Cavaliere animalistaL’eredità ambientale di Berlusconi, tra dipendenza dal gas russo e impegni Ue sabotati

Anche sui temi verdi, l’ex presidente del Consiglio era sintonizzato sul carattere degli italiani, pronti a tollerare un’estinzione della biodiversità a patto però che si mettano pene severissime con chi abbandona i cani in autostrada. Sulla carta, restano poche azioni positive e tanto rumore di fondo

AP Photo/Viktor Korotayev-LaPresse

Come spesso capita al conservatorismo senile italiano, in tarda età e con la marginalizzazione politica Berlusconi aveva scoperto l’animalismo. C’è stato un momento in cui andava lanciando il nuovo soggetto politico pet friendly di Michela Vittoria Brambilla, la Greta Thunberg dei liberali italiani, come una potenziale rifondazione in stile discesa in campo 1994, con una prospettiva da venti per cento. 

All’inizio di quella parabola si era affidato al calcio (chiamare «Forza Italia» giusto prima dei mondiali), trent’anni dopo gli sembrava di poter fare la stessa cosa con i canetti. Un po’ il capo di Forza Italia lo diceva per la sua natura di people pleaser di massa, un po’ anche perché c’era qualcosa di genuino nel suo adottare cani, salvare agnelli prima di Pasqua, baciare le capre e tutto quel tipo di proiezioni sentimentali su cui abbiamo visto alcune delle foto più memorabili della sua epopea. 

Ce l’aveva con i circhi e addirittura ha speso parole severe contro gli allevamenti intensivi, e fa sorridere, o riflettere, perché non ci sono molti altri leader di partito in Italia che anche solo si azzardino a pronunciare questa formula – «allevamenti intensivi» – nel discorso pubblico italiano. Ovviamente, senza nessuna consequenzialità, l’animalismo di Berlusconi era quello di una delle tante anziane signore che gli sono rimaste fedeli fino alla fine: piccoli cani fotogenici. 

Claudio Furlan/LaPresse

Anche in questo, Berlusconi era naturalmente sintonizzato sul carattere degli italiani, pronti a tollerare un’estinzione di biodiversità con le proporzioni di un meteorite preistorico, la distruzione del clima e il collasso di ogni ecosistema, a patto però che si mettano pene severissime con chi abbandona i cani in autostrada. Aveva capito che Forza Italia era il partito con l’elettorato più anziano d’Italia, e che gli animali domestici sono l’ultimo welfare rimasto a questo Paese, per i suoi sondaggi Dudù contava più di Tajani, poteva perdere Carfagna e Gelmini, ma in compenso aveva acquisito Lupo e Drago (la semantica onomastica era un po’ slittata, si era fatta più aggressiva, chissà cosa voleva dire, non lo sapremo mai). 

La sua ultima proposta ambientale era stata perfettamente in linea con lo spirito dei tempi e con il suo linguaggio, sempre fondato sull’enfasi, l’entusiasmo della reinvenzione della ruota e le generiche milionate. In vista delle ultime elezioni politiche, aveva usato il TG5 per fare la sua proposta shock: un milione di nuovi alberi all’anno sul territorio nazionale. Doveva sembrargli tantissimo, perché hey, un milione è sempre tanto, di qualsiasi cosa, posti di lavoro come faggi e abeti, ma nessuno lo aveva avvertito che il Pnrr già ne prevedeva oltre sei milioni in tre anni (con tutte le difficoltà e i limiti del caso). Non era nemmeno colpa sua. La visione ambientalista di Berlusconi era semplicemente quella di molti italiani: a digiuno di qualunque senso sia della scala del problema che delle soluzioni necessarie per affrontarlo. 

Quando mettono l’abito culturale buono, i suoi alleati parlano di Roger Scruton e, quando riescono, anche di Wendell Berry, ma tutto l’ambientalismo di Meloni, Procaccini, Pichetto Fratin e Giubilei è in realtà figlio di Berlusconi, che con un decennio o due di anticipo aveva già scavato il solco in cui si sarebbero mossi i suoi eredi. Al picco del potere e del consenso, prima del declino a colpi di spread, cene eleganti e condanne, Berlusconi aveva organizzato il G8 a L’Aquila. Era il 2009, un anno chiave, quello della grande sconfitta della Cop15 di Copenaghen, il fallimento che costò sei anni di margine e tempo alla lotta contro la crisi climatica. 

Per l’Italia, tutto gestito in casa Silvio. Fa impressione leggere gli impegni di quel G8: tenere l’aumento delle temperature sotto i due gradi centigradi, ridurre le emissioni del cinquanta per cento entro metà secolo, sostegno ai Paesi in via di sviluppo. Uno spiazzante senso di déjà vu in tono minore. Pochi mesi prima, il governo Berlusconi aveva addirittura portato a casa nel Castello Maniace un documento chiamato Carta di Siracusa sulla biodiversità, un arto fantasma come tanti nella storia del greenwashing: si parlava di tutte le cose di cui si parla oggi, servizi ecosistemici, legame tra biodiversità e clima, uso sostenibile delle risorse naturali. 

