Verso il 2035La fattibilità di un sistema elettrico solo green e il fallimento annunciato delle fonti fossili

Il paradosso è che in Italia gli ambientalisti e l’industria hanno un’agenda simile per raggiungere l’obiettivo ribadito al G7. Con il tempo che passa, però, resta una certezza: non c’è spazio per carbone e gas

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Il 27 maggio scorso, durante il G7 in Giappone, i leader dei Paesi più industrializzati al mondo hanno ribadito e rafforzato l’impegno firmato un anno prima sotto la presidenza tedesca: un settore elettrico pienamente o quasi completamente decarbonizzato, quindi non dipendente dalle fonti fossili, entro il 2035. Quando la politica mette nero su bianco target climatici così ambiziosi, la domanda sorge spesso spontanea: ce la faremo? E perché è stato scelto proprio quell’anno? 

Gli obiettivi ambientali sono i cerchi sul calendario, sempre più scarno e povero di pagine, del pianeta Terra: raggiungerli significa guadagnare tempo, limitare i danni e provare a mitigare gli effetti di una crisi, quella ambientale e climatica, ormai già in atto e parzialmente impossibile da fermare. Il più celebre è quello del contenimento della temperatura media globale a 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali, ma è solamente il primo di una lista molto fitta. Non sono numeri privi di fondamento scientifico, ma spesso rappresentano il motivo per cui si crea una barriera tra gli esperti e i cittadini normali che sentono annunci ma, comprensibilmente, non ne colgono la delicatezza.  

Nel caso del sistema elettrico green entro il 2035, abbiamo (teoricamente) tutti gli strumenti per farcela. Gli ostacoli più grandi, però, sono sempre gli stessi: volontà politica, pressioni delle aziende fossili, scarso coordinamento tra Regioni e governo centrale e procedure burocratiche infinite (che però, come abbiamo spiegato, sono solo uno dei tanti motivi dietro i ritardi italiani nelle rinnovabili). 

A mettere una lente d’ingrandimento sul tema è stato il think thank per il clima Ecco, che ieri a Roma ha presentato quello che, di fatto, è il primo lavoro capace di trasformare in numeri l’obiettivo del G7 sulla decarbonizzazione del sistema elettrico entro il 2035. Il report è degno di nota non solo per i suoi risultati, ma per il modello che gli esperti hanno utilizzato per fornire concretezza alla decisione ribadita poche settimane fa. 

Ecco, in collaborazione con Artelys, ha preso in considerazione sia i costi totali delle infrastrutture del sistema elettrico, sia la volatilità dei mercati, formulando «asset ottimali» a partire dal 2030 (quelli del 2025 sono il risultato di investimenti già attuati da anni) e imponendo determinate scelte tecnologiche e di investimento. La simulazione, ad esempio, non ha tenuto conto dei sistemi di cattura di carbonio e ha posto un limite alla quantità di energia importata.

Secondo i risultati, per centrare il target del 2035 c’è la necessità di un aumento di oltre novanta gigawatt di rinnovabili rispetto alla capacità installata nel 2021: si tratta di una cifra leggermente superiore rispetto agli ottantacinque gigawatt prefigurati da Elettricità Futura, principale associazione del mondo elettrico nata dall’integrazione tra Assoelettrica e AssoRinnovabili. I dati non tengono conto di tutte quelle tecnologie al momento in fase embrionale, ma che – auspicabilmente – potrebbero sbocciare a breve. Una su tutti è l’energia marina, che ancora non riceve gli investimenti pubblici e l’attenzione mediatica che meriterebbe. 

Da un lato significa che la strada è lunga e tortuosa: «Bisogna accelerare. Rispetto a oggi, le installazioni annue di impianti di generazione elettrica rinnovabile devono aumentare di otto volte, così da arrivare al 2035 a circa duecentocinquanta gigawatt di capacità installata (centosessanta nel 2030) per quasi quattrocentocinquanta terawattora di produzione nazionale», racconta Michele Governatori, responsabile elettricità e gas di Ecco. 

