Zar nudoL’invasione dell’Ucraina ha costretto la Russia a fare i conti con le contraddizioni del putinismo

La lotta di potere, che per ora non è tramutata in guerra civile, ci dice che anche se il regime dovesse sopravvivere a questi giorni convulsi ne uscirà indebolito dall’esibizione di debolezza e dalla totale mancanza di controllo sui propri alfieri, in particolare su Prigozhin e la Wagner

AP/Lapresse

La lotta di potere innescata da Evgenii Prigozhin e la Pmc Wagner contro il governo centrale russo è durata circa ventiquattro ore e non si è tramutata (per ora) in una vera guerra civile. Per un’intera giornata era sembrato che lo scontro armato tra il gruppo Wagner e le forze di sicurezza russe fosse inevitabile, invece verso le 19,30 di sabato (ora italiana) è arrivato l’annuncio di un accordo, mediato dalla Bielorussia, che ha evitato l’escalation.

Non è stato dunque merito dell’apparato repressivo del Cremlino. E anche il fatto che il complotto non sia stato sventato dall’intelligence è significativo in un sistema costruito primariamente per preservare il regime: dimostra che qualcuno ha potenzialmente tollerato una cospirazione contro Vladimir Putin.

Le forze di governo avrebbero comunque potuto prevalere nello scontro, ma se la rivolta si fosse radicata avrebbe voluto dire che i mercenari Wagner sarebbero stati capaci di conquistare depositi di munizioni, centri urbani e soprattutto alleati politici, complicando di parecchio il ritorno dell’ordine, e potenzialmente portando sulla linea del fuoco sia i civili che i servitori del regime. In fondo, è quel che abbiamo già intravisto grazie alla facilità con la quale Wagner è riuscita a muoversi nelle regioni durante le prime ore del putsch.

Perché ora, perché così
Le guerre civili scoppiano quando i meccanismi interni a un regime, sia esso democratico o meno, diventano talmente disfunzionali da smettere di dirimere le contese fra chi detiene le chiavi del potere militare ed economico. È il trionfo dei vizi di forma che accompagnano ogni assetto istituzionale e che ne avvelenano l’esistenza: in Russia, ciò si traduce soprattutto nel totale scollamento fra il funzionamento formale della Federazione e l’effettivo modus vivendi del sistema putiniano. Basti pensare alla milizia Rosgvardia, pensata in teoria proprio per intervenire in casi come questi. Nei fatti, essa si è rivelata un poltronificio svuotato dalla corruzione e messo duramente alla prova da un uso in prima linea in Ucraina.

Il patto sociale è stato per decenni basato su una fondamentale ipocrisia: in cambio del sostegno a una vaga ideologia imperialista e una vera sottomissione al presidente, i diversi attori e clan che compongono il cosmo moscovita hanno potuto accrescere il proprio potere e combattersi a vicenda. Dietro la facciata burocratica vive un sistema profondamente feudale, di cui Prigozhin è rappresentante. L’importante è sempre stato quello di ammantare questi scontri con una retorica coerente con la narrazione propagata dal regime: nei primi anni 2000 era la “de-oligarchizzazione”, nel corso dei decenni è diventato l’avventurismo imperialista. Negli ultimi mesi, l’invasione dell’Ucraina aveva aperto enormi spazi per attori volenterosi di accrescere il proprio capitale politico e finanziario con la scusa di essere fedeli sostenitori nella nuova grande guerra patriottica. Ne abbiamo ampiamente trattato in queste pagine digitali, spiegando come proprio Evgenii Prigozhin e il ministero della Difesa fossero entrati in rotta di collisione nel duello per riconoscimento politico e risorse.

Divide et impera smette di funzionare
Tutto ciò è stato attivamente incoraggiato da Vladimir Putin stesso, che in un cinico gioco di divide et impera ha fatto sì di rimanere l’unico fattore di continuità, l’unico attore fondamentale rispettato da tutte le élite per il suo ruolo di giudice nelle lotte interne al regime. Non sorprende quindi l’instabilità della dittatura: per anni è stata proprio questa instabilità a darle grandi capacità di adattamento. Il vero errore è stato pensare che il clamoroso abbraccio della post-verità (la denazificazione, bollare oppositori interni come agenti stranieri, il propagare di una visione apocalittica del mondo) non si sarebbe ritorto contro Putin e il regime.

Sono la frammentazione dello Stato, lo svuotamento delle istituzioni a beneficio di personaggi come Prigozhin e l’abbandono di qualsiasi principio di realtà ad aver reso possibile la «marcia per ristabilire la giustizia» verso Mosca. Che un ex criminale proprietario di una società di catering con un impero mercenario fra Africa e Donbas possa parlare di rimuovere i propri avversari Sergy Shoigu e Valery Gerasimov, due dei tre uomini con i codici di lancio dell’arsenale nucleare più grande del globo, è il risultato di un’architettura istituzionale sclerotica e inerentemente instabile.

Il regime è morto, viva il regime
Anche se il regime putiniano dovesse sopravvivere a questi giorni convulsi, sarebbe evidente che il suo fondamentale meccanismo è completamente spanato. Il regime ha esibito una totale mancanza di controllo sui propri alfieri, dimostrando di aver perso il controllo sulle forze centrifughe che esso stesso ha creato.

Evgenii Prigozhin ha visto un’opportunità, pensando di poter cementare il potere informale che ha accumulato con un forte gesto politico. In molti hanno pensato che il decreto ministeriale che prevedeva l’assoggettamento delle compagnie militari private alle forze armate entro il primo luglio avrebbe avuto scarse conseguenze.

L’errore fatto da molti (sottoscritto incluso) è stato ritenere che Prigozhin e Wagner potessero semplicemente ignorare il decreto, oppure accontentarsi di tornare al proprio core business africano. La mancanza di legittimità ufficiale avrebbe però esposto Prigozhin alle vendette della burocrazia a lui avversa. Soprattutto, tutto ciò gli avrebbe negato quel riconoscimento politico a cui potrebbe aver diritto dopo essere uscito dalle ombre il 24 febbraio 2022. Contare sul discreto egoismo di un potentato poteva aver senso in tempi di pace; invadendo l’Ucraina, Putin ha slegato i mastini di guerra e condannato il regime a confrontare le proprie contraddizioni. Il re è nudo: cosa ciò vorrà dire per l’Occidente e l’Ucraina rimane tutto da vedere.

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