Percorso travagliatoL’ecosistema europeo non può fare a meno della Nature restoration law

La norma rischia di naufragare a causa delle attività di lobbying delle associazioni legate all’agricoltura, alla pesca e all’industria del legno. E il Ppe di Manfred Weber non vuole fare passi indietro. Nella settimana del 10 luglio potrebbe scriversi una nuova (triste) pagina delle politiche ambientali di Bruxelles

AP Photo/Michael Probst-LaPresse

Ieri al Parlamento europeo di Strasburgo la commissione Ambiente (Envi) ha votato l’ultima versione emendata della Nature restoration law, respingendo il disegno di legge europeo sul «ripristino della natura» con un risultato finale di quarantaquattro voti a favore e quarantaquattro contrari (in questi casi la parità significa mancanza di una maggioranza e quindi niente approvazione).

La proposta rientra nella strategia dell’Unione europea per la biodiversità (parte integrante del Green deal) e punta a ripristinare gli ecosistemi degradati del continente, in particolare quelli potenzialmente più adatti a catturare e immagazzinare il carbonio e ridurre l’impatto dei disastri naturali. Il progetto di legge di Bruxelles riguarda le aree terrestri e marine – così come quelle agricole e urbane – del territorio europeo, all’interno del quale si stima che oltre l’ottanta per cento degli habitat risulti «in cattive condizioni».

Alla luce del risultato, la norma verrà ora inviata alla plenaria del Parlamento nella sua forma originale (quella proposta dalla Commissione europea). I deputati potranno presentare emendamenti prima del voto finale, previsto per la settimana del 10 luglio (tra l’11 e il 13).

La proposta vuole ripristinare almeno il venti per cento delle aree terrestri e marine entro il 2030: «Questa legge potrebbe essere davvero un punto di svolta per la natura, per il clima e per l’economia, anche alla luce degli ultimi disastri ambientali che abbiamo vissuto in prima persona. Uno dei problemi principali è la confusione che si fa tra ripristino e protezione della natura. Non sono due concetti equivalenti: moltissimi ecosistemi possono essere ripristinati passivamente, lasciando l’ecosistema a se stesso, a differenza per esempio della rimozione delle barriere sui fiumi, che necessitano invece di interventi attivi», spiega a Linkiesta Carlotta Bianchi, responsabile relazioni istituzionali di Wwf Italia. 

La normativa imporrebbe ai Paesi dell’Unione di redigere piani a lungo termine per il ripristino degli habitat, definendo i progetti e le iniziative che intendono perseguire per raggiungere gli obiettivi generali. Le azioni concrete includerebbero la piantumazione di alberi, l’apicoltura per l’inversione del declino del numero di insetti impollinatori, la riumidificazione delle torbiere prosciugate e l’espansione degli spazi verdi all’interno delle aree urbane. Azioni che porterebbero benefici reali e tangibili, utili a contrastare la condizione di degrado progressivo che pone a rischio la sopravvivenza di diverse specie animali e vegetali in tutto il continente, Italia compresa.

Un percorso travagliato
La votazione della commissione in merito alla Nature restoration law si era già svolta lo scorso 15 giugno: anche in quell’occasione era finita in pareggio, motivo per il quale la seduta era stata rimandata a ieri per l’esito finale. Quanto accaduto a Strasburgo aveva destato un certo scalpore, tanto che gli amministratori delegati di cinquanta aziende – tra cui Danone, Ikea e H&M – avevano pubblicato una lettera aperta in cui esprimevano il loro sostegno alla legge, sottolineando l’importanza fondamentale della protezione della natura anche in ottica di un buon funzionamento dell’economia.

A far naufragare l’approvazione era stato il Partito popolare europeo (Ppe), che oltre ad essersi opposto fermamente in sede plenaria aveva lanciato una campagna allarmista, spinta dalle pressioni di associazioni di categoria contrarie al provvedimento. 

A seguire, lo scorso 20 giugno il Consiglio affari energia dell’Unione europea si era riunito a Lussemburgo, dove un accordo sulla Nature restoration law è stato sottoscritto tra i ministri dell’ambiente dei Ventisette grazie al voto favorevole di ventuno Stati, tra i quali però non è comparsa l’Italia. Il voto contrario del ministro Gilberto Pichetto Fratin (insieme a quello dei rappresentanti di Austria, Belgio, Paesi Bassi, Polonia, Finlandia e Svezia) rappresenta un segnale negativo per un Paese come il nostro, in cui l’ottantanove per cento degli habitat di interesse comunitario si trova in uno stato di conservazione sfavorevole, come segnalato dall’ultimo report di Wwf Italia sulla biodiversità (con il sessantotto per cento degli ecosistemi della penisola in pericolo e il trenta per cento delle specie animali di vertebrati a rischio estinzione).

Anche nella mattina di ieri il capo del Ppe Manfred Weber aveva confermato l’intenzione di votare nuovamente contro il provvedimento. In un’intervista a Politico, Weber aveva spiegato che la legge rischierebbe di far aumentare i prezzi dei prodotti alimentari e minaccerebbe i mezzi di sostentamento degli agricoltori, oltre alle forniture alimentari globali in tempi di guerra. «Anche secondo la Commissione, non è il momento giusto per far passare una legge che porterà a una minore produzione (di cibo, ndr). Il Ppe voterà contro il disegno di legge, abbiamo bisogno di una nuova proposta per affrontare le preoccupazioni», aveva dichiarato.

La pressione delle associazioni di categoria
Sul fronte parlamentare, tra i punti della legge contestati dal Ppe c’è quello che stabilisce che almeno il dieci per cento della superficie agricola totale (Sat) sia dedicato alle infrastrutture verdi che sostengono la biodiversità degli agro-sistemi. Ampie fasce del settore agricolo si sono opposte, lamentando perdite di spazio e produttività, e ottenendo il supporto dell’arco politico europeo di centrodestra dopo mesi di lobbying.

Contattato più volte da Linkiesta, Fulvio Martusciello, capo delegazione Forza Italia-Ppe al Parlamento europeo e membro della commissione Envi per l’ambiente, non ha rilasciato dichiarazioni a proposito della votazione, non rispondendo alle accuse delle organizzazioni ambientaliste secondo cui il Ppe avrebbe ostacolato la legge su pressione delle associazioni legate ad agricoltura, pesca e industria del legno.

«C’è stata una grandissima disinformazione da parte delle lobby agricole europee a proposito dell’obiettivo di allocare almeno il dieci per cento di terreni agricoli a elementi paesaggistici ad alta diversità», spiega Bianchi. Il fuoco incrociato delle associazioni di categoria è arrivato da più parti: il Copa Cogeca (rappresenta gli agricoltori e le cooperative agricole all’interno dell’Ue) è intervenuto a livello parlamentare, criticando aspramente la legge. 

In un comunicato ha lanciato un appello unito per il rifiuto di una legislazione definita «irrealistica» e che «mette in pericolo i mezzi di sussistenza di agricoltori e pescatori e la produzione alimentare nell’Unione». A livello europeo, gli interventi di realtà come il Copa Cogeca godono di un peso politico enorme e giocano spesso un ruolo determinante nei processi di approvazione del Parlamento.

«Osteggiare questo tipo di leggi (di carattere ambientale, ndr) è un trend che stiamo osservando sia a livello internazionale che a livello europeo. Per questo siamo parecchio preoccupati per quanto riguarda anche il futuro del Green deal in vista delle elezioni 2024», conclude Bianchi.

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