Erdogan e i suoi fratelliL’ambiguo significato di democratura, il composto sincratico del nostro secolo

Il gioco di parole per descrivere i leader autoritari contemporanei ha origine dalla Spagna degli anni '30, ma la sua importazione nella nostra lingua ha creato una serie di equivoci sul suo senso originale che ha più a che fare con il concetto di durezza che di dittatura

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Il terzo mandato presidenziale di Recep Tayyip Erdoğan non aprirà forse «il secolo della Turchia», come ha dichiarato il “sultano” dopo la prevedibile vittoria al ballottaggio dello scorso 28 maggio, ma ribadisce a chi ancora ne dubitasse che questo è il secolo delle democrature. Un fenomeno col vento in poppa, dall’America Latina all’Europa dell’Est, all’Asia, all’Africa, i cui spifferi fanno rabbrividire anche le più consolidate democrazie occidentali. E una parola che va di pari passo, e sempre più riecheggia nel dibattito politico. Ma la cui intrinseca pregnanza in genere sfugge, nella lingua italiana come nelle altre che l’hanno importata dal suo idioma natale.

Il vocabolario Treccani, registrandola come neologismo, la definisce: «Regime politico improntato alle regole formali della democrazia, ma ispirato nei comportamenti a un autoritarismo sostanziale» – e fin qui tutto bene (bene, cioè, limitatamente alla definizione) – aggiungendo però, dopo alcune citazioni giornalistiche, questa spiegazione: «composto dai s. f. democra(zia) e (ditta)tura; cfr. lo sp. democratura e il fr. démocrature».

Quandoque bonus dormitat…: infatti il termine sp.(agnolo) non è “democratura” ma democradura, e oltre al fr.(ancese) perché non ricordare anche l’inglese democrature? Dettagli, non è questo il punto. Il punto è che chiunque qui da noi, ma anche in Francia o in Inghilterra, voglia dare conto del neologismo lo interpreta appunto come il composto sincratico additato dalla Treccani, “democrazia + dittatura”. Il che funziona sicuramente in questi Paesi, per come il vocabolo è stato recepito nelle relative lingue, ma non ne rispecchia l’origine e il sottostante evocativo gioco di parole.

Perché il termine democradura è nato allo sbocco di un processo linguistico (e organizzativo-statuale) che ha preso le mosse nella Spagna travolta dalle ripercussioni mondiali del crollo di Wall Street del 1929. Nel tentativo di stemperare le tensioni, all’inizio del 1930 il re Alfonso XIII sostituì alla testa del governo il dictador Diego Primo de Ribera con un altro generale, Dámaso Berenguer, che subito provvide ad abrogare alcuni dei provvedimenti più autoritari varati dal suo predecessore. Giocando sul suffisso del sostantivo deverbale “dictadura”, reinterpretato come aggettivo dal significato identico al corrispondente italiano, si passò così da una forma dittatoriale dura a una più morbida, nella quale almeno le libertà civili (habeas corpus, inviolabilità della proprietà privata, libertà di parola e di movimento, diritto alla difesa in un processo giuridicamente corretto ecc.) erano garantite: da dictadura a dictablanda.

In un articolo uscito il 17 febbraio 1931 sul quotidiano La Libertad, intitolato “Dictablanda… dictadura”, il giurista Luis Jiménez de Asúa dell’Università Centrale di Madrid spiegava che «il governo Berenguer ha continuato il regime dittatoriale. Ma i suoi modi erano dapprima più cortesi, e il presidente ripeteva in ogni occasione che era venuto per “pacificare gli animi”». Nel medesimo articolo l’invenzione del neologismo era ascritta al poeta José Bergamín, sebbene l’attribuzione resti dubbia, perché il termine compare anche in una vignetta del disegnatore satirico catalano Luis Bagaría pubblicata il 12 marzo 1930 sulla prima pagina del giornale El Sol.

