di cielo coperto. La sera ero ustionata. Ho annoiato per mesi tutti: vedete, una volta mettevo la Lancaster e non mi bruciavo, adesso sto all’ombra e sì, è chiaro che quello di questo secolo è un sole malato.
Anni dopo, ho fatto amicizia con un’imprenditrice di cosmetici, che ha capito i cosmetici ma non ha capito me. Ella è infatti convinta di poter dire a me le cose che dice alle sue clienti trentenni, donne che usano tutti i neuroni che hanno per memorizzare con che prodotto sia meglio struccarsi e quale sia la differenza tra ritenzione idrica e zampe di gallina.
Io, che se sull’anticellulite non mi scrivi a caratteri cubitali «questo va sulle cosce» assai probabilmente me lo metto sui denti, delle sue istruzioni ho recepito solo: come fai a essere così fessa da credere all’americanata della protezione solare anche in inverno.
Una trentenne avrebbe probabilmente registrato l’informazione «la protezione solare devi mettertela quando stai al sole»; io, che ho i neuroni impegnati da pressanti domandi filosofiche quali: perché Shiv era vestita di nero al matrimonio di Connor?, ho sintetizzato il concetto in: mai più protezione solare.
E quindi arriviamo alla primavera dei miei cinquant’anni, al mio trovarmi nel mio posto di mare preferito che ha il problema che in camera non prende il telefono, all’esserci in circolazione un succulento pettegolezzo, e al mio passare le ore tra mezzogiorno e le due su uno scoglio, a fare e ricevere telefonate. No che non m’ero messa la protezione: la mia amica che fa i cosmetici mi aveva detto che era inutile per stare in casa a gennaio, mica vorrete che capisca la differenza tra quello e stare sullo scoglio a giugno?
È finita che mi sono orrendamente bruciata e – ora che sono qui che mi spello, ora che ho speso fantastiliardi in creme lenitive e protezioni da mettere anche di notte, ora che esco solo prima dell’alba e dopo il tramonto e poi mi meraviglio se ho la vitamina D bassa – so che passeranno altri vent’anni, come dalla Thailandia.
È il tempo dello spavento: quello in cui, da adulta, non rifai una stronzata. Da giovane non funziona, è sempre quella storia della corteccia che non ti si è finita di formare: da giovane non impari dagli spaventi, perché da giovane non ti spaventi.
Credo sia di quello che parla chi dice «abbiamo tutti fatto delle stronzate, e non ci è scappato il morto per miracolo»; e credo sia quello che non capisce chi risponde «un conto è mettere in pericolo sé stessi, un conto ammazzare un bambino»: non calcoli una differenza tra i rischi, fino a una certa età, perché non calcoli i rischi. Non hai paura di morire o che muoiano gli altri: mica lo sai, che esiste la morte.
In quelle discoteche della riviera romagnola dopo le quali ci spalmavamo di Lancaster, da Bologna ci andavamo in motorino. A cinquant’anni (ma pure a quaranta) ho e avevo paura di camminare sulle grate sui marciapiedi: magari si spalancano e ci casco dentro; paura che il verme che mangia il cervello mi entri nel naso dall’acqua della doccia; paura di inciampare e finire sui binari e venire travolta ogni volta che aspetto un treno. Da adulta, vedo ovunque la mia mortalità, nonostante la cosa più pericolosa che faccia sia scendere le scale di casa; eppure teoricamente sono la stessa che andava a Riccione in motorino e stava al sole senza protezione.
E non credo ci sia una soluzione, non per le mie paure ma soprattutto non per i ventenni che fanno stronzate. Né al fatto che esistono anabolizzanti tecnologici per l’esibizionismo né al fatto che i giovani siano fisiologicamente scemi: i divieti, l’educazione, la disciplina, va tutto bene, ma il gigantesco non detto è che è questione di culo. Certi (tra cui io) non li ha educati nessuno e non gli è mai successo niente di grave, altri hanno avuto genitori che facevano tutte le cose giuste – e invece.
E quindi adesso, prima di correre a casa coperta di protezione 100 prima che siano le 8 di mattina e il sole diventi pericoloso, spedirò quest’articolo, così il lettore medio con l’attenzione media di questo secolo potrà dire: ma ti rendi conto che questa scema paragona uccidere un bambino a prendere il sole, ma se fosse suo figlio, ma facciamola radiare dall’ordine delle bagnanti.