I had a dreamSchlein e Meloni non hanno capito che occupare la Rai non ha più senso

Nell’era dei new media e del web pensare di poter controllare l’informazione pubblica spartendosi poltrone e nomine è come cercare di fermare il vento con le mani. Se un fenomeno politico deve accadere, lo farà comunque. Che lo voglia o meno chi è al governo o chi guida l’opposizione

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Avevo un sogno. Il tempo presente, in questo caso, si addice nella formula retorica ai giganti di una nazione in fieri, non a un paese che si sta togliendo la mascherina dell’ossigeno. I had a dream. Sognavo di una Elly Schlein – e di un suo Partito democratico – che non si occupasse delle questioni Rai. Che poi sono, come e da sempre, quasi soltanto quelle delle nomine, dal punto di osservazione della politica. Poi esistono ben altri punti di osservazione. Mi sembrava, del resto, nella natura delle cose. Nonostante quanto vada segnalando, da tempo, Mario Lavia su Linkiesta.

Schlein appartiene a una generazione che – immagino – abbia scarsissimamente seguito la televisione cosiddetta generalista. Noi che il giovedì sera guardavamo il Rischiatutto di Mike in bianco e nero sulla Rai siamo altra cosa. O il Tg unificato: e poi, via via, il Tg1, 2, 3. A colori. Si tratta, anche, di una parte sempre meno consistente della classe politica (questioni anagrafiche, non solo di cultura generazionale).

Ecco. Schlein dovrebbe gestire, o meglio farsi gestire, siti, blog, Instagram, FB, Twitter, TikTok: non la faccenda Rai. Ma è comprensibile che la parte di riferimento del suo partito in azienda possa scalpitare, di fronte a rampanti carriere di altra natura culturale e politica. E a rivincite in ufficio. Occupare la Rai, nel 2023, non ha senso. Da una parte e dall’altra. (Facile affermarlo, si dirà, da parte di qualcuno che lavora in Mediaset dalla fine del 1991 quando Enrico Mentana fondò il Tg5. Che ha un padrone, editoriale e politico, e deve rigare dritto. E forse è vero: ma “Il Padrone” – famoso titolo di Goffredo Parise, 1964, quando chi lo aveva assunto era Garzanti – sa essere di manica larga, talvolta anche larghissima, visto che la pubblicità deve affluire da tutte le parti e vanno contemporaneamente tenuti i rapporti con ogni governo. Di ogni colore. Polifonia, la definì tanti anni fa Fedele Confalonieri).

In Rai, oltre alla pubblicità, c’è il canone. E quindi la Rai, da modestissimi, miserabili finanziatori, ci appartiene. Appartiene, anche come straordinario patrimonio culturale, a tutti noi italiani. Ma occuparsi di poltrone e nomine nell’estate 2023 non ha più senso, con ogni rispetto e stima per chi ne è coinvolto. Parlo per la generazione-Schlein. Ma parlo anche per chi la ha preceduta.

E ritorno a quella rivoluzione o colpo di stato (a seconda delle predilezioni o schieramenti e nuove scoperte) che fu Mani Pulite. Il CAF allora possedeva tutto o quasi, dal governo, alle forze dell’ordine, alle aziende pubbliche, ai Servizi, alla Rai, alle direzioni di molti quotidiani. Berlusconi (certo, non solo lui) doveva inevitabilmente fare riferimento, come editore, a Craxi, Andreotti, Forlani. E a tante altre figure al seguito. ”L’Orgia del potere” (Costa-Gavras, 1969) cosa cambiò? Nulla, esattamente nulla. Mani Pulite fece il suo corso, fra gli applausi di folla, e il Sistema fu spazzato via. Populismo? Intervento degli Stati Uniti? Il crollo del Muro di Berlino? La spinta, qui, meno importa. Conta l’esito. E controllare l’informazione, non tutta ma consistente parte di questa, non servì a niente.

Ecco perché Schlein, o Meloni, o altri, dovrebbero astenersi dalle occupazioni. Perché, alla resa dei conti, e a parte attenzioni, spazi e piccoli favori, alla resa dei conti non servono a niente, soprattutto nell’era dei new media e del web.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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