Erogazione liberaleDieci domande di Soncini a Repubblica (un po’ meno surreali di quelle originali)

Si sono messi in quattro a raccontare l’ultima compagna di Berlusconi, come si intuisce dalle tautologie, eppure hanno lasciato molte curiosità da soddisfare: ecco un articolo a schiena dritta per pretendere la verità (specie sui ricci di Fascina)

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Uno dei momenti più alti della commedia all’italiana in questo secolo furono le dieci domande di Repubblica a Berlusconi. Chi leggeva i giornali (era il 2009: ancora eravamo più di tredici) se ne ricorda; Ezio Mauro – sempre propenso a prenderla bassa – dice che fu un’invenzione di D’Avanzo, «impegnato in un’indagine permanente sul potere italiano».

Ora non stiamo a cavillare su che diavolo di indagine sul potere sia ripetere domande a uno che non ti risponde (sembra più una puntata delle Iene, ma senza i costumi di scena e i balletti); non cavilliamo neanche sulle dieci domande che in realtà erano la traduzione in linguaggio presentabile d’una domanda sola (presidente, non sarà che le piace un po’ troppo la figa?).

Il dettaglio interessante è un altro, cioè che, dopo mesi di pubblicazione ossessiva di queste dieci domande, Repubblica ottiene udienza da Berlusconi, uno di quegli incontri che si concordano da non pubblicare come interviste (che nei codici dei giornali italiani, giustamente scritti per analfabeti, sono tali solo se ci sono molti a capo e le domande in grassetto), ma come descrizioni ambientali con qualche virgolettato in mezzo.

Il povero inviato a casa di Berlusconi fece il suo compitino, povero: descrisse, virgolettò, pubblicò; e tutti noialtri lettori pensammo: e le dieci domande? Sono mesi che ci ammorbate con le dieci domande, poi ce l’avete davanti e non gliele fate?

(Poi Berlusconi per le dieci domande fece causa – e la perse – perché nella commedia all’italiana nessuno lascia mai che l’altro si copra di ridicolo da solo, bisogna sempre andare in soccorso all’avversario andando per tribunali invece di sedersi sulla riva del fiume a lasciare che la libera stampa muoia di pagliacciate).

Tutto questo per dire che ieri a Repubblica si sono messi in quattro per scrivere un articolo su Marta Fascina che mi ha fatto venire tantissima voglia di fare dieci domande ai giornalisti di Repubblica, e l’undicesima sarebbe: ma, dei quattro, chi decide la forma finale? Perché io un articolo con la punteggiatura altrui mi do fuoco piuttosto che firmarlo: meno male che non faccio la giornalista.

Decima domanda. Marta Fascina è del 1990. Quando esce “Ricordati di me” – il film di Muccino che spiega che le ragazze di questo secolo vogliono fare le Letterine e non sacrificarsi al tornio, e lo spiega anche a quelli troppo stolidi per averlo fin lì capito – è alle scuole medie. La «vecchia insegnante» senza nome che la descrive attratta da «la comunicazione, l’apparire, l’arrivare», come fa a distinguere il ricordo di lei da quello di centinaia (migliaia?) di altre ragazzine cui avrà insegnato in questo secolo? Non è più memorabile una ragazza di questo secolo che voglia entrare in convento?

Nona domanda. «Finita la scuola superiore, Marta annuncia ai suoi (pochi) amici»: cosa mi rappresenta quella parentesi? Mi state dicendo che non c’è da fidarsi di una che non ha almeno cinquemila amici su Facebook? O che, se nel vostro articolo non testimoniano gli amici, è perché la Fascina, come Loredana Berté, amici non ne ha?

Ottava domanda. Nella foto che avete messo anche in prima pagina, Fascina è ritratta, mi spiegate a metà articolo, nel 2011 a una festa di compleanno di Giacomo Urtis, disperato televisivo dell’ampia genìa dei disperati televisivi, quelli che quando li vediamo nei reality non riusciamo a memorizzarne i nomi per quanto siamo parrucchiere di Hannover attente al demi-monde dei vagamente noti. Solo che voi scrivete così: «La festa di compleanno di Urtis, non esattamente un evento accessibile a tutti». Amici di Repubblica, la premessa è: come si fa a essere adulti che vivono a Roma e a ritenere che per una ragazza caruccia sia complicato entrare a una festa di generone?; la domanda invece è: ma ci credete davvero?

