Habemus PniecLa «transizione realistica» dell’Italia si scontra con l’urgenza della sfida climatica

Da una parte, i target sulle rinnovabili entro 2030 crescono con poca ambizione, rendendo difficile l’attuazione di un’efficace strategia di decarbonizzazione. Dall’altra, il nucleare viene definito prioritario e il gas continuerà a rivestire un «ruolo centrale». Cosa c’è (e non c’è) nella proposta di aggiornamento del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima

Roberto Monaldo/LaPresse

Habemus Pniec, ma non c’è troppo da esultare. Venerdì 30 luglio il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) ha annunciato l’invio alla Commissione europea della proposta di aggiornamento del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, lo strumento legislativo con cui gli Stati membri mettono nero su bianco gli obiettivi e le strategie per la riduzione delle emissioni imposta dall’accordo di Parigi del 2015. 

La novità era stata accolta con qualche lecita polemica, considerando che il Mase si era limitato a rilasciare un comunicato stampa senza pubblicare il Pniec integrale. Lunedì, però, il documento di quattrocentoquindici pagine è stato finalmente diffuso, permettendo alla stampa, ai cittadini e agli addetti ai lavori di consultare la road map verso i target energetici e ambientali fissati per il 2030. 

Secondo il Regolamento Ue 2018/1999 sulla governance dell’Unione dell’energia, entro il 30 giugno 2023 gli Stati membri dovevano notificare a Bruxelles la proposta di aggiornamento dell’ultimo Pniec: questo significa che l’Italia, tra ritardi e tentennamenti, ha centrato l’obiettivo per il rotto della cuffia. 

Roma aveva pubblicato la prima bozza del piano nel gennaio 2020, dunque prima dell’invasione russa in Ucraina e della crisi energetica che ha scombussolato le carte sul tavolo della decarbonizzazione, mettendo in cima alle priorità l’abbandono del gas del Cremlino e la sicurezza energetica. 

Prima della guerra, il Pniec italiano poneva i seguenti obiettivi per il 2030: trenta per cento di rinnovabili nei consumi lordi di energia; venti per cento di rinnovabili nelle quote di consumi finali lordi dei trasporti; ridurre del quarantatré per cento i consumi di energia primaria; ridurre le emissioni di gas serra del trentatré per cento per tutti i settori non inclusi nel Sistema per lo scambio delle quote di emissione (Ets) dell’Unione Europea, che nel frattempo è stato riformato; phasing out (eliminazione graduale) del carbone entro il 2025. 

Nel nuovo Pniec, che dovrà essere approvato entro giugno 2024, il ministero dell’Ambiente ha alzato un po’ il tiro, senza spiccare in ambizione: quaranta per cento di rinnovabili che sale al sessantacinque per cento per i consumi solo elettrici; trentasette per cento di energia pulita per il riscaldamento e il raffrescamento; trentuno per cento nei trasporti; quarantadue per cento di idrogeno da rinnovabili per gli usi industriali. 

Secondo gli analisti del think thank per il clima Ecco, il sessantacinque per cento di rinnovabili nel sistema elettrico è «lontano da valori adeguati agli impegni presi dall’Italia in ambito G7 per un sistema elettrico sostanzialmente decarbonizzato al 2035». Per farcela, osservando le loro stime, bisognerebbe salire al settantasei per cento. Una stima leggermente più alta rispetto al settantadue per cento del portale specializzato QualEnergia. A che punto siamo ora? Secondo i dati forniti dal Gestore dei servizi energetici (Gse), nel 2021 le fonti rinnovabili rappresentavano il 42,3 per cento del mix elettrico italiano. 

Non è tutto: l’obiettivo del quaranta per cento (in realtà è del 40,5 per cento) di rinnovabili nei «consumi finali lordi di energia» entro il 2030 è inferiore rispetto al target inserito nel RepowerEU (42,5 per cento). 

Il ministro Gilberto Pichetto Fratin ha insistito sulla volontà di attuare una «transizione che sia realistica e non velleitaria, dunque sostenibile per il sistema economico italiano». Una frase che cerca di camuffare la scarsa ambizione delle politiche di decarbonizzazione del governo Meloni, più impegnato a sognare sul nucleare e a trasformare l’Italia in un hub del gas. 

Non sorprende, infatti, che a pagina 146 ci sia il nucleare nell’elenco degli «ambiti tecnologici» che l’Italia ritiene «prioritario sviluppare» entro il 2030. Ignorando tutti gli scogli economici e temporali, il Pniec inviato venerdì a Bruxelles recita che «insieme alle risorse energetiche rinnovabili, le tecnologie nucleari di nuova generazione occuperanno un ruolo importante nella transizione energetica verso un’economia a basse emissioni di carbonio». A un certo punto si fa addirittura riferimento alla fusione nucleare, che – nel lungo periodo – secondo il governo sarà fondamentale perché la domanda di energia risulterà sempre maggiore.

Non sorprende nemmeno che nel paragrafo 2.3, dedicato alla «dimensione della sicurezza energetica», la prima fonte energetica menzionata sia il gas fossile, a cui l’Italia non ha intenzione di rinunciare nel breve-medio termine. Il gas, la cui domanda nel 2021 è aumentata del 7,2 per cento (76,4 miliardi di metri cubi), giocherà «un ruolo indispensabile per il sistema energetico nazionale durante il periodo di transizione e potrà divenire il perno del sistema energetico “ibrido” elettricogas», si legge nella proposta.

Quanto ai prodotti petroliferi, che al momento soddisfano più dell’ottanta per cento della domanda di energia nel settore dei trasporti, il documento recita che «rappresenteranno comunque una quota rilevante del totale del fabbisogno energetico nazionale». Uno scenario per nulla confortante. 

Dall’altra parte, sempre secondo QualEnergia, la potenza elettrica rinnovabile stimata per il 2030 rischia di essere inferiore di «almeno una decina di gigawatt» rispetto alle cifre necessaria per avviare un processo di decarbonizzazione con la “D” maiuscola. Le previsioni tengono chiaramente conto della crisi dell’idroelettrico e della timida crescita della geotermia. Per l’idrogeno da rinnovabili, invece, il target per il 2030 è del quarantadue per cento a livello di uso industriale. Senza troppe sorprese, non c’è alcun riferimento all’energia delle onde e delle correnti marine

Interessante, invece, il riferimento al lavoro da remoto e alla settimana corta nella sezione sulla decarbonizzazione dei trasporti: «Occorrerà incentivare con maggiore forza misure tese a trasferire gli spostamenti dell’utenza dal trasporto privato a quello pubblico attraverso lo shift modale, ridurre la necessità di spostamento con politiche di favore per smart working e valutare la riduzione delle giornate lavorative a parità di ore lavorate».

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