Loop populistaLa difesa dei confini e gli slogan del 2016 che intrappolano i conservatori inglesi

I rimpatri forzosi in Ruanda, finora sventati dai ricorsi legali, costerebbero più che accogliere i migranti. La “cura” del primo ministro Sunak stenta a risollevare i Tories, si riparla di Gibilterra mentre Johnson affila la penna sul Daily Mail, ma viola (ancora) le regole

Associated Press/LaPresse

Deportare i migranti in Ruanda, come il governo inglese non ha (ancora) fatto, costa più che accoglierli. Sorpresa. Il piano, disegnato nei giorni buoni di Boris Johnson, era stato bloccato, con gli aerei già in pista, dalla Corte suprema britannica. Downing Street non ci ha mai davvero rinunciato e domani è prevista la sentenza d’appello. Bloccare gli ingressi irregolari, ha stimato lo stesso Home Office (il ministero dell’Interno) in una valutazione dell’impatto del provvedimento, ha un prezzo superiore a quello di consentirli: fa risparmiare centoseimila sterline a richiedente asilo, ma per ciascun rimpatrio ne vanno spese centosessantanovemila.

Il saldo netto è negativo. Nella sua visita a Londra di fine aprile la premier italiana Giorgia Meloni, a domanda precisa, non aveva sconfessato questa strategia. «Non so quali principi vengano violati». Di quell’«accordo tra Stati liberi», come l’aveva definito Meloni, restano secretati i pagamenti già versati al Paese africano: nonostante i trasferimenti non siano mai cominciati, Johnson aveva messo sul tavolo centoquaranta milioni di sterline. L’unico criterio che potrebbe invertire la passività per i contribuenti, il «potenziale di deterrenza» degli attraversamenti della Manica, è anche l’unico non calcolabile, secondo gli uffici.

Insistere pure se è controproducente – peggio, anche se i «contro» sono più dei «pro» – per non sacrificare una bandiera identitaria è un po’ l’ennesima metafora della Brexit. Perseguita la politica britannica a distanza di anni dalla sua realizzazione: il premierato di Sunak è all’insegna della limitazione dei danni per tamponare le promesse vanificate da Johnson, ma la classe dirigente dei Tories non riesce a disincagliarsi dagli slogan del 2016. La «difesa dei confini» sembra l’ultimo feticcio. Non a caso è sulla base di questi parametri che l’attuale primo ministro viene giudicato dai “suoi”.

Un mese fa Sunak si è sorbito i borbottii dei parlamentari perché le statistiche dell’Office for national Statistics (l’Istat britannica) hanno riscontrato un aumento degli immigrati. In particolare, a quota seicentoseimila nel 2022, un aumento del ventiquattro per cento sull’anno precedente, chiuso a 488mila. È una contorsione, però, perché senza quegli arrivi si sarebbero aperti buchi nella forza lavoro, soprattutto in settori – come la sanità – che per il loro organico dipendono dall’estero e, quindi, dai visti concessi dal governo. Ai comparti «strategici» è sempre stata risparmiata la “selezione all’ingresso” somministrata attraverso il nuovo sistema a punti.

Il premier inglese Rishi Sunak parla dentro un magazzino Ikea
(AP Photo/Kin Cheung)

A proposito di Brexit e altre cose costose. Alla Bbc l’amministratore delegato di Ford Europe, Tim Slatter, ha ammonito che l’industria automobilistica del Regno Unito dovrebbe restare allineata agli standard europei per evitare rincari per i consumatori. Intanto, il leader laburista Keir Starmer ha gioco facile a criticare il premier conservatore. A un evento del New Statesman ha detto che non giudica Sunak per la scuola dove manda i figli, ma che sostanzialmente un multimiliardario – sottinteso, a differenza sua – fatica a capire cosa significhi per la gente comune il carovita.

Con le elezioni anticipate in Spagna, poi, nel dibattito pubblico torna il destino dell’exclave di Gibilterra. A Londra temono che una vittoria dei Popolari, magari in tandem con quegli irredentisti di Vox, potrebbe rinfocolare le mire di Madrid sull’avamposto ceduto alla corona britannica nel lontano 1713. La Rocca, all’ingresso del Mediterraneo, è strategica in un’epoca di instabilità globale. Dopo la Brexit, il suo status è rimasto sospeso: il confine duro è stato però sventato da una moratoria. Da allora si tratta per stabilizzare un accordo temporaneo che, di fatto, ha avvicinato quei sei chilometri quadrati all’area Schengen.

A fronte di una popolazione di trentamila gibilterriani, quella frontiera è attraversata ogni giorno da quindicimila transfrontalieri. Per tornare nella capitale, invece, i Conservatori non apriranno un’indagine interna su Dan Korski, uno dei papabili candidati sindaci di Londra. Ex uomo d’affari, è accusato di aver palpeggiato una giornalista quando lavorava come consigliere a Downing Street. Non benissimo per un partito che si prepara alle prossime elezioni come a un naufragio annunciato. Peraltro su quell’appuntamento, da rinviare il più possibile nell’orizzonte mentale dei Tories, incombe una nuova modalità di voto, con l’obbligo per gli elettori di esibire i documenti.

Intanto, dopo le dimissioni da deputato, Johnson era tornato in scena come editorialista del Daily Mail. Per come ha gestito la faccenda, è già stato cazziato. Ha aggiunto alla collezione una ulteriore violazione del «codice ministeriale», che si applica a ex ministri e premier, per non aver notificato l’inizio della collaborazione con il quotidiano all’organo competente sugli incarichi degli ex ufficiali pubblici. È probabile intenda utilizzare la tribuna sul più letto tabloid del Paese – nazionalpopolare rispetto agli amori della sua carriera giornalistica, il Telegraph e l’elitario Spectator – per cannoneggiare il governo.

Pare che sull’altra sponda del mare d’Irlanda, Dublino abbia copiato l’iniziativa di alcuni paesini italiani. Per contrastare lo spopolamento, offre un sussidio di almeno sessantamila euro all’anno a chi si trasferisce su isole remote, lontane dalle coste. Forse, per Sunak, l’unico modo per sbarazzarsi delle intrusioni dell’ancora potente rivale interno sarebbe candidare Johnson al programma.

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