Dall’altro, invece, notiamo un allineamento tra l’agenda proposta dagli ambientalisti (Ecco, per questo report, ha lavorato con Greenpeace, Wwf e Legambiente) e quella stabilita dall’industria: «Siamo forse l’unico Paese al mondo in cui c’è questa sovrapposizione. Le cifre convergono, ma non le azioni. E parlare di nucleare, che non è compatibile con la flessibilità del nostro sistema energetico, non aiuta di certo a migliorare. Il rallentamento della transizione non eviterà la chiusura dei settori fossili. Rallentare significa uscire dalle prime posizioni dei Paesi più industrializzati, perché questi settori verrebbero occupati da altri e non dall’Italia», sottolinea Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo del Wwf. 

Secondo le previsioni del rapporto , intitolato “Politiche per un sistema elettrico italiano decarbonizzato nel 2035”, il contributo della generazione a gas fossile nel 2035 sarà «pressoché nullo» (cinquantaquattro terawattora nel 2030), anche se alcuni impianti di generazione termoelettrica andranno ancora a idrogeno (non per forza verde) e biogas. Insomma, non c’è spazio per le fonti fossili – ma nemmeno per il nucleare – nel sistema elettrico del futuro: non è una questione meramente ambientale, ma anche di business: investire nelle rinnovabili conviene e crea posti di lavoro. 

Il gas, come dimostra il caso eccezionale del rigassificatore di Piombino, può aiutare in situazioni emergenziali (ad esempio, la crisi energetica scatenata dall’invasione russa in Ucraina), ma non può consolidarsi come opzione percorribile nel lungo periodo. Secondo il governo Meloni, però, gas fa rima con sicurezza energetica: una visione per nulla lungimirante.

Non è in gioco solo la capacità dei Paesi industrializzati di produrre energia senza emettere sostanze climalteranti, ma la decarbonizzazione dell’intero sistema economico della nostra società. E quindi dei modelli produttivi e di consumo, criticati anche da Papa Francesco, che hanno innescato la crisi ecologica. L’elettricità verde equivale all’ecosostenibilità dei consumi privati, dell’uso dell’idrogeno nei processi chimici e molto altro. Ad esempio, verrà (positivamente) coinvolto anche il settore dell’acciaio secondario e primario. 

Dal report emerge poi che «aumentando il vincolo di import netto da quaranta a sessanta terawattora, la produzione fotovoltaica passerebbe da duecentotrentaquattro a centottantasette terawattora». La condizione necessaria e sufficiente è una coerenza del “nuovo” Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) – entro fine mese dovrà essere presentato alla Commissione europea – con gli obiettivi di decarbonizzazione e di incremento delle rinnovabili. Qui sarebbe stato prezioso il punto di vista di Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, atteso alla presentazione del report ma costretto a saltare l’impegno per via del «doloroso lutto che ha colpito il suo partito (la morte di Silvio Berlusconi, ndr)». 

I risultati dello studio, secondo il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani, forniranno «un contributo importante all’aggiornamento del Pniec. Anche con lo scenario ampiamente conservativo proposto da Gilberto Pichetto Fratin (due terzi coperti dalle fonti pulite e un terzo dalle fonti fossili), bisogna intervenire tempestivamente sulle autorizzazioni per i nuovi impianti di rinnovabili».

In otto mesi, aggiunge Ciafani, «il ministro della Cultura Sangiuliano non è mai intervenuto per parlare di rinnovabili. Ci sono tanti pregiudizi da parte delle soprintendenze che poi vengono presi buoni dal governo. E le infrastrutture rimangono bloccate. C’è anche una inadempienza strutturale da parte delle Regioni, che dovrebbero erogare le autorizzazioni. E poi abbiamo la Sicilia, con il governatore Schifani che propone moratorie sul fotovoltaico». 

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