Balance of powerL’esternalizzazione della frontiera e il fallimento della Fortezza Europa

L’ennesimo naufragio nel Mediterraneo ha generato ancora una volta uno scambio d’accuse incrociato tra opinione pubblica, governi, scafisti. Ma l’origine del problema è in una gestione del dossier migratorio che si preoccupa solo spostare i problemi nel punto geograficamente lontano possibile, a costo di pagare autocrati impresentabili

Credits: Valerio Nicolosi

“Balance”, bilanciamento, è questa la parola fondamentale che più si urla quando una barca sovraffollata è in mezzo al mare in cattive condizione e si trova in mezzo alle onde, oppure quando sta per essere avvicinata e soccorsa da un’altra imbarcazione. Il bilanciamento è fondamentale perché con un numero spropositato di persone a bordo basta un momento di paura collettiva, un movimento di troppo verso babordo o tribordo e l’imbarcazione si rovescia.

La dinamica è da accertare, ma la gran parte delle settecentocinquanta persone a bordo del peschereccio partito da Tobruk, Libia orientale, sono naufragate a largo della Grecia dopo giorni di navigazione quando si è avvicinata un’imbarcazione non identificata: prima ha gettato delle bottiglie in mare, facendo sporgere le persone alterando il bilanciamento, e poi gli ha dato una cima e ha iniziato a trainarli. Qualcosa dev’essere successo perché poco dopo erano tutti in mare.

Al momento i superstiti sono poco più di cento mentre per gli altri sarà il mare a restituirceli tra qualche tempo. Chi forse non affiorerà più sono le donne e i bambini chiusi nella stiva per i quali non c’è stata via di scampo, perché da quelle trappole sottocoperta non si riesce a uscire quando la barca si gira.

Un’altra Cutro si è detto subito, con un’espressione che ha ricordato subito la strage accaduta al largo della Calabria pochi mesi fa e che in Italia ha avuto grande rilevanza politica, tanto da dare il nome a un Decreto Legge in tema di migrazione voluto dal ministro Matteo Piantedosi e dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

E come in quella strage anche oggi cerchiamo i colpevoli. Lo facciamo puntando il dito sempre nella stessa direzione: chi contro il governo nazionale, oggi greco e ieri italiano, chi contro gli scafisti. I primi vengono accusati da chi è solidale con i migranti e chiede un cambio delle politiche governative, i secondi dai governi, soprattutto quelli di destra come quello italiano e quello greco, che puntano il dito contro una categoria che si è quasi estinta da tempo, gli scafisti appunto: da anni sono gli stessi migranti che vengono costretti a comandare la barca, soprattutto quelle piccole, perché nessuna organizzazione metterebbe un suo uomo a bordo di quelle carrette.

In questo fuoco incrociato di accuse si perde il contesto nel quale queste stragi accadono, quello dell’esternalizzazione della frontiera e della Fortezza Europa. Un sistema che di anno in anno ha spostato la frontiera un pezzettino più in là, dove noi non la possiamo vedere e dove, come in Libia occidentale, i lager sono pagati con i fondi della cooperazione italiana.

Una scelta politica in chiave securitaria miope, che dal 2016 ha portato l’Unione europea a stringere accordi con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan per chiudere la rotta balcanica attraverso la quale alcuni milioni di persone erano in marcia verso l’Europa, in particolare il Nord, con alle spalle una fuga disperata dall’Isis e dai talebani.

Poi è toccato alla Libia occidentale con un accordo tra il governo di Tripoli e quello italiano per chiedere la rotta del Mediterraneo Centrale anche attraverso l’istituzione della Guardia Costiera libica, un insieme di milizie che controllano proprio il traffico di esseri umani: da un lato prendono i soldi per farli partire e dall’altro per fermarli, un lavoro win win per Al-Bija e altri criminali sui quali pende un mandato di cattura internazionale.

Gli accordi ci sono anche tra Spagna e Marocco e in altre frontiere esterne europee, fino a una chiusura quasi totale dei confini che ha spostato i flussi migratori dove c’è ancora qualche possibilità di passaggio, ma a costo di una traversata molto più pericolosa. In questo contesto nascono le stragi: chi è morto a largo della Calabria partiva dalla Turchia, Paese nel quale si arriva in aereo senza visto dalla gran parte dei Paesi di partenza ma dal quale è difficilissimo arrivare in Grecia o restarci: la guardia costiera ellenica è stata accusata da diverse inchieste con testimonianze video, di mettere i profughi arrivati in territorio greco su delle zattere e trascinarle verso la Turchia, in violazione a ogni legge internazionale.

Meglio quindi prendere una barca a vela e dirigersi verso l’Italia pagando somme altissime, anche settemila o ottomila euro a testa, e da lì proseguire verso Ventimiglia o Bardonecchia, in direzione Francia. Oppure prendere un aereo per il Cairo e proseguire via terra verso la Libia, o meglio ancora atterrare direttamente a Bengasi, nella Libia orientale, dove il generale Haftar non ha ancora attinto al banchetto dei fondi europei e quindi non è interessato a mettere un freno a queste partenze sempre più frequenti. Probabilmente ci attende un nuovo accordo, quindi, come quello che aspetta l’autocrate tunisino Saied dopo l’incontro con Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen, per poter dire che gli scafisti sono stati sconfitti. In attesa di spostare le rotte in qualche altra direzione, magari in Algeria o in qualche altro Paese.

La disperazione però non la fermeremo, daremo solo altri soldi a degli autocrati che potranno ricattarci quando vorranno, aprendo e chiudendo i rubinetti del flusso di persone. Chi invece soccorre in mare continuerà a urlare «don’t move, balance is important» sperando che l’ennesima barca non si capovolga.

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