Mediazioni turcheI ministri di Erdogan che punta ancora sulla diplomazia

Oltre a ridefinire l’immagine internazionale del Paese, l’interventismo (dal Kosovo alla Siria, ma in formato light) serve al presidente per mitigare gli effetti della crisi in patria. Dal titolare dell’Economia ci si aspetta un ritorno a politiche razionali, quello della Difesa è l’ex capo dell’intelligence

Il presidente turco Erdogan durante un comizio
AP Photo/Francisco Seco

Tra la cerimonia di insediamento e la nomina ufficiale del suo nuovo gabinetto, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha trovato il tempo per inviare i militari turchi in Kosovo in risposta alla richiesta arrivata dagli alleati Nato. Nelle ultime settimane il Paese balcanico è stato nuovamente scosso da tensioni dopo la vittoria di alcuni politici albanesi nelle elezioni di quattro comuni nel Nord, l’unica area del Kosovo a maggioranza serba. Il successo dei sindaci di etnia albanese è stato possibile grazie al boicottaggio delle urne portato avanti dalla componente serba, che si rifiuta adesso di riconoscere l’autorità dei sindaci eletti e la validità delle elezioni.

Il Kosovo, dunque, continua a presentarsi come un Paese instabile e diviso al suo interno tra la popolazione serba e quella di origine albanese, il che complica il lavoro di peacekeeping delle truppe Nato. Ma ciò che sta accadendo nel piccolo Stato balcanico rappresenta un’opportunità per altri attori, come ad esempio la Turchia. Erdogan infatti non si è limitato a inviare le proprie truppe a sostegno della Nato. In una chiamata con il presidente serbo Aleksandar Vucic e il primo ministro kosovaro Albin Kurti, il capo di Stato turco si è anche proposto come mediatore tra le parti, sottolineando come la pace sia raggiungibile solo attraverso il dialogo.ì

Per il momento l’offerta di Erdogan non sembra sia stata accettata, ma la mossa del presidente alla vigilia del suo ennesimo insediamento alla presidenza della Repubblica è certamente significativa. Il capo di Stato turco si sta ritagliando da tempo un ruolo di mediatore e di facilitatore sullo scacchiere internazionale nel tentativo di aumentare il prestigio della sua nazione e di rendere la Turchia una media potenza regionale.

Ma la scelta di Erdogan di presentarsi come figura pacificatrice è anche legata a questioni economiche. La Turchia è alle prese con una pesante crisi economica e con la svalutazione costante della lira, il che riduce i margini di manovra del paese all’estero, soprattutto in un ambito prettamente militare. La scelta di Erdogan di puntare sulla diplomazia è dunque utile anche a mitigare gli effetti negativi della crisi economica, oltre che a ridefinire l’immagine della Turchia a livello internazionale.

Il presidente turco ha ottenuto il suo massimo successo nel contesto della guerra in Ucraina, diventando una figura indispensabile per le comunicazioni tra le parti in conflitto e per l’intero Occidente. Erdogan ha saputo sfruttare l’appartenenza alla Nato e i legami con la Russia, oltre che la posizione geografica del suo paese, per porsi come mediatore tra Mosca, Kyjiv e le cancellerie occidentali, favorendo anche la stipulazione dell’accordo per l’export del grano.

Ma il dossier russo-ucraino non è l’unico nel quale emerge la figura di mediatore del capo di Stato turco. Erdogan, come detto, si è proposto come pacificatore anche nel contesto del Kosovo e ancora prima in quello del Sudan, Paese africano ancora una volta alle prese con una guerra interna.

Un atteggiamento in un certo qual modo simile a quello che Erdogan sta mostrando nei confronti della Siria. Il presidente turco ha bisogno di raggiungere un accordo con il governo di Damasco, presieduto da Bashar al Assad, per rimpatriare in Siria almeno un milione di rifugiati presenti in Turchia e sta puntando sulla mediazione della Russia per arrivare presto a un compromesso con la controparte siriana.

La ricerca di un accordo diplomatico rappresenta un cambio di passo dettato ancora una volta non solo da considerazioni relative alla politica estera, ma anche legate allo stato dell’economica nazionale. Erdogan in passato ha più volte minacciato un nuovo intervento armato nel Nord della Siria, a discapito dell’Amministrazione autonoma a maggioranza curda, ma ultimamente sembra aver messo da parte l’ipotesi di una nuova, dispendiosa campagna militare.

La Turchia ha infatti preferito continuare ad attaccare il Nord della Siria e dell’Iraq utilizzando la sua flotta aerea o i droni, in operazioni su scala ridotta condotte in tempi relativamente brevi. I velivoli senza pilota d’altronde sono il prodotto di punta dell’industria bellica turca, nonché strumento utile per intessere relazioni ed estendere l’influenza della Turchia in altre aree del globo. Con un ritorno economico significativo per il Paese e per il genero dello stesso Erdogan, a capo della più importante azienda privata di droni, la Baykar Technologies.

Nel corso della prossima presidenza è probabile che il capo di Stato continui a muoversi lungo queste direttrici, mantenendo il ruolo di pacificatore più che di attore militarmente attivo. Anche alla luce delle scelte fatte nella definizione del suo nuovo gabinetto. Erdogan ha messo a capo del ministero dell’Economia Mehmet Simsek, da cui ci si aspetta un ritorno alle politiche economiche razionali e in linea con il libero mercato a partire dall’aumento dei tassi di interesse.

In un periodo di transizione così importante, per Erdogan sarà difficile impegnarsi militarmente al di fuori dei confini nazionali e d’altronde la nomina a ministro degli Esteri di Hakan Fidan, ex capo dell’intelligence (Mit) non lascia presagire un attivismo di questo tipo. Fidan ha mediato nel contesto della guerra in Ucraina, nelle relazioni con Damasco, è coinvolto nel riavvicinamento tra Turchia ed Egitto e continuerà a puntare su questo tipo di approccio nel portare avanti gli interessi del Paese anatolico.

Erdogan il mediatore, dunque, dovrebbe restare sul palcoscenico internazionale ancora a lungo.

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