Partner strategicoCosa (non) prevede l’accordo fra Unione europea e Tunisia

Il Memorandum d’intesa non è un testo legale di per sé e presenta una serie di iniziative da convertire in azioni concrete, ma garantirà oltre settecento milioni di euro al Paese nordafricano, centocinque solo per fermare i flussi migratori

LaPresse

La Commissione europea ci tiene a sottolinearlo: quello firmato il 16 luglio da Ursula von der Leyen e dal presidente tunisino Kaïs Saïed è un «Memorandum d’intesa su un partenariato strategico» e non soltanto un accordo sulla politica migratoria. Alla gestione dei flussi migratori, sicuramente l’aspetto più controverso dell’intesa, è destinato circa un settimo del budget complessivo stanziato, che supera i settecento milioni di euro. Ma con la rotta del Mediterraneo centrale che registra un più centotrentasette per cento di approdi irregolari rispetto all’anno scorso, la questione migratoria è con ogni probabilità il motivo principale per cui è questo accordo è stato stipulato. 

Soldi e progetti
Il «Memorandum d’intesa» non è un testo legale di per sé e presenta una serie di iniziative da «convertire» in azioni concrete. Dovrà prima essere formalmente sostenuto dagli Stati membri, con decisione unanime dei propri capi di Stato e di governo al Consiglio europeo. Poi i singoli progetti che lo compongono verranno sviluppati volta per volta e approvati secondo le regole comunitarie, cioè quasi sempre con voto a maggioranza qualificata tra i ministri dei Paesi dell’Ue.

Si articola in cinque pilastri, nei quali Ue e Tunisia promettono di rinforzare la cooperazione: stabilità macro-economica, commercio, transizione energetica, scambi e contatti fra le popolazioni, e migrazione.

I benefici saranno reciproci, ma il flusso di denaro tra prestiti e investimenti a fondo perduto è tutto da Bruxelles verso Tunisi. Sul piatto ci sono in tutto settecentododici milioni, con la possibilità non remota di un’aggiunta corposa: un pacchetto da novecentomilioni di euro, vincolato però a una serie di riforme prescritte dal Fondo monetario internazionale.

I soldi promessi dall’Ue a prescindere, invece, sono ripartiti in maniera diseguale fra i cinque pilastri del Memorandum. La fetta più grossa spetta alla cooperazione energetica: 307,6 milioni per il progetto Elmed, che punta a connettere la rete energetica tunisina a quella italiana, e quindi europea, tramite un cavo sottomarino da 600 megawatt, in parte già finanziato dalla Banca mondiale. La produzione di energia rinnovabile da parte della Tunisia sarà incentivata anche dalla semplificazione delle procedure amministrative nel settore e da una riforma del quadro regolatorio nazionale.

Per quanto riguarda il commercio e la cooperazione economica, sono previste collaborazioni nel settore dell’agricoltura, dell’economia circolare, degli investimenti, del trasporto aereo e della transizione digitale. In questo comparto spicca un altro finanziamento da quaranta milioni per il cavo Medusa, che beneficerà pure di un prestito della Banca europea per gli investimenti e con centocinquanta milioni in totale garantirà una connessione a internet di alta qualità in Tunisia.

Altri centocinquanta milioni sono previsti per la stabilità del Paese nordafricano, da versare nel budget tunisino nel 2023 con modi e tempi ancora da concordare. L’obiettivo è un modello di sviluppo sostenibile e, come spiegano fonti comunitarie, questi soldi non potranno essere utilizzati per la politica migratoria, a cui è dedicata un altra fetta specifica dello stanziamento europeo.

Nessuna cifra per la parte dedicata agli «scambi e contatti fra le popolazioni», ma la promessa europea di maggiore armonizzazione delle politiche dei visti di breve soggiorno, e di coinvolgere maggiormente i giovani tunisini nei programmi di mobilità comunitari per istruzione e ricerca, come Horizon o Erasmus+. Al momento ci sono già trecento posti garantiti da Belgio, Germania e Francia per l’arrivo in maniera legale di cittadini tunisini con competenze specifiche nell’ambito del programma Talent partneship e la Commissione se ne aspetta altri settecento entro la fine dell’anno.

