La lista dei desideriDiamo a questa nostra Europa l’anima che merita

Secondo lo scrittore Drago Jančar siamo arrivati a questo punto attraverso le maestose vette della civiltà e i profondi abissi della barbarie. «Se non vogliamo trovarci di nuovo, come è successo tante volte nella storia europea, nel bel mezzo di violenti esperimenti sociali in cui si finisce per saltarsi alla gola» bisogna difendere lo stato di diritto e i valori democratici europei

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Cinque scrittori di diversi Paesi hanno immaginato il futuro dell’Europa attraverso una catena di lettere iniziata da Arnon Grunberg e proseguita con Drago Jančar, Lana BastašićOksana Zabužko e Kamel Daoud

Caro Arnon, grazie per aver ricordato, in tempi tanto incerti come questi che viviamo, una guerra avvenuta ormai tanto tempo fa. E con essa anche la popolazione di Sarajevo, che si è sentita isolata e dimenticata, dall’Europa e dal mondo, durante i lunghi anni dell’assedio. Oggi con la guerra in Ucraina sembra diverso, mi pare di vedere molta più solidarietà. Non spetta a noi, però, ma agli abitanti delle città occupate, a coloro il cui sonno è interrotto dalle sirene antiaeree, dire se davvero sentono questa solidarietà. La filosofa ucraina Oksana Zabužko è senza dubbio la persona adatta a parlarne durante il nostro dibattito.

Meno di un anno dopo che Susan Sontag ha diretto a Sarajevo il suo Aspettando Godot di Samuel Beckett mi sono ritrovato anch’io nella città assediata: facevo parte di un gruppo di quattro scrittori che si erano recati a Sarajevo per esprimere solidarietà ai colleghi che vivevano lì, in una città esposta a fitti e continui bombardamenti dalle colline circostanti. Più che di amicizia e di parole gentili avevano però bisogno di aiuto finanziario: per questo, sotto i giubbotti antiproiettile avevamo infilato delle mazzette di banconote; era una somma piuttosto consistente, raccolta dal PEN International per aiutare gli scrittori bosniaci. Non è stato facile per loro; uno ha bruciato quasi tutta la sua biblioteca per scaldarsi con la famiglia nel gelido inverno di Sarajevo, durante il blackout.

Susan Sontag a Sarajevo
Una domanda sulla civiltà e la barbarie in Europa, che Susan Sontag aveva posto a Sarajevo, è stata ripresa da noi quattro, un gruppo di scrittori/viaggiatori bizzarri e improbabili, con addosso elmetti militari e giubbotti antiproiettile. Quando siamo arrivati all’aeroporto di Sarajevo con un velivolo da trasporto militare, in mezzo a fortificazioni, mitragliatrici spianate e filo spinato, siamo stati accolti da un ironico cartello del trasporto aereo dell’Unprofor: “Maybe Airlines”. Le forze di pace francesi, invece, avevano inchiodato sulla stretta striscia di terra che dovevamo attraversare per lasciare l’aeroporto un cartello stradale portato da Parigi: “Champs-Elysées”. Si stava consumando una tragedia: persone che morivano tra spari e bombardamenti, cittadini e cittadine sull’orlo della fame, privati di ogni cosa. In questo contesto la volontà di sopravvivenza era tenuta in vita dall’umorismo nero e dalla speranza che l’Europa, faro della civiltà, sarebbe venuta in aiuto. Aspettando Godot?

Un tassista, diventato abilissimo nell’evitare le strade prese di mira dai cecchini appostati in cima alle colline, mi raccontava che di giorno continuava il suo lavoro; la notte la passava steso, con il fucile in mano, nelle linee di difesa sopra la città. «Lì aspetto il mio Godot», scherzava. Susan Sontag, che arrivò a Sarajevo da New York, aveva forse colto meglio l’intreccio di stupefacenti conquiste culturali e sociali dell’Europa e di brutali manie nazionaliste e ideologiche, avvenute nel turbolento secolo che prese inizio con l’assassinio di Sarajevo del 1914.

