L’odore del sangueSchlein fiuta la sbandata di Fratelli d’Italia e finalmente parte all’attacco

L’inchiesta sul figlio di La Russa, con la successiva dichiarazione del presidente del Senato, offre alla segretaria del Pd un’occasione unica, che lei per una volta non si è lasciata sfuggire (battendo sul tempo anche Giuseppe Conte)

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Poiché ogni giorno ce n’è una, tutte le domande diventano plausibili, a cominciare da quella che tutti si stanno ponendo: c’è un piano della magistratura contro Fratelli d’Italia, cioè contro Giorgia Meloni? Lei ne è convinta, si è messo in moto il tritacarne che Silvio Berlusconi conosceva bene ma «io non sono Berlusconi», avrebbe detto. In che senso, non è Berlusconi? Lo chiarirà, Meloni?

Una cosa è certa: c’è una progressione impressionante, Daniela Santanchè, Andrea Delmastro, Ignazio La Russa, tutte storie diversissime, ma il frullatore politico-mediatico è quello che è, un meccanismo che si stringe come il cappio intorno al collo come ben sanno gli ex missini, all’epoca super-tifosi delle gesta di Antonio Di Pietro e Piercamillo Davigo e oggi impigliati in fatti di cronaca piuttosto spiacevoli.

Un’altra cosa è certa: l’inchiesta su Leonardo Apache La Russa, figlio del presidente del Senato, per una presunta violenza sessuale, in un Paese civile non può essere in sé oggetto di una campagna politica. E tuttavia qui il discorso diventa scivoloso perché è stato il padre di Leonardo Apache, cioè Ignazio La Russa stesso, a pensar bene di infilare la testa nel cappio mediatico assicurando di «aver interrogato» il ragazzo traendone la conclusione che il fatto non sussiste.

Il padre è il padre, e non avrebbe potuto dire diversamente – anzi, sarebbe stato più opportuno il silenzio –, solo che la seconda carica dello Stato ha imbastito una sorta di tattica difensiva accusando più o meno la ragazza che ha sporto denuncia per stupro: «Di sicuro lascia molti interrogativi una denuncia presentata dopo quaranta giorni».

Qui La Russa ha stoltamente messo la toga utilizzando la vecchia storia che la denuncia è partita tardi e dunque non è attendibile, che prendeva cocaina che il figlio non usa eccetera eccetera. Al padre si passa tutto, all’avvocato insomma, al presidente del Senato non si giustifica nulla. Ignazio uno e trino si è così esposto alle bordate di Elly Schlein: «Al di là delle responsabilità del figlio di La Russa, che starà alla magistratura di chiarire, è veramente disgustoso vedere la seconda carica dello Stato utilizzare parole che tendono a minare la credibilità delle donne che denunciano, a seconda di quanto tempo ci mettono a farlo. È segno di grave ignoranza e anche di mancanza di rispetto per le donne che denunciano le violenze».

Il durissimo attacco al presidente del Senato, Elly Schlein l’avrebbe sicuramente rivolto a chiunque si fosse espresso in qui termini. Ma non sfugge che il bersaglio è grosso assai. E che ha colto nel segno, visto che lo stesso La Russa ha dovuto rettificare con il classico «sono stato frainteso».

Politicamente, siamo all’inizio di una nuova fase: per la prima volta da quando ha vinto le elezioni, Fratelli d’Italia si sente assediato. E infatti la segretaria del Partito democratico comincia a sentire l’odore del sangue battendo una volta tanto sul tempo Giuseppe Conte e prendendo la testa di una campagna – non tanto contro La Russa, ma contro il partito di La Russa che guarda caso è quello di Giorgia Meloni. Perché il sangue si va raggrumando intorno alla premier.

Vale la pena di leggere tutta la dichiarazione di Schlein: «Soprattutto vorrei sapere dov’è Giorgia Meloni e perché non esce dal suo silenzio e non si assume le sue responsabilità. Che cosa ne pensa di un presidente del Senato che avalla l’idea che le donne che denunciano più tardi non meritano di essere credute? Che cosa pensa della ministra Santanchè che ha affermato pubblicamente in aula di non essere indagata quando risulta invece essere indagata? Che cosa pensa di un ministro Nordio che ha detto che delle informazioni rivelate da maestro non erano riservate quando si scopre che invece erano riservate? Stanno passando il segno».

Eccolo, il filotto nero che da Santanchè porta a La Russa via Delmastro (cioè Carlo Nordio), un convoglio guidato dalla presidente del Consiglio, la grande antagonista che la segretaria del Partito democratico prova a snidare con un guanto di sfida («Dov’è Giorgia Meloni?») che la premier, fosse per lei, raccoglierebbe al volo se non fosse che il ruolo istituzionale consiglia prudenza.

Ma se della ministra del Turismo le interessa fino a un certo punto, perché in fondo non è propriamente dei “nostri”, per Ignazio La Russa il discorso è diverso e non perché si tratta del Presidente del Senato ma perché La Russa è dei “nostri” eccome, è la guida politica suprema, l’ayatollah di Fratelli d’Italia, per cui un colpo alla sua immagine è un colpo alla comunità post-missina, quella che ieri era fuori da tutto e oggi ha tutto.

La leader del Partito democratico sente che l’avversario politico, anzi l’avversaria, sbanda, ha paura, e capisce che un momento così potrebbe non ritornare mai più, per questo intende sfruttare questo inaspettato allineamento dei pianeti partendo all’attacco. Contro l’avvocato presidente del Senato, e soprattutto prima dell’avvocato del popolo. Per Elly Schlein è una buona occasione per uscire dall’angolo, dove adesso si trova la Grande Rivale. E l’odore del sangue aumenta.

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