Il budget per la politica migratoria
Infine, l’ultimo punto del Memorandum riguarda la gestione delle migrazioni: centocinque milioni di euro serviranno per il controllo delle frontiere, la lotta ai trafficanti di esseri umani le operazioni di rimpatrio nel 2023. «È praticamente il doppio di quanto facciamo ora», spiega una fonte comunitaria. In concreto, questo stanziamento significa singoli accordi per addestramento ed equipaggiamento delle autorità tunisine, ma anche fondi per effettuare rimpatri in altri Paesi. Ad esempio, dice la fonte, saranno consegnate otto motovedette per pattugliare le acque tunisine, droni, radar e jeep per i confini terrestri, mentre quindici milioni serviranno per identificare e riportare i migranti subsahariani nei Paesi d’origine tramite programmi di ritorno volontario.

Il governo tunisino si impegna inoltre a sostenere la riammissione dei propri cittadini che si trovano irregolarmente nell’Ue, ma ha chiarito di non essere disposto a ricevere quelli di altre nazionalità: «La Tunisia ribadisce di non essere un Paese di installazione di migranti irregolari e di proteggere solo le proprie frontiere», si legge nel testo dell’intesa.

Diritti umani in pericolo
Un’altra menzione specifica riguarda il rispetto dei diritti umani, che dovrà essere sempre garantito nella politica migratoria tunisina. Fonti comunitarie assicurano la vigilanza sul tema della delegazione europea a Tunisi, in collaborazione con l’Organizzazione internazionale delle Migrazioni e l’Unhcr.

Ma i dubbi non mancano, a partire dalle stesse istituzioni europee. Una risoluzione approvata a marzo dal Parlamento comunitario denuncia il deterioramento dei diritti umani nel Paese, condannando specificamente l’ormai famoso discorso xenofobo del presidente tunisino Kaïs Saïed sulla «sostituzione etnica» in atto nel Paese a opera degli africani subsahariani. Critiche ribadite anche in una recente conferenza stampa a Strasburgo di quattro deputati dei principali gruppi politici dell’Eurocamera: popolari, socialisti, liberali e Verdi. «Ci colpisce che questo accordo avvenga proprio nel periodo di picco della violenza contro i migranti in Tunisia», spiega a Linkiesta Sara Prestianni, responsabile del dipartimento migrazione e asilo di EuroMedRights, un network di organizzazioni attive nel settore.

«Centinaia di persone sono state espulse dalla Tunisia verso i Paesi limitrofi, Algeria e Libia, e abbandonate nel deserto». I rapporti di Human Rights Watch evidenziano la deportazione di cittadini africani subsahariani, compresi bambini e donne incinte, arrestati dalla polizia tunisina in varie città. Le testimonianze raccolte raccontano pure di diverse persone uccise e altre ferite in maniera diretta dalle autorità tunisine.

Oltre alle violazioni alle frontiere terrestri, Prestianni denuncia pure le operazioni della guardia costiera tunisina, già ora in parte finanziate dall’Ue. La cooperazione nella ricerca e salvataggio in mare è infatti una delle assi portanti dell’accordo, come specificato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen a Tunisi, su cui la cooperazione va incrementata. «Noi partiamo dal presupposto che la Tunisia non sia un Paese sicuro per le persone migranti: quindi ogni operazione di recupero che si concluda con uno sbarco in quel Paese non può essere considerata un salvataggio». 

Una visione diametralmente opposta a quella sancita dal Memorandum, e più in generale adottata ultimamente dall’Ue e dai suoi Stati membri. La Tunisia è un «partner strategico», e come tale va trattato. L’accordo con Tunisi, come ha detto Giorgia Meloni dopo la firma, è «un modello per le relazioni con i Paesi del Nordafrica», e andrebbe replicato.

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