Sontag lo ha forse colto meglio di tanti europei. E vedo che anche tu, Arnon, lo capisci molto bene. E lo capisci in quanto scrittore: perché è nostro dovere parlare del bene e del male, della luce e delle tenebre che, proprio come la civiltà e la barbarie, non abitano solo in una nazione, ma spesso anche in un essere umano. Quello che temo è che in Europa tanti, forse la maggioranza, siano propensi al pregiudizio e alla semplificazione.

Le tribù d’Europa
Nel febbraio 1993 sono stato invitato a Parigi per partecipare a un dibattito fra «des écrivains, des intellectuels, des politiques, des plasticiens, venus de toute l’Europe…», come recitava l’invito. La discussione doveva vertere sugli enormi cambiamenti avvenuti in Europa dopo i violenti sconvolgimenti politici e sociali dell’Europa dell’Est, la caduta del muro di Berlino, il crollo dell’Unione Sovietica e la guerra in Jugoslavia. Quando sono arrivato al Palais de Chaillot, davanti alle sue grandi finestre uno striscione gigante si metteva in bella mostra: la sagoma della Torre Eiffel sullo sfondo, e la scritta: “Les tribus ou l’Europe?”. Le tribù o l’Europa? Ed è lì che ho capito: ero stato invitato come rappresentante della parte tribale dell’Europa. Per gli organizzatori di questo eminente dibattito la disgregazione economica e sociale delle società comuniste in seguito alle rivoluzioni di piazza, il crollo dell’Urss e la disintegrazione della Jugoslavia (dove le lotte nazionaliste, e in parte religiose, infuriavano ancora) erano semplicemente una strada che conduce verso una società “tribale”, un cammino verso la barbarie.

Un filosofo francese e un saggista polacco presenti all’incontro si sono opposti immediatamente a questa semplificazione. Ma, alla fine, il dibattito ha speso molte parole di speranza per un’Europa unita, tollerante, solidale e rispettosa dei diritti umani. Resta un fatto: non sono riuscito a levarmi di dosso la scritta vista al Palais de Chaillot; mi è tornata in mente, come un flash, tanti anni dopo, all’inizio del nuovo secolo e del nuovo millennio, quando questo “big bang” ha prodotto un’altra cosa: l’unificazione formale, o meglio, l’incorporazione dei Paesi dell’Europa orientale nell’Europa occidentale.

Credo che questo processo non sia riuscito a far conoscere meglio come davvero vivesse la gente in Europa orientale. Una persona che ha trascorso la maggior parte della sua vita a Lione o a Gand ha avuto un’esperienza diversa da quella di chi ha vissuto a Praga o a Vilnius. La vita in una dittatura comunista, fatta di pompose illusioni di uguaglianza sociale, era completamente diversa dalla vita in una democrazia parlamentare e in un sistema capitalista. A trent’anni di distanza, il muro di Berlino è ancora vivo nella mente di molti europei.

Fare la morale alle società dell’Est
Il poeta polacco Czesław Miłosz ne parla in modo vivido. Per citare il suo libro Rodzinna Europa [che è stato pubblicato in italiano nel 1961 da Silva editore con il titolo Europa familiare e poi di nuovo da Adelphi nel 1985 con il titolo La mia Europa, edizione da cui è tratta la traduzione che segue, a cura di F. Bovoli, ndr]: «Il pomo rotante della nostra terra è assai piccolo e – geograficamente parlando – non ha più zone ignote. Ma qui, in Europa, basta essere nativi delle regioni dell’Est o del Nord, meno frequentate dai viaggiatori, per diventare uno arrivato dal Settentrione, territorio del quale si sa soltanto che vi fa molto freddo».