Quale che sia la reale paternità, la parola si diffuse nei Paesi di lingua castigliana – generando altresì diverse variazioni lessicali sul tema (dictafuerte/dictadulce) – a designare regimi come quello instaurato nel 1933 in Uruguay con il colpo di stato di Alfredo Baldomir o quello imposto nella Colombia degli anni Cinquanta dal generale Gustavo Rojas Pinilla, la settantennale permanenza al potere del Partito Rivoluzionario Istituzionale in Messico (1929-2000), l’ultima fase del franchismo in Spagna. Perfino il generale cileno Augusto Pinochet, sul finire della sua parabola dittatoriale, pretendeva di poterla qualificare come dictablanda, mentre la versione del termine nell’idioma portoghese, ditabranda, è stato utilizzato in anni più recenti, non senza suscitare vivaci reazioni polemiche in Brasile, in relazione al regime militare che ha dominato il Paese tra il 1964 e il 1985.

Se la dictablanda era (o pretendeva di essere) qualche cosa di più morbido della dictadura, il gradino ulteriore (o presunto tale) nella scala della morbidezza poteva fare a meno dell’aggettivo blanda e ardire la sincrasi con la parola democrazia. Ma, per compensare la fuga in avanti e prudentemente rispettare il principio di gradualità, doveva trattarsi di una forma di democrazia che conservasse la durezza, sia pure da ultimo ammorbidita, delle fasi precedenti, una democrazia dura: appunto, una democradura.

Anche nel caso di questo neologismo non è facile indicare con certezza l’inventore, perché certe parole fluttuano nello spirito del tempo e può accadere che vengano intercettate indipendentemente qua e là – per esempio il saggista croato Predrag Matvejević (1932-2017) sosteneva di averla coniata, ovviamente non nella forma spagnola, «per definire l’ibrido tra democrazia e dittatura» dei regimi post-comunisti balcanici e dell’Europa orientale. Più attendibile è l’attribuzione a Eduardo Galeano (1940-2015), lo scrittore uruguayano di Splendori e miserie del gioco del calcio, che in un libro di molti anni prima, Le vene aperte dell’America Latina (1971), ribaltando il gioco linguistico alla base di dictablanda, aveva usato il termine democradura per denunciare «il riciclarsi delle dittature sotto forma di finte democrazie».

(Notiamo di sfuggita che al termine democratura può essere accostato un altro neologismo, di cervellotica origine angloamericana e di circolazione fortunatamente limitata: anocrazia – risultante dal greco kratía, potere, suffissato dall’alfa privativa – che indica un regime in cui un soggetto detiene il potere in assenza di un quadro legislativo garantito e prevedibile. Formazione lessicale orrida e morfologicamente indifendibile, in quanto la consonante n dopo l’alfa privativa si introduce soltanto quando è seguita da vocale, e in questo caso la vocale o spunta senza alcuna ragione come un fungo – velenoso – a combinare una parola che, più che alla scienza politica, fa pensare a prevaricanti ossessioni omoerotiche).

A volte durissima, tanto da non potersi realmente distinguere dalla dictablanda, la democradura è comunque tale da rappresentare uno step lessicale e istituzionale successivo. Il passaggio dalla dictadura alla dictablanda e quindi alla democradura e alla democrazia consolidata, attraverso una fase intermedia di transizione, è stato teorizzato in vari lavori dal politologo argentino Guillermo O’Donnell (1936-2011), in particolare nel monumentale saggio Transitions from Authoritarian Rule. Prospects for Democracy, curato con Philippe Schmitter e Laurence Whitehead e pubblicato in quattro volumi dalla Johns Hopkins University Press nel 1986.

Ma attenzione, il processo non è irreversibile. Ancora Matvejević, nei suoi ultimi anni, percepiva indizi di democrature nella ricca ma inquieta Europa occidentale. E in Italia Giovanni Sartori (1924-2017), un maestro della scienza politica, usava la parola per designare quelle forme degenerative di democrazia rappresentativa che, sconfessando il garantismo costituzionale e con mirati interventi sulle leggi elettorali, aprono la via alla “dittatura della maggioranza”. Un monito inascoltato.

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