Cosa è rimasto di quegli impegni? Ovviamente niente. Spazzatura mediatica e rumore di fondo, oggi come allora, dove contava il governo Berlusconi sabotava gli impegni europei. Qual era il Paese sulle barricate contro la proposta del Consiglio europeo di aumentare i tagli delle emissioni UE dal venti al trenta per cento? L’Italia di Berlusconi e Prestigiacomo (allora ministra dell’Ambiente), ovviamente. 

Il periodo tra il protocollo di Kyoto e l’accordo di Parigi (1997-2015) è stato un buco nero in cui si è perso tutto il tempo necessario a fare una transizione più graduale, e non è stata certo solo colpa dell’Italia, ma Berlusconi ha governato per quasi la metà di quegli anni, facendo dell’Italia esattamente quello che è oggi: un Paese con poca voce, poco peso e poche idee, e quelle poche comunque contrarie all’urgenza della crisi. 

I vertici internazionali per la forma e la bella figura (oggi anche su quella vacilliamo, col commercialista berlusconiano Pichetto Fratin all’ambiente, altra eredità da mettere in conto), la politica europea per la sostanza. Il tutto condito con la retorica contro «ambientalismo ideologico e del “no”», che solo in un posto senza memoria di sé come l’Italia può essere ancora usato come una formula nuova e originale nel 2023. 

È durante i governi delle fasi di vero potere di Berlusconi (2001-2005 e intorno agli anni Dieci) che si è imposta la linea della Russia come «Texas d’Europa» e si è moltiplicata la dipendenza dal gas e in particolare dal gas di Mosca, con Paolo Scaroni – amministratore delegato di Eni tra 2005 e 2014 – come figura decisiva. Si firmavano accordi decennali che impegnavano il trenta per cento dei nostri consumi energetici e che – come ribadito da Scaroni di recente nella sua prima intervista da presidente di Enel – erano fatti con l’avallo dei governi del tempo, quasi tutti di Berlusconi, a parte la breve parentesi di Prodi.

In quegli anni Berlusconi e Putin vivevano il loro bromance geopolitico e, nel frattempo, l’Italia diventava primo cliente mondiale di Gazprom. All’epoca i cablo della diplomazia Usa rivelati da Wikileaks nel 2010 parlavano apertamente dei rischi energetici legati a quell’amicizia personale tra Berlusconi e Putin. 

Ogni problema ambientale e geopolitico esploso nel 2022 ha radici in quella fase, quella delle vacanze in Dacia e del lettone di Putin. È questa l’eredità ambientale di Berlusconi: un’Italia fossile e cemento, in cui il conflitto di interesse era un problema molto più ampio della semplice questione mezzi di informazione o leggi ad personam come sembrava all’epoca. 

Quel conflitto d’interesse è stato il metodo fondativo della Seconda repubblica di cui Berlusconi è stato il politico più potente, e ha lasciato una serie di eredità tossiche che stiamo ancora dipanando. Però la vita e la storia d’Italia sono anche piene di paradossi interessanti: come ha ricostruito Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, per la newsletter di Tommaso Perrone “Il Climatariano”, negli anni di Berlusconi ci fu anche l’unica vera accelerazione delle rinnovabili in Italia: undici gigawatt nel 2011, numeri con i quali Ultima Generazione sostituirebbe la vernice col prosecco. Era un innesco attivato dai governi precedenti, ma fa comunque impressione. 

Mesi prima della Cop15 di Copenaghen del 2009, Greenpeace fece una finta prima pagina dell’Herald Tribune in cui raccontava le cronache di un evento che – a differenza di come andò davvero – portava un accordo storico e vincolante sul clima. Era una piccola, innocua ucronia adatta a tempi in cui le Ong non avevano ancora i social media per diffondere il proprio messaggio e le proprie speranze. 

Insomma, era un gioco di immaginazione. In quel gioco, si raccontava che la Francia di Sarkozy rinunciava al nucleare e che si era trovato un accordo per un taglio del quaranta per cento delle emissioni entro il 2020: oggi è il 2023 e le emissioni da tagliare sono il cinquanta per cento entro il 2030. In quell’edizione utopica, distribuita in migliaia di copie e decine di paesi, ai copy di Greenpeace era anche un po’ scappata la mano: raccontavano che Berlusconi, nella festa dell’accordo raggiunto, era stato ricoverato in ospedale perché aveva inalato troppi coriandoli. La più vegana delle cene eleganti.

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