Tanti in Occidente credono tutt’oggi che vada fatta la morale alle società dell’Europa orientale come se si dovessero dar loro lezioni di democrazia e di Stato di diritto. A Est sono in tanti ad aver visto le loro speranze infrante quando si sono resi conto che l’adesione all’Unione europea non avrebbe cambiato le loro vite in un batter d’occhio, passando dalla nera miseria alla prosperità celeste. Sono stati cresciuti nell’utopia di un comunismo che ha continuato a non realizzarsi.

ati cresciuti nell’utopia di un comunismo che ha continuato a non realizzarsi. Quando l’utopia è crollata si sono aggrappati a un’altra idea utopica: l’Europa. Prosperità, democrazia, la valle dell’Eden… tutto sarebbe avvenuto naturalmente. Ma nulla avviene naturalmente. Io stesso l’ho detto una volta in un dibattito: «Abbiamo sognato la democrazia, ci siamo svegliati nel capitalismo» e in un capitalismo pure piuttosto spietato. Tutte le società dell’Europa orientale hanno dovuto affrontare i problemi della transizione: le privatizzazioni, le fratture sociali e l’influenza di potenti gruppi di nouveaux riches sulla politica, sui mezzi d’informazione e su altre sfere della vita collettiva.

In Germania, Paese che tu conosci bene e che apprezzi, ancora oggi una persona che ha vissuto nella DDR viene chiamata “Ossi”: questo implica qualcosa di molto diverso, e non necessariamente positivo, rispetto a chi ha vissuto in Occidente e viene chiamato “Wessi”. Forse, Arnon, qualcuno potrebbe trovare un po’ bizzarro il tuo affetto per i tedeschi, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo che ha avuto, per usare un eufemismo, una brutta esperienza con loro in passato. Ma posso capirti, almeno fino a un certo punto.

Sapere che cosa la democrazia non è
Forse sono proprio i tedeschi a capire meglio l’idea europea. Chiunque voglia capire l’Europa dovrebbe passeggiare per i musei berlinesi del Ventesimo secolo o parlare con dei tedeschi che, grazie alla loro esperienza e al fatto di aver vissuto sotto due dittature, hanno evacuato le follie nazionaliste e ideologiche. Il drammaturgo e poeta tedesco Heiner Müller lo dice bene nella sua autobiografia, che ha sottotitolato Leben in zwei Diktaturen (e cioè Vita in due dittature). È quindi una buona idea impregnarsi almeno un po’ di conoscenza della storia europea per guardare al futuro. Solo sapendo che cosa la democrazia non è possiamo capire che cosa essa sia, o che cosa dovrebbe essere.

Come scrittori ci piacerebbe che le persone si confrontassero con la nostra letteratura più che con i nostri interventi pubblici su questioni sociali. A volte, semplicemente, non è possibile. La prima traduzione importante in tedesco di un mio libro, il romanzo Galjot, del 1978, è stata pubblicata durante la guerra in Jugoslavia (e, poco dopo, nel 1995, ne è uscita anche l’edizione in olandese). Che emozione per uno scrittore relativamente giovane! Il libro era stato disegnato in modo splendido e l’autore aveva preparato una serie di belle cose da dire per un’intervista, se qualcuno fosse stato interessato, come si sperava.

Ebbene, alla Fiera del Libro di Francoforte, allo stand di una casa editrice austriaca che pubblicava anche libri di scrittori serbi e croati, le luci rimasero accese tutto il giorno e le telecamere ronzavano mentre noi spiegavamo il nostro punto di vista sulla guerra… Il mio bel libro giaceva inosservato sul tavolo, quasi nessuno lo guardava. La sera, mentre gli editori stavano riordinando gli stand e le luci venivano spente, una giornalista di una radio tedesca venne a trovarmi. «Signora», le dissi, «sarebbe così gentile da chiedermi qualcosa su questo romanzo appena pubblicato?». La signora sorrise amichevolmente. «Certo», disse, «mi dica». Parlai per qualche minuto. «Molto bene», disse, «ma vorrei chiederle: la Slovenia, con la sua secessione, ha causato la guerra in Jugoslavia?».

Il futuro come una lista di desideri
In che momento smettiamo di essere artisti e diventiamo appena più originali come interpreti di situazioni sociali e politiche? Penso che i libri possano, spesso, dare una visione più complessa delle circostanze sociali e delle fallacie umane che hanno causato grandi crisi. A patto che vengano letti, naturalmente. Il futuro? Potrebbe essere solo una lista dei desideri. Per ora, è bene sapere perché e come siamo arrivati all’Europa che abbiamo. Oggi ci basti sapere che siamo arrivati a questo punto attraverso le maestose vette della civiltà e i profondi abissi della barbarie. Almeno secondo me, l’Illuminismo è stato il punto di svolta, il momento che ha profuso nelle società europee i più importanti postulati sociali e culturali che oggi ci permettono di parlare di democrazia liberale, apertura, solidarietà e tolleranza.

