Movimento multiallineatoL’India vuole diventare leader delle medie potenze mondiali

Il subcontinente asiatico è il membro potenzialmente più rappresentativo del Sud globale. Al vertice del Brics in Sudafrica, il premier Narendra Modi ha dimostrato di voler posizionare il suo enorme Paese in un difficile punto di equilibrio tra la crescita dell’Occidente e le ambizioni distopiche della Cina

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Il vertice del Brics si è concluso con l’annuncio dell’intenzione di allargare il format che riunisce Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica a sei nuovi membri, ovvero Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Egitto, Etiopia e Argentina. L’obiettivo è aumentare l’influenza di un blocco già oggi rappresenta più del quaranta per cento della popolazione mondiale e il ventisei per cento del Pil, e che nel formato a undici arriverà a rappresentare quasi la meta della popolazione globale e più di un terzo del Pil.

L’annuncio ha messo tutti d’accordo, ogni leader può raccontarlo come preferisce. Il presidente brasiliano Ignazio Lula da Silva e il sudafricano Cyril Ramaphosa hanno sottolineato la prospettiva di affrancarsi dalla “schiavitù” del dollaro, Xi Jinping e Vladimir Putin hanno rivendicato il momento storico dell’inizio di una nuova era per liberare i Paesi emergenti dall’influenza dell’Occidente. Più composto il premier indiano Narendra Modi, che ha applaudito la prospettiva dell’allargamento promettendo di lavorare con gli “aspiranti” nuovi membri, ma che insieme a Lula rimane contrario a fare del Brics un’alleanza che sfida apertamente l’Occidente.

Dal punto di vista simbolico il vertice di Johannesburg aveva il potenziale per essere visto come l’equivalente della conferenza di Bandung del 1955, che lanciò il movimento dei Paesi non allineati. Ma secondo diversi analisti, più che di Paesi «non allineati» oggi bisogna parlare di Paesi «multi-allineati».

Ivan Krastev, politologo bulgaro di fama internazionale, ritiene che quella di oggi è l’era delle medie potenze, dove il termine «medio» si riferisce più alla posizione delle nazioni nello scacchiere internazionale che alla dimensione economica o demografica. La sua visione considera medie potenze Paesi diversi ma più o meno alleati degli Stati Uniti come l’Arabia Saudita, la Turchia e Israele, e Paesi pesanti ma difficili da collocare, come l’Indonesia e l’India, ormai una grande potenza in ascesa.

Molte nazioni che hanno chiesto di entrare nel Brics rientrano in questa descrizione. Paesi in via di sviluppo dalla popolazione giovane, economie performanti ma in declino demografico, dittature stabili e semi-democrazie traballanti, membri costruttivi della comunità internazionale e regimi destabilizzanti. Alcuni Paesi sono potenze in virtù della posizione geografica, altri per la disponibilità di materie prime.

Da questo punto di vista il membro potenzialmente più rappresentativo del Sud globale è l’India, un Paese storicamente non allineato, con un evidente passato di colonialismo occidentale, un’economia emergente in ascesa e un gigante demografico, un rivale geopolitico della Cina in grado di intensificare le relazioni economiche e militari con i Paesi occidentali, e al contempo diventare il principale importatore di petrolio russo. Nuova Delhi fa parte delle alleanze costituite da Pechino e Mosca (come la Sco), ma è entrata a far parte delle nuove alleanze degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico (come il Quad).

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Anche la simbologia conta. Il premier indiano Narendra Modi è l’unico dei leader del Brics a non indossare giacca e cravatta, mai, neanche alle Nazioni Unite. Secondo lo scrittore indiano Pankaj Mishra è un modo per esorcizzare le «impurità» e soprattutto l’umiliazione del colonialismo, una rivendicazione di indipendenza culturale che contribuisce alla grande popolarità di Modi.

Nuova Delhi può permettersi di rivendicare una tradizione antica, unica e millenaria; e allo stesso tempo presentarsi come potenza nucleare e spaziale diventando negli stessi giorni del vertice Brics la quarta nazione al mondo ad arrivare sulla Luna, e la prima ad atterrare vicino al polo sud lunare (pochi giorni dopo il fallimento della missione russa). Quest’anno l’India è diventando anche il Paese più popoloso del mondo, superando la Cina, ed è anche una democrazia riconosciuta come tale dai Paesi occidentali.

Dietro la crescita e lo sviluppo indiano però ci sono anche molte ombre. Negli ultimi dieci anni l’India ha inseguito la modernità e scalato le classifiche internazionali, ma il Paese rimane incastrato in feroci e ancestrali attriti religiosi, sfruttati in maniera spregiudicata da Modi per costruire un consenso politico alimentato da un nazionalismo induista che sta erodendo la democrazia indiana.

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L’industrializzazione alimentata dall’energia al carbone e l’esodo della popolazione verso le metropoli ha spinto le città indiane in cima alle classifiche delle città più inquinate del mondo, a partire dalla capitale Nuova Delhi. Da uno studio della rivista scientifica Lancet risulta che nel 2019 l’inquinamento ha ucciso 2,3 milioni di indiani. Inoltre, il paese soffre una cronica assenza di infrastrutture e di sovraffollamento nelle aree urbane, che aggrava ulteriormente la condizione di povertà della popolazione. L’India infatti rimane il paese con più poveri al mondo: duecentoventinove milioni di persone, più del sedici per cento sul totale della popolazione.

La capacità dell’India di muoversi tra le pieghe e le opportunità della diplomazia multipolare e multi-allineata sarà messa nuovamente alla prova il 9 e il 10 settembre, quando Nuova Delhi ospiterà il vertice del G20. La Cina vorrà usare questo appuntamento per dimostrare il potenziale dell’allargamento del Brics, che Xi vede come un’alternativa al G7 occidentale da far pesare proprio nel G20. Senza un chiaro supporto di Modi però la rappresentazione cinese apparirebbe debole. L’India sta diventando troppo grande per continuare ad agire come una media potenza non allineata.

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