Spazzatura in orbitaI rifiuti spaziali e il rischio di commettere lo stesso errore fatto con gli oceani

L’incuria antropica è un vizio che non conosce limiti. Lo spazio è un “terreno” sul quale si giocheranno molte competizioni geopolitiche e commerciali, ma l’essere umano non lo sta trattando con il rispetto necessario. Un film già visto con i mari, le montagne, i fiumi e tutti gli angoli della Terra

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«Abbiamo definito una strategia Zero Rifiuti: entro il 2030 tutte le missioni di Esa saranno progettate per non rilasciare più neanche un singolo detrito in orbita. Questo obiettivo è molto ambizioso e auspichiamo che altre agenzie nazionali e internazionali, come anche soggetti commerciali, seguano il nostro esempio».

A dirlo è stato poche settimane fa Andrew Wolahan, Clean Space Systems Engineer dell’Agenzia spaziale europea (Esa). Il progetto voluto e annunciato dall’organizzazione si pone poi un altro obiettivo: dal 2050 le orbite dovranno popolarsi di “officine” dove poter riattivare vecchi satelliti, riciclare componenti o produrne di nuovi. Il tutto con il chiaro scopo di evitare nuovi lanci, quindi l’impiego di propellenti a loro volta inquinanti e la creazione di ulteriori rifiuti.

Certo, per una società come la nostra, sempre abituata a correre ai ripari piuttosto che a prevenire, e in un momento come quello attuale nel quale i danni prodotti dall’incuria antropica sono evidenti, potrebbe sembrare un tema periferico, non urgente e quindi di poco conto: in fondo, lo spazio è percepito come distante da noi.

Eppure, dalle ultime stime dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), all’inizio dell’anno orbitavano attorno al nostro Pianeta oltre centotrenta milioni di rifiuti più piccoli di dieci centimetri, con dimensioni che arrivano fino al millimetro e oltre ventimila più grandi. Nella maggior parte dei casi, ci dicono i dati, si tratta di spazzatura prodotta dalle esplosioni e dalle collisioni che avvengono in orbita.

Un esempio su tutti gli oltre millecinquecento frammenti creati in un solo colpo nel novembre 2021, quando i russi hanno condotto un test con armamenti antisatellite facendo disintegrare il loro vecchio Kosmos 1404. I detriti hanno messo in serio pericolo gli astronauti in missione sulla Stazione spaziale internazionale, dedicata alla ricerca scientifica e gestita dalle agenzie spaziali Nasa, Rka, Esa, Jaxa e Csa-Asc. È del tutto ovvio immaginare eventi simili ripetuti da altre Nazioni, così com’è (o dovrebbe essere) del tutto scontato ipotizzare l’aumento conseguente dei rifiuti spaziali.

Per quanto distante o remoto possa sembrarci lo spazio, dobbiamo evitare di compiere lo stesso errore che abbiamo commesso lasciando che gli oceani somigliassero sempre più a delle debordanti pattumiere: è stato necessario più di un decennio di negoziati per arrivare a vedere, lo scorso 5 marzo, i Paesi membri delle Nazioni unite concordare il primo trattato in assoluto volto a proteggere gli oceani del mondo che si trovano al di fuori dei confini nazionali.

L’High seas treaty, il Trattato sull’alto mare, viene spesso considerando un mero successo politico. Il motivo? Fornisce un quadro di riferimento all’interno del quale gli Stati possono lavorare per raggiungere gli obiettivi di protezione di quel buon quarantatré per cento della superficie terrestre sino a ora priva di protezione. Insomma, rimanda al futuro tutti gli aspetti pratici del trattato stesso, ma rimane un passo avanti.

È comunque espressione di una presa di coscienza e di posizione considerando che finora il cosiddetto “alto mare” – che si estende oltre i trecentosessanta chilometri della zona economica esclusiva degli Stati – è stato praticamente un’area dove si è applicato solo il diritto internazionale del mare. Quest’ultimo non prevede, per esempio, la protezione degli ecosistemi, e dunque autorizza chiunque a prendere le risorse che può.

Pare proprio che quel che abbiamo fatto al mare lo stiamo ripetendo anche al cielo. Ormai sono tantissime le attività umane che dipendono dallo spazio: si stima infatti che entro il 2030 il numero di satelliti in orbita sarà passato dagli attuali circa undicimila a oltre settantamila.

È innegabile che lo spazio rappresenti un terreno sul quale si giocheranno molte competizioni geopolitiche e commerciali, basti pensare che se nel 2020 la cosiddetta new space economy valeva circa trecentottanta miliardi di dollari, dovrebbe toccare quota mille miliardi di dollari entro il 2040. Serve dunque, per dirla con le parole del Consiglio dell’unione europea, un approccio alla gestione del traffico spaziale, in quanto la sicurezza e la sostenibilità sono essenziali per conseguire un uso equo e rispettoso dello spazio.

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