Sicuramente l’Europa di domani non sarà quella di oggi. Le nuove generazioni stanno allargando gli orizzonti della comprensione dell’“altro” e dell’“inclusività”, qualunque cosa si intenda con questo termine. Chi può capire tutto ciò se non gli scrittori? È stato l’Illuminismo a definire, insieme ai diritti umani, il quadro e le restrizioni della democrazia liberale di oggi. La democrazia non è uno spazio senza limiti dove tentare una sperimentazione sociale arbitraria, ma consiste nello Stato di diritto, nella laicità, nella libertà di parola, e quindi anche nelle regole che rendono la convivenza sopportabile.

Tutto questo va rispettato e dovrà essere rispettato anche in futuro, se non vogliamo trovarci di nuovo, come è successo tante volte nella storia europea, nel bel mezzo di violenti esperimenti sociali in cui si finisce per saltarsi alla gola. Quando siamo tentati di parlare della vecchia e stanca Europa, dei labirinti a volte inutili della burocrazia europea, dell’egoismo e dell’intolleranza, quando rabbiosi pensatori prevedono il declino dell’Europa, ricordiamoci perché, dopo tutto, così tante persone al di là dei suoi confini vogliono vivere qui. Chiediamo agli ucraini perché sono pronti a lottare per questa vita? Forse l’idea dei valori europei è più visibile ed è capita meglio nelle società che sono fuori dai suoi confini rispetto a quelle che sono all’interno dell’Europa stessa?

L’anima dell’Europa
Uno degli artefici dell’Europa pragmatica nella quale ci troviamo oggi, quest’Europa nella quale ci sentiamo relativamente a nostro agio e che tante persone al di fuori dei suoi confini trovano così attraente, è Jacques Delors, architetto dell’integrazione europea. All’inizio degli anni Novanta, Delors si rese conto che l’unificazione politica ed economica da sola non era sufficiente a sostenere il progetto a lungo termine. Quasi spaventato dal suo stesso pragmatismo, gridò che l’Europa aveva bisogno della sua “anima”.

Anche per uno scrittore la nozione di “anima dell’Europa” suona un po’ romanzesca. Ma non è forse l’arte, soprattutto quella letteraria, spesso critica, ambigua, incerta, scomoda, l’anima stessa dell’Europa, che riflette ciò che accade in ogni anima? Momenti di gioia e di tristezza, di euforia e di disperazione, momenti di amor proprio, ma anche di una coscienza sporca che ci assale nelle ore di insonnia a causa delle nostre azioni?

Inutile dire che non propongo certo i nostri libri come manuali di comprensione e tolleranza. «Tutta l’arte è inutile», diceva Oscar Wilde con il suo sarcasmo. Io immagino però, con umiltà, che i nostri libri possano, a modo loro, rispondere alle domande su chi siamo e da dove veniamo e anche su dove stiamo andando, per coloro che avranno voglia di leggerli. Come individui e come comunità, in tutta la sua diversità.

Auguri, Arnon, ci vediamo presto ad Amsterdam.
Drago Jančar

Pubblicato in collaborazione con Voxeurop.eu

Drago Jančar è romanziere, scrittore di racconti, saggista e drammaturgo. Le sue opere sono state tradotte in molte lingue e i suoi lavori teatrali hanno avuto numerose produzioni estere. Nel 1974 è stato arrestato per presunta propaganda e tra il 1987 e il 1991 è stato attivo nella democratizzazione del suo Paese come presidente del Centro PEN sloveno. Nel 1993 ha ricevuto il massimo riconoscimento letterario sloveno per la sua carriera e nel 1994 ha vinto il Premio europeo per il racconto breve. Vive a Lubiana. Di recente è stato pubblicato in italiano il suo romanzo E l’amore anche ha bisogno di riposo (La nave di Teseo, 2022).

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