Morì Rocco Chinnici uscendo di casa, a Palermo, in Via Pipitone Federico alle 08.05, del 29 luglio di quaranta anni fa. Morì disintegrato da una bomba, la prima di una lunga serie, in un salto di qualità di Cosa nostra e di Totò Riina per eliminare i nemici, fuori e dentro la mafia, in uno stile che – erano i tempi – i giornali definirono «libanese».
Morì Rocco Chinnici non perché era quello che, da consigliere capo dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, aveva battezzato il pool antimafia. Non per i processi che aveva fatto, o per le indagini. Non perché aveva alzato il livello di scontro con Cosa nostra. Né perché, come diceva lui, era «normale» essere uccisi, per il lavoro che faceva. O perché, come ricordava Paolo Borsellino «aveva la religione del lavoro».
Morì Rocco Chinnici per i giovani. E perché aveva capito tutto. I giovani avevano cominciato a morire, a Palermo. Perché era arrivata la droga. La droga era quella dei mafiosi. E non interessava quasi a nessuno. A Rocco Chinnici sì.
E con l’eliminazione di Chinnici venne meno quella visione che lui aveva messo in campo, la capacità di guardare i grandi scenari, e le piccole cose. La mafia aveva portato le raffinerie della droga in Sicilia, inventando il moderno traffico internazionale di stupefacenti, per come oggi lo intendiamo. Prima era una cosa estemporanea, incerta, Cosa nostra lo rende un business scientifico, gestito in maniera funzionale.
Ad esempio, fa scomparire tutti gli altri tipi di droga. Irrompe nel mercato l’eroina. E quando le indagini rendono difficile l’esportazione della droga negli Stati Uniti – quell’idea clamorosa di Tano Badalamenti di creare una rete di spaccio nelle pizzerie italiane negli Stati Uniti viene smantellata dall’operazione “Pizza Connection” – la nuova feroce Cosa nostra dei Corleonesi sconfessa i vecchi boss e il mantra secondo il quale il commercio di droga andava bene, purché fatto all’estero. Viene dato così il via libera a vendere il prodotto anche in Sicilia e in Italia. Tutti i piccioli fanno ricchezza.
È una trasformazione non solo criminale, ma anche antropologica, sociologica. Perché a Palermo la droga cominciano a venderla in tutte le strade. E Chinnici è il primo che capisce che c’è un legame tra i piccoli spacciatori e i grandi criminali che si stanno arricchendo a dismisura. Si accorge cioè che la portata del fenomeno ha una dimensione finanziaria – grandi capitali che si accumulano, e che vengono reinvestiti nelle forme più diverse – e un riscontro pratico, in strada: una generazione di giovani che comincia a bucarsi, a morire.
È talmente ossessionato dalla droga che va nelle scuole – è il primo magistrato a farlo – coinvolge altri magistrati e intellettuali. È inascoltato. Ne parla nei convegni, scrive relazioni. Lancia ai giovani un appello disperato, che allora sembrava una provocazione: «Ragazzi, se volete sconfiggere la mafia, non drogatevi».
Un’utopia. Perché non solo nessuno in quegli anni coglieva il nesso tra i morti per overdose e la mafia, ma in realtà in quel periodo nasce un trend, se così vogliamo chiamarlo, che arriva ai giorni nostri, inarrestabile. E perché da allora ogni generazione ha avuto le sue droghe, il flusso è stato inarrestabile. Con la differenza che adesso la droga investe tutti gli strati sociali: nei palazzi la coca, nelle strade il crack.
Morì Rocco Chinnici per questo, perché sosteneva che i ragazzi che morivano per la droga, in strada a Palermo, erano vittime della mafia, quanto i magistrati, i poliziotti, o gli imprenditori che si ribellavano al pizzo.
Morì Rocco Chinnici perché voleva chiudere un cerchio. E quel cerchio ancora oggi non si è chiuso.
Morì Rocco Chinnici forse invano, allora, oggi che la Sicilia è diventata davvero un hub internazionale della droga.
Lo dimostra anche l’ultima operazione della Guardia di Finanza, di qualche giorno fa che ha portato al più grande sequestro di cocaina mai effettuato in Italia: 5,3 tonnellate. Viaggiavano su un peschereccio al largo della Sicilia. Avrebbero fruttato ottocentocinquanta milioni di euro.
Oggi, a Palermo, nelle strade vicino al porto si muore nell’inferno del crack. Quaranta anni fa come oggi. Cinque euro a dose, nel cuore del mercato di Ballarò. L’ultima vittima, Anita, aveva venti anni. «Non basta mai – raccontano i pochi volontari che la notte fanno slalom tra i corpi per strada, scuotendoli per capire se sono in vita – e chi è dipendente dal crack fuma, cerca i soldi, fuma ancora, e non ne esce più». Si aggirano tra i vicoli alle spalle della Cattedrale, lì dove lo Stato arretra fino a quasi scomparire.
A pochi passi, Palazzo dei Normanni, sede del parlamento regionale, è travolto dallo scandalo che ha coinvolto l’ex presidente dell’assemblea e delfino di Silvio Berlusconi in Sicilia, Gianfranco Micciché, che andava con l’auto blu – secondo le le indagini dell’accusa – a comprare la coca dall’amico chef della Palermo bene.
Milita, Gianfranco Micciché, in Forza Italia. Lo stesso partito al quale ha aderito la figlia di Rocco Chinnici, Caterina, anche lei magistrata, e fino a poco tempo fa europarlamentare e simbolo del Partito democratico siciliano.
Morì, Rocco Chinnici, inconsapevole.