Alt-right alla teina Rees-Mogg, Farage e i delusi di destra della Brexit

Quando l’ex leader dell’Ukip dice che l’uscita dall’Ue è stata «un fallimento», lo fa per criticare l’establishment conservatore, al potere da tredici anni. I NatCon tendenza Gb News si sono contati in un convegno a Westminster

L'ex leader dell'Ukip Nigel Farage
Foto Alex Brandon/Ao

Cosa accomuna Nigel Farage a Jacob Rees-Mogg? Entrambi hanno un programma su Gb News, una specie di Fox News britannica in onda dal 2021. Si sono fatti un nome negli anni della Brexit rampante e hanno il dubbio che la parte più sfavillante della loro carriera sia alle spalle. Rees-Mogg fa parte della classe dirigente dei Conservatori che secondo l’ex leader dell’Ukip ha tradito le promesse, e le premesse, dell’uscita dall’Unione europea, ma tra i due c’è una sintonia ideologica. Sono i delusi a destra dei Tories, questa settimana si sono contati in una convention a Westminster. A differenza dei pentiti o degli europeisti, che chiedono meno Brexit, loro ne vorrebbero di più.

Critiche da destra
Ha fatto rumore l’intervista di Farage a un programma culto della Bbc come Newsnight di questa settimana. La «Brexit ha fallito», ha detto. Il fatto che il virgolettato appartenesse al patrono della “guerra santa” contro l’Unione europea, fondatore di due partiti eurofobici, ha fatto circolare moltissimo lo spezzone; ci abbiamo titolato pure in Italia. Il perimetro dell’insuccesso, però, viene circoscritto all’economia dall’ex eurodeputato (fa sorridere, ma deve a Strasburgo la sua unica carica elettiva, perché in patria il sistema uninominale l’ha tenuto fuori dal Parlamento).


A riascoltarla, non è un’apologia né una sconfessione. È strumentale all’area politica a cui Farage parla (ancora). In particolare, accusa il Partito conservatore, attribuendogli la responsabilità dei vantaggi, che potevano esserci e non ci sono stati, di cui il Regno Unito non ha goduto. Paragona i ministri agli odiati – da lui – «commissari europei», un accostamento infamante in quella galassia. In un promo social del suo show, ha ripetuto tanto la formula («Penso che la Brexit sia stata un fallimento sull’immigrazione») quanto l’imputazione, contro i governi che «non hanno mantenuto le promesse».

Sono critiche da destra a Downing Street. Uno degli slogan più sentiti della campagna per il Leave era riprendersi «il controllo dei confini». Per chiuderli. Invece gli arrivi in Gran Bretagna sono aumentati, soprattutto da nazioni non europee, anche a causa di un picco di traversate irregolari del canale della Manica. Dal G7 di Hiroshima, in Giappone, il primo ministro Rishi Sunak ha detto che persino i numeri dei migranti legali, a suo avviso, sono «troppo alti». Potrebbero arrivare a settecentomila nell’anno solare, scrive il Times.

La seconda vita televisiva di Farage non cancella quella precedente, a cui deve l’autorevolezza entro un certo pubblico. Fino a marzo 2021, quando ha lasciato la politica attiva, è stato presidente di Reform Uk, la formazione seguita al Brexit Party che nel 2019 ha stravinto le elezioni Europee eleggendo ventinove europarlamentari e intercettando il trenta per cento dei voti. Il network di cui è ormai il volto di punta, poi, è attiguo al “Paese reale”, a cui vorrebbe dare voce in contrapposizione alle altre televisioni liberal.

L’adunata dei NatCon
In questa autoproclamata polarizzazione, forse, anche il paragone più adeguato è di stampo americano. Se Gb News è la Fox britannica, Farage è qualcosa di simile al suo Tucker Carlson, peraltro scaricato perché propagandava nel prime time le tesi golpiste di Donald Trump senza neppure crederci, a telecamere spente, infine riapparso su Twitter con la stessa retorica anti-sistema, qualunque cosa esso sia. Ecco, su una traiettoria non troppo dissimile c’è la migrazione sull’etere di Rees-Mogg.

Il politico britannico Jacob Rees-Mogg
Jacob Rees-Mogg (AP Photo/Alberto Pezzali)

Se scorrete il suo feed su Twitter, l’attività televisiva è preponderante sulla politica. Forse coincidono. Il suo talk, iniziato a gennaio, si intitola “State of the Nation”. Il momento topico è il monologo dell’ex ministro, una tirata sulla notizia del giorno. È una piattaforma in assonanza con il convegno dei «National Conservatives» di questa settimana a Londra. Di Boris Johnson si diceva fosse il campione di un conservatorismo «one-nation» da reinventare; questi NatCon si collocano in quel solco, più a destra.

All’Emmanuel Centre si sono pesati. Non è stata l’adunata di una corrente meno influente del passato, semmai il contrario. Sul palco sono saliti i possibili leader del futuro, tra i quali la ministra dell’Interno Suella Braverman. La retorica sulla difesa della famiglia tradizionale, sulla battaglia demografica ammicca apertamente al premier ungherese Viktor Orbán e alla nostra Giorgia Meloni. Come scrive il Guardian, questo gruppo guarda alle culture wars come a un terreno di scontro da presidiare, ovviamente su posizioni identitarie.

Questa specie di alt-right sotto teina non pare impensierire Sunak, al momento. L’apparato del partito sta lavorando alacremente per individuare cento esponenti «a prova di scandali» da candidare alle prossime elezioni. Il mantra è: niente scheletri nell’armadio, niente svitati. Come sulla Brexit, l’ordine di scuderia pare essere limitare i danni. Proprio mentre ricorrono, oggi, 4757 giorni a Downing Street, come il New Labour di Tony Blair. Nel 2006, con un rebranding da quarantamila sterline, David Cameron ha cambiato il simbolo, dalla torcia della libertà di Thatcher alla quercia che sembra appassire dopo tredici anni al potere.

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