Settima domanda. Quando parlate delle «lettere a mano» che la marchesa di Merteuil che questo secolo si può permettere scriveva a Berlusconi, non ce ne mostrate neanche una perché ve le tenete per la seconda puntata? Sono certa che capirete che non è sfiducia, è che parlare di lettere a mano nell’epoca dei messaggi istantanei perde un po’ d’impatto se non avete almeno una foto piccina picciò di una lettera coi cuoricini sulle i.

Sesta domanda. Ma queste «lettere a mano scritte di suo pugno» sono tali per distinguerle dalle lettere a mano scritte da uno scriba all’uopo ingaggiato, o è solo che quando si scrive in quattro poi la prosa fa una fine un po’ così?

Quinta domanda. Poco dopo dite che Silvio B queste lettere forse neppure le ha lette (ma quindi dove sono? chi le ha? qualcuno le ha viste?), ma soprattutto che forse gliel’ha presentata Lele Mora, o forse che Lele Mora neppure la conosce, che forse viene candidata perché amica di Galliani, anzi no forse Galliani non sa chi sia. Amici di Repubblica: è Rashomon o un’inchiesta?

Quarta domanda. Dite che nel «libro mastro» in cui vengono segnate le invitate a cena dal capo dell’Italia (cit.) ci sono, nei casi delle giovani come Marta Fascina, anche i numeri di telefono dei genitori. Amici di Repubblica, io ve lo dico: è un dettaglio stupendo e voi non potete buttarlo via così. Vogliamo sapere tutto: B. dunque chiedeva, come i nostri genitori (d’altra parte della sua stessa generazione), come nascessero le sciamannate che si trovava a tavola, cosa facessero i genitori, chiamava per rassicurarli che le avrebbe fatte riaccompagnare a casa presto? Vogliamo sapere tuttissimo.

Terza domanda. «Erogazione liberale». Non è neanche una domanda, più una supplica: il Grande Romanzo Italiano sta nella causale dei bonifici che Silvio B fa a Marta e alle altre. Erogazione liberale. Voglio crederci (l’hanno scritto su Repubblica, diamine), e voglio che questo GRI qualcuno lo scriva. Prepariamo tutti gli Strega e i Campiello che gli spettano.

Seconda domanda. «Mi scuserà, ma non posso stringere le mani di nessuno», direbbe Marta ai giornalisti che le vengono presentati. E voi la buttate lì e poi cambiate discorso: ma siete proprio degli scaldamutande dei dettagli. Marta detesta toccare gli estranei – come Donald Trump, come me – e ha benedetto la pandemia per aver sospeso le strette di mano – come Donald Trump, come me – o c’è altro? Parlate, santo cielo, basta con questi amuse-bouche.

Prima e più importante domanda. Nella foto che mettete in prima pagina, e di cui quindi capite l’importanza, non vorrei aveste equivocato la ragione della rilevanza. Non vorrei l’aveste messa in prima pagina perché la signora Fascina era in compagnia di Urtis (che in quel giornale siete convinti sia Aristotele Onassis o giù di lì, come difficoltà d’accesso) e di Stefano Ricucci.

Non vorrei non aveste capito che il punto, in quella foto, è che la signora Fascina è riccia. Era una permanente passeggera, o la signora Fascina appartiene alla genìa della Carrà, della Paltrow, delle donne che passano una vita a stirarsi esercitando così una tigna con la quale governare il mondo diventa poi un po’ il minimo?

Vi prego, amici di Repubblica, ve lo chiedo da abbonata: fateci un’inchiesta sullo stiraggio (chimico? Meccanico?) della signora Fascina. È l’unica cosa che interessa davvero a noi tredici che ancora paghiamo per leggere, è uno degli unici due modi per resuscitare gli incassi dei giornali (l’altro sono i necrologi, ma se li è presi tutti il Corriere).

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