Ieri come oggiUn trentennio di Italia sempre uguale a sé stessa, con i soliti vizi e qualche ruga in più

Ho rivisto “Ferie d’agosto” di Paolo Virzì e ci ho trovato lo stesso Paese di allora. Anzi no, forse siamo perfino più stanchi, più aridi, più incattiviti, disillusi e demotivati. E non ci sforziamo nemmeno di essere migliori di come eravamo

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Sono passati ventisette anni da quando vedemmo per la prima volta “Ferie d’agosto”, il film di Paolo Virzì. Era il 1996 e in un’estate di metà anni Novanta, a Ventotene, in quella che fu l’isola dove prese forma l’idea visionaria di Europa unita e federale, due famiglie, diverse per cultura, modi e stili di vita, consumavano le ferie agostane scontrandosi in un faticoso rapporto di vicinato.

Ho rivisto questo film l’altra sera e, davanti ai piccoli e grandi drammi delle famiglie italiane di un’epoca in cui ero poco più che decenne, non ho potuto non pensare al tempo che è passato, alla sinistra delle famiglie plurali guidate nel film da un grande Silvio Orlando, in perenne crisi di identità, in conflitto con sé stessa, irrilevante, rassegnata – per giustificarsi e consolarsi – ad essere minoranza incompresa fino a rivendicare il proprio fallimento, come prova di coerenza di quel carattere identitario, quel carattere di giustezza che ha sacrificato il valore di giustizia.

E gli altri? I Mazzalupi capitanati dal compianto Ennio Fantastichini, erano il nuovo che doveva cambiare l’Italia, un nuovo fatto di libertà prive di identità culturale e attratto dai beni di consumo. Nuove libertà che presto si sono trasformate in forme di nuovo smarrimmento, in praterie disordinate dove farsi semplicemente gli affari propri, con furbizia o con la forza dell’arroganza ma sempre a spese altrui. Quella nuova Italia che aspettava il suo trionfo si è affermata sul fallimento altrui e ne ha decretato il proprio.

Dopo quasi trent’anni, siamo sempre gli stessi, anzi no, siamo peggiori, più stanchi, più aridi, più incattiviti, più disillusi e demotivati, con meno opportunità. Abbiamo forse di più ma ci percepiamo tutti infelici, come dice il personaggio dell’adolescente Sabrina, apparecchio ai denti e desiderio di essere migliore del padre e libera da una famiglia che la imbarazza.

Ma poi, ci preferiamo così, recalcitranti a ogni cambiamento ma arrabbiati quando paghiamo il prezzo di ogni innovazione che abbiamo rifiutato, ancora, dopo tre decenni ce l’abbiamo con l’immigrato usando il pretesto ridicolo del lavoro che ci ruba e delle tasse che noi paghiamo e lui no. Ci crogioliamo nella bontà della cucina italiana e del turismo, il petrolio di Italia, ma offriamo servizi cari e scadenti per cui ci autosputtaniamo pubblicando l’ennesimo scontrino su Twitter.

Aspettiamo il prossimo condono fiscale o edilizio e poi inveiamo quando al pronto soccorso aspettiamo per ore in barella o la nostra casa crolla dopo una pioggia torrenziale. I delinquenti li vogliamo tutti in galera ma ci si stringe il cuore davanti all’ennesimo suicidio in cella di una detenuta per piccoli furti per cui ci convinciamo che la soluzione siano nuove carceri più spaziose. Siamo così, convinti di volerci riprendere l’orgoglio che ci spetta ma non abbiamo nulla da ridire contro il continuo smottamento del capitalismo italiano ridotto a mercatino di cortile. Preferiamo giustificarci dando la colpa ai poteri forti, all’istintività della destra che riesce a farsi capire, al contrario della sinistra che sentendosi sempre superiore trova secondario persuadere chi non vi appartiene.

In un senso o in un altro troviamo il modo di legittimare noi stessi con i nostri eterni vizi invece che sforzarci di essere migliori di come eravamo.

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